Le creazioni di AndromedA

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Il marchio Andromeda Eco-gioielli nasce nel 2010; Simona Negrini, creatrice del marchio e realizzatrice dei bijoux, nasce a Modena nel 1977, si diploma presso l'Istituto d'Arte Adolfo Venturi e successivamente consegue la Laurea in Conservazione dei Beni Culturali a Ravenna, seguono poi due Master presso le Università di Roma Tre e Tor Vergata

(“Scrittura, Lettura e la Rete” e “Mediazione Culturale e Didattica Museale”). E’ attualmente iscritta all’Istituto Gestalt di Bologna. Andromeda, “seguace” del pensiero Steineriano, si dedica da anni all'arte contemporanea, organizza eventi espositivi, cura pubblicazioni, ma parallelamente di dedica al design sostenibile e l'eco-arte, temi dominanti delle ultime creazioni artistiche. Attualmente collabora con atelier di moda critica, giovani stilisti e associazioni culturali che si occupano di riciclo creativo; partecipa a concorsi ad esposizioni in tutta Italia. Le creazioni di AndromedA sono in vendita presso atelier di moda critica ed etica. Dal 2011 cura, in tutta Italia, workshop per la realizzazione di eco-gioielli ispirandosi all’automatismo psichico surrealista.

 

La mission

 

AndromedA è un'instancabile sperimentatrice, predilige materiali riciclati ed ecologicamente sostenibili. Oggetti in disuso, del passato e del presente, vengono re-interpretati mediante un processo di de-costruzione significante. Gli Eco-gioielli AndromedA privilegiano forme morbide e sinuose, colori saturi e complementari, che trovano ispirazione dal mondo naturale. Il microcosmo è la vera fonte d'ispirazione per un nuovo modello di bellezza, non più intesa come effimera vanitas ma come emblema di un corpo simbolico in grado di comunicare emozioni, sensazioni e pensieri.

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PROSSIMAMENTE IN PREPARAZIONE OTTOBRE/NOVEMBRE 2013

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vegetali.

 

Le diete vegane sono collegate a un tasso di cancro globale inferiore, secondo un nuovo studio pubblicato sulla rivista Cancer Epidemiology, Biomarkers and Prevention.
Le diete di 69.120 partecipanti del Adventist Health Study-2 sono state monitorate per più di quattro anni.
I modelli alimentari sono stati suddivisi in cinque categorie:
1) non-vegetariani
2) semivegetariani
3) latto-vegetariani (consuma prodotti lattiero-caseari e uova)
4) pesco-vegetariani (consuma latticini, uova e pesce)
5) vegani

I vegani avevano un 16 per cento di diminuzione del rischio di tutti i tumori, e le donne vegane hanno avuto un 34 per cento di diminuzione del rischio di altri tumori specifici, tra cui seno, ovaie e tumori uterini, rispetto ai non-vegetariani.

Nelle conclusioni è scritto:
Le diete vegetariane sembrano conferire protezione contro il cancro.
La dieta vegan sembra conferire un più basso rischio di cancro in generale e altri specifici tumori femminili, rispetto ad altri modelli alimentari.
Le diete lacto-ovo-vegetariane sembrano conferire protezione contro i tumori del tratto gastrointestinale."

 

Autori:
Tantamango-Bartley Y, Jaceldo-Siegl K, Fan J, Fraser G.
“Vegetarian diets and the incidence of cancer in a low-risk population”.
Cancer Epidemiol Biomarkers Prev - Nov. 20, 2012.

qui il testo in inglese

Ringraziamo il dottor Montanari e la dottoressa Gatti per l'articolo che segue per chi avesse voglia di approfondire ulteriormente la materia, segnaliamo il sitoNanodiagnostic.

 

nanopatologie

CHE COSA SONO LE NANOPATOLOGIE?


Stefano Montanari – Direttore Scientifico del laboratorio Nanodiagnostics
Via E. Fermi, 1/L – 41057 San Vito (Modena)
www.nanodiagnostics.it

 

Pur coinvolgendo non pochi campi della medicina, l’argomento è senza dubbio nuovo al di fuori di ambiti scientifici molto particolari e ancora riservati agli addetti ai lavori.olendo offrire una definizione succinta, le nanopatologie sono le malattie provocate da micro- e, soprattutto, nanoparticelle 1 inorganiche che in qualche modo riescono a penetrare nell’organismo, umano o animale che sia, e non ha alcuna importanza come queste entità piccolissime riescono ad entrare o come sono prodotte.
È un dato di fatto che i meccanismi seguiti da una particella una volta che questa sia riuscita a penetrare nell’organismo sono gli stessi, indipendentemente dalla sua origine. All’inizio degli anni Novanta, il Laboratorio di Biomateriali dell’Università di Modena fondato e diretto dalla dottoressa Antonietta Gatti si trovò ad investigare sul perché un filtro cavale si fosse rotto all’interno della vena cava di un paziente 2. Il perché questo si fosse rotto fu un problema di facile soluzione, ma la nostra analisi, eseguita con sistemi fisici, rivelò qualcosa di molto strano, vale a dire la presenza su quell’oggetto di elementi come, ad esempio, il titanio, che non fanno parte dell’organismo di alcun animale superiore né entrano nella composizione del dispositivo. Un paio d’anni più tardi, ci si presentò un caso del tutto analogo e, ancora una volta, trovammo che elementi estranei sia ai tessuti umani sia alla lega metallica del filtro erano presenti.
Poi, alla fine del 1998, la dottoressa Gatti ebbe l’occasione di esaminare i reperti bioptici epatici e renali di un paziente che da oltre otto anni soffriva di febbre intermittente unita a gravi compromissioni al fegato e, soprattutto, ai reni, senza che nessuno fosse in grado di dire da dove questi sintomi originassero. Con grande sorpresa, in seguito alle analisi eseguite fu evidente che quei tessuti contenevano micro- e nanoparticelle di materiale ceramico, un materiale identico a quello che costituiva la protesi dentaria usurata che il paziente portava. Ciò che era avvenuto era abbastanza semplice: i detriti che la protesi produceva a causa di una cattiva occlusione e, dunque, di una scorretta masticazione, e di un tentativo maldestro di aggiustamento erano stati inghiottiti per otto anni.
Poi questi detriti erano in qualche modo finiti nel fegato e nei reni dove erano restati, provocando una granulomatosi che si era aggravata tanto da condurre il paziente sull’orlo di un trattamento emodialitico cronico che pareva ormai inevitabile. Rimossa la protesi e trattato il soggetto con un’opportuna terapia cortisonica, i sintomi si stabilizzarono, in parte anche regredendo, e non ci fu bisogno di ricorrere all’emodialisi. Cominciammo allora a cercare negli archivi delle Università di Modena e di Magonza (Germania) e del Royal Free Hospital di Londra per avere reperti autoptici e bioptici di pazienti che soffrissero o avessero sofferto di malattie criptogeniche, in particolare quelle delle quali fosse possibile ipotizzare un’origine o, comunque, una componente, infiammatoria.
Il materiale su cui cominciammo a lavorare riguardava principalmente varie forme tumorali e granulomatosi di origine non virale e non batterica. In tutti i casi esaminati i campioni contenevano micro- e nanoparticolato inorganico. Sulla base di quanto stavamo trovando, la dottoressa Gatti chiese ed ottenne un supporto finanziario dalla Comunità Europea per allestire una ricerca più sistematica, e il progetto (QLRT-2002-147), che coinvolse anche le Università di Magonza e di Cambridge, la FEI (gruppo Philips) e la Biomatech (azienda privata di ricerca francese), fu battezzato “Nanopathology”, indicando con quel neologismo lo studio delle patologie indotte da micro- e nanoparticelle. Si acquistò, allora, un microscopio elettronico a scansione ambientale (ESEM) accessoriato con uno spettroscopio a raggi X a dispersione d’energia (EDS) e si approntò una metodica ad hoc, che ancora non ha uguali al mondo, appropriata per i nostri scopi. Il vantaggio principale di quel tipo di microscopio è la possibilità che questo offre di osservare campioni biologici vitali in condizioni ambientali, vale a dire non sotto vuoto (il che ne farebbe evaporare tutto il contenuto d’acqua, uccidendoli) e senza ricopertura di metalli o di carbone (il che introdurrebbe degl’inquinanti). L’EDS, invece, permette di eseguire un’analisi elementare assolutamente precisa e puntuale del campione. Iniziate le ricerche, fu subito evidente che il particolato micro- e nanometrico è in grado di entrare nell’organismo e, almeno in parte, non viene affatto eliminato come, invece, era sempre stato dato per scontato pur senza alcuna base scientifica sperimentale, dato che nessuna ricerca in proposito era mai stata eseguita. Fu altrettanto evidente come la via preferenziale d’ingresso di quel materiale sia l’inalazione. A causa delle loro ridottissime dimensioni, quelle particelle, non importa come prodotte, restano sospese nell’aria per tempi lunghissimi.
Da qui, vengono inspirate e finiscono negli alveoli polmonari dove, se sono abbastanza grossolane (si parla, comunque di qualche millesimo di millimetro), sono fagocitate dai macrofagi. Una volta che questi corpi estranei sono stati divorati, i macrofagi non sono però capaci di degradarli e, dunque, di distruggerli, perché quei corpi estranei non sono biodegradabili. La conseguenza è che, morto il macrofago, la particella rimane nell’organismo, a meno di quella frazione che i macrofagi sono riusciti a portare a livello delle vie respiratorie superiori per venire poi eliminate tramite l’espettorazione. Se il particolato è di dimensioni nanometriche, e si parla da qualche decimillesimo di millimetro in giù, questo passa direttamente, entro un minuto, dall’alveolo polmonare alla circolazione sanguigna. Dal sangue agli organi il passo è breve, soprattutto se si pensa che le nanoparticelle entrano anche nei globuli rossi, un ottimo cavallo di Troia per superare ogni barriera.
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Fig. 1 - Nanoparticelle di ferro all’interno di un globulo rosso

Così, prima o poi, queste particelle sono sequestrate da qualche organo: fegato, rene, gangli linfatici, cervello e, in pratica, ogni tessuto dell’organismo. Ad aggravare la situazione, sta il fatto che il particolato che noi vediamo non è solo non biodegradabile, ma è anche non biocompatibile, il che significa che è sicuramente, per definizione stessa, patogenico, cioè capace d’innescare una malattia. Come per un qualsiasi corpo estraneo, uno stato infiammatorio è la maniera con cui l’organismo reagisce alla presenza indesiderabile di quei minuscolissimi granelli di polvere, e questa reazione diventa visibile quando la concentrazione dei detriti è abbastanza elevata. Ma quando i granelli sono nanometrici, ecco che questi sono capaci di penetrare nelle cellule, e lo fanno profondamente, fino all’interno del nucleo, senza che di loro la cellula si accorga.

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Fig. 2 – Nanoparticelle di ferro all’interno del nucleo di un epatocita

Nel primo caso, spesso l’infiammazione si cronicizza, e questa è una condizione favorevole all’istaurarsi di una patologia tumorale. Nel secondo, invece, non abbiamo una casistica sufficiente, ma, a lume di buon senso, si può pensare che una presenza estranea in un punto così delicato di una cellula possa interferire sia fisicamente sia chimicamente con le sue strutture e, più segnatamente, con il DNA. Da aggiungere, poi, che in diverse circostanze abbiamo trovato particolato nello sperma da dove potrebbe entrare nell’ovocita, ragionevolmente provocando reazioni avverse. È un dato di fatto che i militari esposti ai fumi delle esplosioni, fumi che di particelle abbondano, generano una prole malformata con una frequenza niente affatto trascurabile. Si aggiunga pure il fatto che le pecore al pascolo nei pressi di alcune basi militari dove si fanno esplodere bombe partoriscono frequentemente agnelli le cui malformazioni sono tanto gravi da essere incompatibili con la vita. Un ottimo laboratorio che ci si è offerto per questa parte dei nostri studi è stata, ed è tuttora, quello dei teatri bellici. Il nostro gruppo è impegnato nelle ricerche sulle sindromi cosiddette del Golfo e dei Balcani che affliggono militari e civili allo stesso modo. Una delle nostre scoperte è quella secondo cui i soggetti impegnati in quelle zone si ammalano non tanto per la radioattività dell’uranio impoverito contenuto in certi proiettili ed in certe bombe (al più, la radioattività potrebbe essere una concausa), o per la tossicità dell’uranio, bensì per l’inalazione (e l’ingestione) delle enormi quantità di polveri sottili e sottilissime che ogni esplosione ad alta temperatura sviluppa (e l’uranio è responsabile della creazione di temperature che superano i 3.000 °C), facendo volatilizzare bersaglio e proiettile insieme. Questo materiale si ricondensa velocemente in atmosfera sotto forma di micro- e nanoparticolato che resta poi in sospensione per tempi anche molto lunghi, e si deposita lentamente al suolo, ricadendo sui prodotti commestibili della terra. Basta, poi, un refolo di vento per risollevare la polvere di nuovo e ricominciare il ciclo.
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Fig. 3 – Micro- e nanoparticelle di piombo nello sperma

Dopo l’inalazione, la via d’assunzione più frequente per i micro- e nanodetriti è l’ingestione. Dovunque, come accade nei territori colpiti dalla guerra, le particelle che fluttuano in aria, comunque prodotte, prima o poi cadano a terra, depositandosi su frutta e verdura che sono alimento per l’uomo, e sull’erba che è cibo per gli animali. Anche l’apparato digerente lascia transitare con una certa libertà il particolato che, come avviene per quello inspirato, entra nel sangue e nei vasi linfatici, seguendo poi la stessa sorte dell’altro. In questo caso, particelle relativamente grossolane restano “incastrate” nel tessuto della parete gastrica o intestinale. Ma ulteriori, seppur meno frequenti, vie d’ingresso nell’organismo esistono.
Ad esempio, il fumo di tabacco (sigaretta, pipa o sigaro non fanno alcuna differenza e provocano identico danno) contiene particolato che penetra sia nei polmoni, dove in parte resta e da dove in parte migra, sia nella mucosa della bocca dove un po’ passa nel sangue e molto si accumula. Si è ipotizzato anche il passaggio di particelle attraverso la pelle, e questo in relazione all’uso che si fa di particolato in certe creme cosmetiche, ma, a quanto risulta a tutt’oggi da uno studio su base europea, pare che questa possibilità sia da escludere, almeno in presenza di una pelle integra. A questo punto, la domanda che sorge ovvia è: esiste una relazione causa-effetto certa tra la presenza di particelle e malattia? Una delle basi della scienza medica è la statistica e la statistica si avvicina sempre più alla verità con il crescere dei numeri. Benché il nostro gruppo raccolga da anni dati sempre coerenti e mai contraddittori, non possiamo affermare di avere una quantità sufficiente di casi (ad oggi, dicembre 2005, i casi di cancro esaminati sono circa 400) per avere il diritto d’affermare che la relazione esiste con certezza assoluta.
Tuttavia, una delle basi della scienza in assoluto per valutare la bontà di una teoria è la sua capacità di predire i fenomeni. È un dato di fatto che ogni volta che ci si è presentata la possibilità di conoscere dati rilevanti in nanopatologie, noi siamo stati capaci di predire con precisione l’istaurarsi di una malattia. In molte circostanze, poi, semplicemente esaminando con la nostra metodologia un campione patologico, siamo in grado di ricostruire le condizioni d’inquinamento in cui il soggetto è vissuto, fino ad indovinare quale sia la marca di sigarette che questi eventualmente fuma o ha fumato. Fra le tante, una prova per tutte sulla capacità della nuova branca della scienza di prevedere, è quella accaduta poco dopo il crollo delle Torri Gemelle a New York. Noi allora comunicammo che entro qualche anno un numero grandissimo di persone scampate al crollo, ma coinvolte per giorni o mesi nell’ambiente dove aleggiavano enormi quantità di polveri, si sarebbero ammalate di patologie simili a quelle di cui soffrono i reduci dalle guerre del Golfo e dei Balcani.
La cosa si è puntualmente avverata, coinvolgendo ora 400.000 soggetti, ma i numeri sono in aumento, ed ora il nostro gruppo è stato chiamato a lavorare su di un campione di pazienti newyorkesi per tentarne la detossificazione. Un altro punto da considerare è l’esperimento che eseguimmo qualche anno fa su di una popolazione di ratti, iniettando nei muscoli di una metà della loro schiena delle nanoparticelle metalliche ed impiantando nell’altra metà dischetti relativamente grandi dello stesso materiale. Entro sei mesi, tutti i ratti mostrarono segni evidentissimi di rabdomiosarcoma nella metà dove era stato immesso il particolato, mentre dove si erano impiantati i dischetti si notava solo una innocua fibrosi. Interessante è anche come le particelle ceramiche iniettate si fossero agglomerate, comportandosi quali particelle non più nanometriche, ma micrometriche, e non avessero dato origine ad una forma tumorale o, almeno, non ne avessero avuto il tempo.
Ancora da tenere presente è come indagini eseguite su tessuti di soggetti presumibilmente sani (giovani morti in incidenti stradali) non rivelarono presenze di nanoparticolato, e così accade quando si osserva il tessuto di pazienti in punti appena esterni a quelli nei quali la patologia è manifesta e nelle quali la presenza di micro- e nanoparticelle è evidente. Un altro fondamento della scienza nella valutazione di un modello è la sua capacità di spiegare i fenomeni, e non c’è dubbio che la teoria nanopatologica spiega con chiarezza l’origine di non poche affezioni criptogeniche. Si può allora discutere sui meccanismi biologici coinvolti nella connessione tra causa ed effetto, e questa è cosa che si sta facendo e che si dovrà indubbiamente approfondire, ma l’atteggiamento di chi vuol considerare le micro- e le nanoparticelle inorganiche innocue solo facendosi scudo della propria e, forse, generalizzata, mancata conoscenza è ingenuo quanto quello dello struzzo.

È ormai assodato che di fronte agli ordini di grandezza nei quali le particelle, soprattutto quelle nanometriche, si situano, le leggi della biologia classica non funzionano più, così come la fisica di Newton non è capace di spiegare il comportamento degli atomi o della luce e, anzi, questi comportamenti vedrebbe come assurdi. Occorre allora comprendere che, dal punto di vista biologico, queste entità di cui noi ci occupiamo non si comportano né come oggetti di dimensioni più grossolane né come ioni, cosa, quest’ultima, che riesce piuttosto ostica a chi sia educato alla tossicologia classica. È indispensabile comprendere che alla tossicità chimica di un determinato materiale si sovrappone un effetto deleterio di natura fisica, cioè il fatto stesso di essere corpo estraneo e di avere dimensioni tali da poter interferire con i tessuti a livello cellulare e subcellulare. I due effetti combinati sinergicamente danno luogo a reazioni biologiche mai indagate prima che non possono essere valutate con gli occhi della medicina novecentesca se non si vuole correre il rischio di fraintenderle.
A questo punto, a complemento di quanto appena esposto, un altro fatto su cui vale la pena insistere e che deve risultare chiaro è il fattore dimensionale. Come regola generale, più una particella è piccola, più è aggressiva, ma questa aggressività non si accresce in maniera analogica con il diminuire delle dimensioni. La cosa risulta evidente se si prendono in considerazione le PM2,5, vale a dire il particolato sospeso in atmosfera il cui diametro aerodinamico medio 3 è uguale o inferiore a 2,5 micron. A quanto risulta da studi non nostri, un incremento nella concentrazione atmosferica di questo materiale comporta un incremento parallelo nella mortalità cardiogena. Non altrettanto accade per le polveri PM10, dove il particolato considerato è quello il cui diametro aerodinamico è pari o inferiore a 10 micron. In questo secondo caso non pare esistere una correlazione diretta tra i due fenomeni. È certo che la nostra scienza è appena una neonata, ma è altrettanto certo che le conquiste alle quali è già pervenuta sono notevolissime. A questo punto, messo piede su di un continente sconosciuto, occorre solo essere armati di voglia di fare, di discernimento e, soprattutto, di tanta umiltà. Per valutare la nocività delle micro- e nanoparticelle bisogna considerare un certo numero di fattori.

Probabilmente il più importante è il loro essere corpi estranei, elementi, cioè, che l’organismo vede come nemici e che, per questo, combatte, cercando di distruggerli o, alla peggio, d’isolarli. In ambedue i casi, non dimenticando mai che quegli oggetti così piccoli non sono né biocompatibili né biodegradabili, il risultato è una malattia, non necessariamente evidente, o non necessariamente evidente subito, dal punto di vista clinico. Va da sé che la composizione chimica è di grande importanza nel determinare la tossicità della particella: che il mercurio sia più velenoso del ferro o il piombo del sodio è nozione comune. Occorre, poi, prestare attenzione alle eventuali trasformazioni cui il particolato metallico sequestrato in un tessuto può andare incontro. Non sono da escludere, infatti, fenomeni di corrosione con conseguente variazione (in peggio) della tossicità dell’elemento. Pure le dimensioni del particolato sono importanti: più queste sono grosse, meno sono insidiose. E importante è anche la velocità con cui le polveri sono inalate o ingerite: più l’introduzione è rapida e più alta è la concentrazione, maggiore è la pericolosità. Infine, senza entrare in ulteriori particolari, la forma è elemento da considerare. Particelle a forma di ago, come, ad esempio, quelle di amianto, sono penetranti assai più di quelle tondeggianti. Ora, un’altra domanda pressante è: possiamo liberarci da queste presenze una volta che si siano stabilite nel nostro corpo? Al momento, la risposta è no. Questo, però, non significa affatto che non esistano o possano esistere sistemi artificiali, come, ad esempio, fu qualche decennio fa l’emodialisi per i pazienti nefropatici. Malauguratamente, per studiare questi sistemi occorrono cervelli e denari.
A quanto pare, i cervelli ci sarebbero pure, ma i denari si preferisce spenderli altrimenti. Così, per ora ci dobbiamo limitare ad attuare in ogni modo forme di prevenzione, cercando per prima cosa di non creare particolato o, quanto meno, di non crearne troppo, e poi di difenderci da quello che già esiste. Ci sono forme di prevenzione che non costano nulla e che non si mettono in atto solo per ignoranza. Tanto per non fare che qualche esempio, basterebbe coprire con un foglio di plastica la verdura esposta dai negozi sulla strada per veder cadere drasticamente la quantità di particelle in quegli alimenti (un cavolo su cui siano cadute nanoparticelle è impossibile da lavare). Oppure basterebbe che il macellaio, una volta affilato il coltello sulla cote, non tagliasse la carne subito ma lo passasse su di un panno e lo lavasse. Oppure, ancora, basterebbe che i saldatori non portassero a casa gl’indumenti da lavoro e indossassero un copricapo e una mascherina (non quelle usate negli ospedali, quasi del tutto inefficaci per questo scopo). Non si trascuri, poi, la categoria dei dentisti, particolarmente a rischio per le continue inalazioni di materiali usati per la pulizia dentale. E che dire della verdura cresciuta ai margini delle autostrade o vicino agl’inceneritori? Insomma, con un poco di conoscenza ed un pizzico di cervello, se non altro per quel sensus communis del buon padre di famiglia che il diritto romano prescriveva, si potrebbe evitare una buona fetta di guai.

Dunque, attenzione anche all’uso che si fa, o che s’intende fare, delle nanoparticelle in medicina. L’impiego dei cosiddetti Quantum Dots 4 come traccianti per la diagnosi di certe forme tumorali o dei dendrimeri 5 come trasportatori di farmaco nelle terapie antitumorali deve necessariamente essere investigato anche dal punto di vista delle nanopatologie. Questo non significa opporsi alla ricerca, come spesso si viene troppo superficialmente accusati di fare, ma il suo esatto contrario: ciò che le conoscenze acquisite nel campo delle nanopatologie impongono è una ricerca allargata ad una branca della scienza che sta aprendo un vero e proprio universo nel campo della medicina. Ma da dove vengono queste particelle? A ben guardare, le fonti d’inquinamento particolato sembrano essere infinite. Alcune sono insite nella natura, altre, la maggior parte di esse, almeno per quanto riguarda la quantità di materiale scaricato, sono opera dell’uomo. Particelle delle dimensioni che c’interessano sono prodotte dalle eruzioni vulcaniche, dagl’incendi, dall’erosione delle rocce e dei terreni, dalle miniere a cielo aperto e degli edifici, dal sollevarsi della sabbia dei deserti (queste polveri che cadono spesso come pioggia rossa sono chiaramente visibili a tutti anche a migliaia di chilometri dall’origine) e perfino dal mare, che manda in atmosfera quantità rilevanti di sostanze che si agglomerano.

Dalle discariche di rifiuti si solleva particolato e nemmeno l’interno delle case è immune dal problema: i vecchi pavimenti di linoleum, infatti, possono liberare aghi nanometrici d’amianto. Ma i grandi responsabili del problema sono i procedimenti ad alta temperatura che oggi sono diventati comuni, soprattutto nell’industria. Dunque, i motori a scoppio, le fonderie, i cementifici, gl’inceneritori e i termovalorizzatori, le esplosioni in genere, e giù fino ad operazioni apparentemente più innocue come quelle di saldatura. Se le temperature sono elevate, molte sostanze volatilizzano per poi ricondensarsi sotto forma di quelle particelle che abbiamo descritto e che, stante la loro massa piccolissima, si comportano alla stregua di un gas, restando sospese in aria anche per mesi e subendo poi la sorte di cui si è detto. In presenza d’insediamenti industriali o d’impianti a caldo per il trattamento dei rifiuti, di norma si eseguono indagini sulla qualità dell’aria, e queste indagini sono tese ad individuare inquinanti, certo nocivi, quali, tra i molti altri, ossidi di carbonio e ossidi d’azoto, o composti come gli organoalogeni (per esempio, le diossine), che si formano quando la combustione non è completa.
Tra gl’inquinanti, ci sono anche i metalli pesanti, e questi vengono liberati nell’aria spesso in forma ionica, per poi raggrupparsi in particelle solide che non di rado, se la temperatura è sufficientemente alta, formano leghe del tutto casuali che non si ritrovano in alcun manuale di metallurgia. E sono proprio queste particelle ad essere responsabili delle nanopatologie. Da sottolineare come, dal nostro punto di vista, sia pericoloso liberarsi dei rifiuti, sempre in forma grossolana, incenerendoli e trasformandoli così in quantità enormi di nanoparticolato con le conseguenze di cui si è fatto cenno. Vale la pena aggiungere che gl’impianti più recenti funzionano a temperature maggiori rispetto a quelli del passato, in questo modo originando polveri più fini e, di conseguenza, più aggressive. Un caso tra le alcune centinaia su cui abbiamo avuto occasione di cimentarci fu quello di un soggetto affetto da mesotelioma peritoneale, una forma di cancro non comune. All’indagine ultrastrutturale nanopatologica, le biopsie mostravano la presenza di particolato contenente, tra gli altri metalli, uranio, la cui provenienza appariva un po’ sorprendente e certo difficile da stabilire, dato che il soggetto viveva in una pacifica città del Nord Italia, lontanissima da impianti nucleari.
Dopo non poche ricerche, venimmo a sapere che il paziente mangiava da almeno trent’anni radicchi di campo provenienti da una valletta posta tra due colline. Le ricerche che svolgemmo sul posto rivelarono la presenza sui vegetali di particolato analogo a quello rinvenuto nei reperti bioptici, e questo materiale proveniva da un’industria ceramica situata a qualche chilometro di distanza, industria che utilizzava quei metalli, tra i quali l’uranio, per smaltare i propri prodotti.

Una delle ricerche che abbiamo effettuato ci ha portato ad indagare su trombi catturati da filtri cavali. Ciò che abbiamo rilevato è come il sangue ospiti nanoparticolato, cosa questa, del resto, già nota da studi precedenti nostri ed altrui, e come questo particolato eserciti un’azione trombogenica, almeno in soggetti predisposti. Il fatto spiegherebbe il motivo, o uno dei motivi, per cui in occasioni non troppo infrequenti il radiologo non è in grado d’individuare il focolaio trombogeno in episodi di tromboembolia polmonare, in contrasto con la teoria classica di Virchow. Da indagare meglio c’è, poi, il ritrovamento di particolato nei pochissimi casi in cui abbiamo avuto l’opportunità di esaminare materiale trombotico prelevato da coronarie infartuate. Partendo da questo, può essere legittimo il sospetto, comunque ancora tutto da verificare, che particelle inorganiche s’insinuino nel microcircolo cardiaco diminuendone l’efficienza, fino ad essere responsabili di forme patologiche a carico del miocardio.
E ancora da investigare compiutamente c’è il ritrovamento di concentrazioni di particolato nei tratti interessati da aneurisma infiammatorio dell’aorta. Se questo materiale sia il responsabile, o uno dei responsabili, della patologia o semplicemente si accumuli nei tratti malati è tutto da provare. Ancora oggi, benché la scienza di punta abbia accertato almeno a grandi linee come e quanto sia nocivo il particolato inorganico e quanto sia importante comprendere la sua azione patogenica anche in rapporto alla sua granulometria, nessun paese ne ha regolamentata la produzione, lo scarico e il controllo, al di là dei rilevamenti di PM10 che non dicono gran che, e ben pochi sono i medici a conoscenza del problema. Così, noi continuiamo a trovare notevoli quantità di particelle micro- e nanometriche nel pane, nei biscotti, nella carne e perfino negli alimenti per l’infanzia, senza che nessuno intervenga, se non altro per iniziare una serie di controlli. E, colpevolmente ma, in un certo senso, comprensibilmente, l’industria si guarda bene dall’allestire spontaneamente una ricerca volta ad eliminare o, quanto meno, a ridurre le fonti d’inquinamento. Allora, se non sarà la classe medica insieme con la gente comune a chiedere che si faccia chiarezza, faremo ciò che spesso abbiamo fatto in passato: chiuderemo la stalla a buoi abbondantemente scappati.

1 “Micro” è il prefisso per ordini di grandezza tra il milionesimo e il centomillesimo di metro; “nano” per quelli tra il miliardesimo e il diecimilionesimo di metro.
2 I Filtri Cavali sono dispositivi di metallo che s’impiantano all’interno della vena cava per impedire la migrazione embolia di trombi che originino dagli arti inferiori o dal bacino.
3 Diametro Aerodinamico Medio è il diametro di una particella sferica che abbia densità di 1g/cm3 e velocità di sedimentazione uguale a quella della particella in questione. La velocità con cui le particelle sospese in atmosfera si depositano è direttamente proporzionale al loro diametro aerodinamico.
4 I Quantum Dots sono nanocristalli che s’illuminano quando sono stimolati da luce ultravioletta. La lunghezza d’onda della luce di cui s’illuminano dipende dalla dimensione del cristallo stesso.
5 I Dendrimeri sono molecole organo-metalliche costruite in laboratorio capaci di trasportare un’altra molecola in grado di riconoscere una cellula cancerosa, un agente terapeutico che uccida quelle cellule ed una molecola che riconosca il segnale della morte di una cellula.

‘’ Riceviamo questa segnalazione da un nostro collaboratore a proposito del GRANO KAMUT. Ci piace condividerla con coloro che ci leggono. Se qualcuno vorrà scriverci con altre informazioni utili sarà un piacere pubblicarle. Buona lettura a tutti ‘’

COS'E IL KAMUT?

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È famoso in tutto il mondo grazie a un’operazione di marketing senza precedenti. Gli intolleranti al glutine lo chiedono in continuazione, i panifici ne hanno moltiplicato le vendite in maniera esponenziale. Pane di Kamut, focacce di Kamut, prodotti di Kamut. Ma il Kamut non è un tipo di grano, è semplicemente un marchio. Una varietà di frumento coltivata principalmente nel Montana e in Canada sotto lo stretto controllo della famiglia Quinn, più veloce di tutti a intuire il business. Poco glutine, una storia fatta di leggende e un nome di fantasia. Ecco la vera ricetta di un prodotto che ora è raro e aumenta di prezzo perché - dicono i Quinn - le loro coltivazioni sono state devastate dalle alluvioni. In realtà non è così: di Kamut ce n’è per tutti, ma non lo sappiamo.
«Kamut in egiziano vuol dire “anima della terra”, gli americani hanno il monopolio sulla sua vendita e ormai tutto il mondo non chiama più questo frumento con il suo nome originale, Khorasan – spiega Giuseppe Da Re, titolare della Da Re Spa, prima azienda in Italia per l’importazione di Kamut – Il 24 dicembre 2011 siamo stati informati dalla Kamut International Ltd che, a causa di un’alluvione, le consegne in Europa si sarebbero limitate al 25% del totale. Io però non credo a questa tesi, sotto c’è una storia ben più complessa che nasce dalla speculazione economica». La storia del Kamut si tinge così di giallo. È l’intrigo del frumento.

A Genova il panificio “Mario” di via San Vincenzo ha esposto un cartello (non sono gli unici): «Si comunica che stiamo finendo la scorta di Kamut e che fino alla fine di ottobre la vendita di prodotti è sospesa». La causa dell’inondazione è confermata dal titolare, Graziano Bargi. «È vero, ci hanno informato che fino ad ottobre non potremo avere le nostre scorte di Kamut, proponiamo alla gente alternative con altri ingredienti ma la richiesta non è la stessa, i clienti vogliono solo il Kamut». Ma il Kamut non è un ingrediente, è solo un marchio. Nell’immaginario collettivo non esistono più prodotti a basso contenuto glutinico di cui ci si può fidare, c’è solo il Kamut. Ecco così che per associare a un prodotto di panificio le cinque lettere magiche bisogna corrispondere una percentuale alla società di Quinn.
Un marketing efficace che ha puntato su tre aspetti: la suggestiva leggenda sulla sua origine, l’attribuzione di eccezionali qualità nutrizionali e una presunta, ma solo tale, compatibilità per gli intolleranti al glutine.
Secondo alcune leggende il grano Khorasan è anche detto il “grano profeta”, in quanto Noè lo avrebbe portato con sé sull’arca. Per alcuni proviene dall’Egitto, i turchi ne rivendicano la paternità. Quel che è certo è la genialità dell’intuizione di Bob Quinn. Nel 1948 Earl Dedman, aviatore americano di stanza in Portogallo, riceve 32 giganteschi chicchi di grano da un collega reduce da una spedizione in Egitto e li spedisce a suo padre a Fort Benton, negli Usa. Il grano viene così coltivato inizialmente dalla famiglia Dedman che lo soprannomina “Il grano di Re Tut” in base ad un’altra leggenda che ne collega la provenienza ad una tomba egizia. La famiglia Dedman non ha però l’occhio imprenditoriale e i chicchi giganti non fanno breccia nel mercato americano. Nel 1977 Bob Quinn inizia ad interessarsi al prodotto, lo semina e la richiesta cresce. Nel 1988 la mossa decisiva: il Khorasan viene introdotto nel mercato dei prodotti alimentari salutistici, viene registrato il marchio commerciale Kamut®. Oggi i prodotti di Kamut sono tra i più richiesti nei panifici, un mercato che per la sola azienda Da Re, che importa dagli Usa il prodotto, permette un fatturato di 4 milioni di euro l’anno. A dicembre il titolare dell’azienda riceve una mail dagli Stati Uniti: le alluvioni hanno devastato i raccolti. La spiegazione però non convince Giuseppe: «Io ho la mia teoria. Il prezzo dei prodotti di Kamut è aumentato parecchio nell’ultimo anno. È un prodotto inflazionato e la gente non conosce le alternative con valori nutrizionali simili. Il grano Khorasan si potrebbe tranquillamente produrre anche in Italia, e in Puglia viene già coltivato.Però non possiamo utilizzare il Khorasan made in Italy perché, non potendolo chiamare Kamut, la gente pensa automaticamente che sia un prodotto inferiore. Sospendere le spedizioni per l’alluvione? È solo una tecnica per fare alzare i prezzi del mercato».
Quel che è certo è che attorno alla parola Kamut si è creato un immaginario che suona come sinonimo di puro, antico ed esotico. La realtà è però diversa perché come ogni frumento il Khorasan è inadatto per l’alimentazione dei celiaci. Colpo di scena. Il motivo? Contiene glutine e non ne è né privo né povero come viene invece raccontato dalla Kamut International Ltd. Ne contiene addirittura in misura superiore a quella dei frumenti teneri e a numerose varietà di frumento duro. Tuttavia è un frumento rustico, eccellente per la pastificazione, e naturale. Per questo non ha un glutine tenace e risulta maggiormente digeribile per coloro che soffrono di lievi allergie e intolleranze. Lo stesso discorso si può fare del farro e delle varietà di grano più tenero che però non hanno il fascino di un nome egizio. È senza dubbio un prodotto salutare, ma l’aura di magia che si è creata attorno al Kamut nasce unicamente da una geniale intuizione di un americano. La prossima volta in panetteria si potrà chiedere «che tipi di Khorasan avete?». La risposta potrebbe evitare presunte speculazioni e forse anche qualche alluvione.


Ugo Beiso


 

Pubblichiamo una notizia tremendamente importante:
La Comunità Europea sembrerebbe voler affossare tutti coloro che non vogliono rientrare nelle regole dell'industria alimentare. Leggi l'articolo


semi-antichi.
In una sentenza del 12 Luglio, la Corte di Giustizia dell' Unione Europea, ha confermato il divieto di commercializzare sementi di varietà tradizionali che non siano state iscritte nel catalogo ufficiale europeo. E' la sconfitta delle associazioni volontarie impegnate nella salvaguardia della varietà delle piante antiche, l'unica alternativa che avevamo a sementi industriali ed OGM.

Le sementi tradizionali sono il risultato di millenni di selezione derivati dall’esperienza agricola umana, un tesoro che si è conservato nei secoli protetto dagli agricoltori; queste sementi riassumono in sé la memoria storica e biologica dell’agricoltura e racchiudono un patrimonio genetico molto vasto che determina la biodiversità dei prodotti agricoli.


Dal 1998 però è in vigore una direttiva comunitaria europea che riserva la commercializzazione e lo scambio di sementi alle ditte sementiere vietandolo agli agricoltori, in questo modo ciò che i contadini hanno fatto per millenni è diventato improvvisamente un reato. L’intero mercato mondialedelle sementi è oggi quasi totalmente gestito da sette aziende multinazionali che detengono i brevetti e che si occupano contemporaneamente (e paradossalmente) della produzione di sementi, veleni per l’agricoltura e OGM. Come si è arrivato a questo? Considerando che l’iter per registrare un nuovo semente richiede circa 12-15 anni di lavoro e costare fino a 1 milione di euro, è semplice capire che parliamo di capitali di cui può disporre solo una grande azienda e non un piccolo agricoltore. Negli ultimi anni un progetto di recupero delle tradizioni culturali rurali, diverse associazioni di Seed Salvers (salvatore di semi) si erano impegnate nella salvaguardia della varietà delle piante antiche, salvandole dall’estinzione e coltivandole in orti su piccola scala. Il pregio di queste varietà di semi deriva dall’elevato valore nutritivo dei prodotti che producono e dal loro facile adattamento all’agricoltura eco-compatibile.

La sentenza del 12 luglio della Corte di Giustizia europea, arriva in risposta ad una controversia tra due imprese francesi, l’associazione no-profit Kokopelli e un produttore di sementi Graines Baumaux sas. La Graines Baumaux sas aveva denunciato la Kokopelli accusandola di commercializzare sementi non iscritte nei cataloghi ufficiali; le sementi in questione sono di varietà arcaiche. Inizialmente la Corte di Giustizia aveva sentenziato che: “L’assenza di una semente dal catalogo non è indice del fatto che non sia “buona”, perché le norme che ne regolano l’iscrizione non riguardano alla futura la salubrità delle piante, ma a logiche commerciali.” nel caso specifico la commercializzazione di varietà arcaiche rientrava nella deroga prevista dalla direttiva 2009/145/CE, assolvendo di fatto la Kokopelli. Ma il 12 Luglio, a seguito del ricorso della gigante Graines Baumaux sas la Corte ribalta il verdetto e sancisce :‘’l’obbligo d’ iscrizione ufficiale di una varietà vegetale per la sua commercializzazione, così come previsto dalle direttive sementiere, non viola i principi del libero esercizio di un’attività economica e della libera circolazione delle merci, e nemmeno interferisce con gli impegni presi per la tutela delle risorse fitogenetiche.’’ La''Graines Baumaux'' ha chiesto ai giudici francesi di imporre a Kokopelli di pagare 100 mila euro per danni e inoltre – esplicitamente –''la cessazione di tutte le attività dell’associazione'', pericolosa per il business. La Corte europea ha motivato e giustificato il suo verdetto a favore della Graines Baumaux sostenendo che il divieto del commercio delle sementi antiche e tradizionali ha l’obbiettivo di ottenere ‘’una accresciuta produttività agricola’’ come se l’Europa fosse affollata di popolazioni malnutrite, bisognose di aumentare le loro rese alimentari.

semi-antichi.


Si dimostra soddisfatta l’Assosementi (associazione italiana dell'industria sementaria); di fatto però, non si può che prendere atto che con questa sentenza si mettonofuorilegge tutte le associazioni di volontari impegnati nel recupero delle varietà antiche e tradizionali – alcune anche Italiane – che commettono il ‘’crimine’’ di preservare e distribuire a chi le chiede sementi fuori del catalogo ufficiale.

A dire il vero, la Corte di Giustizia ha preso la sua decisione contrariamente al suo Avvocato Generale che, nella memoria depositata il 19 maggio precedente, rilevava che ‘’la registrazione obbligatoria di tutte le sementi nel catalogo ufficiale era una misura sproporzionata e violava i principi della libertà di esercizio dell’attività economica, della non-discriminazione e della libera circolazione delle merci’’. Violando praticamente uno dei tre dogmi del liberismo. La sconfitta Kokopelli, secondo questo principio si chiede: ‘’Perchè non esiste un registro ufficiale dei bulloni e delle viti? Forse perchè non c’è unaMonsanto della minuteria metallica. Sottomettere le sementi ad una procedura del genere, che esiste ed è giustificata per i medicinali e i pesticidi, ha evidentemente il solo scopo di eliminare alla lunga le varietà di dominio pubblico, e quindi liberamente riproducibili, per lasciare in campo solo quelle brevettabili’’

Fonte:http://rumoridallanatura.blogspot.it/2012/08/addio-sapori-antichi-lue-mette-al-bando.html

Chiediamo a tutti di aiutarci a raccogliere informazioni e aggiornamenti in materia.

cocacola.
In giornate così calde, si cerca refrigerio anche con bibite e bevande. Io evito quelle che contengono Il 4-metilimidazolo, in Europa identificato dal codice E150d, che conferisce il classico color caramello alle bibite a base di cola (es. Coca Cola e Pepsi), di chinotto, e di thè. Dal 2008 il 4-metilimidazolo è inserito nella lista di sostanze nocive per la salute dell’uomo per il rischio di cancerogenicità. Secondo i dati del Center for Science in the Public Interest (CSPI, una delle più importanti associazioni che si occupano dell’impatto delle sostanze tossiche sulla salute) i livelli di 4-MEI nelle bevande a base di cola delle maggiori corporation aumentano il rischio di cancro sino a 4,8 casi su 100.000 . “Può nuocere gravemente alla salute" è quanto sarebbe dovuto comparire sulle bottiglie e sulle lattine delle diffusissime bevande, in base alla legge californiana, dove la sensibilità ambientalista e l’attenzione contro le sostanze inquinanti e tossiche presenti nel cibo e nell’acqua sono molto alte.

 

Con la “California Safe Drinking Water and Toxic Enforcement Act” hanno inteso salvaguardare l’acqua potabile e le bevande dalla presenza di sostanze tossiche, cancerogene o mutagene, vietando la vendita dei prodotti che li contengono o imponendo l’obbligo di renderne nota la presenza segnalando i pericoli che l’assunzione comporta. Per evitare di apporre la “scomoda” etichetta sulle bottiglie delle tanto amate bevande la Coca-cola e la Pepsi-cola hanno modificare la formula segreta, ma non in Europa, dove l’E150d è ancora ammesso. Mancherebbero le evidenze scientifiche della tossicità alle dosi assunte. Ma chi deve fornire questi studi se gli articoli scientifici sulle bevande più comunemente consumate sono dalle quattro alle otto volte a vantaggio degli interessi finanziari della ditta che li sponsorizza, rispetto ai risultati degli articoli che non ricevono finanziamenti dalle industrie? Nessuno tra gli studi sulle bibite gassate sostenuti dall'industria arriva ad una risultato negativo. Neanche uno.

"Chi paga il pifferaio sceglie la musica", sia per i prodotti alimentari che per i farmaci ed i vaccini.

http://www.rischiochimico.it/drupal/content/colorante-cancerogeno-nella-coca-cola-e-pepsi-il-4-metilimidazolo-e150d

Lesser LI, Ebbeling CB, Goozner M, Wypij D, Ludwig DS (2007) Relationship between Funding Source and Conclusion among Nutrition-Related Scientific Articles. PLoS Med 4(1): e5. doi:10.1371/journal.pmed.0040005

Dal Blog di Eugenio Serravalle

Gallina.

A Bedizzole, vicino al lago di Garda, un comitato di cittadini è riuscito a bloccare la realizzazione di un inceneritore (o gassificatore) sperimentale di cacca di pollo (pollina).

 

CITTADINI - INQUINATORI: 1-0

 

Dopo le amministrative di maggio 2012 e dopo la giornata di oggi si riaccende un barlume di speranza, potendo toccare con mano quanto possa essere importante il risveglio dei cittadini, per troppi anni controllati unidirezionalmente dai mass media, e che oggi possono, invece, attivarsi e moltiplicare il loro potere grazie alla comunicazione e alla collaborazione.  Il progetto era stato presentato oltre un anno fa da una azienda, che ne avrebbe ricavato finanziamenti pubblici milionari a favore delle energie rinnovabili. La pollina, infatti, è stata recentemente equiparata per legge alle biomasse per poterne incentivare l'incenerimento. Scelta in controtendenza rispetto allo smantellamento degli inceneritori in corso in America e in Europa, le cui linee guida per l'ambiente indicano il divieto di realizzazione di nuovi inceneritori per rifiuti che possono essere differenziati o compostati.

 

La pollina non è un buon combustibile e può essere trattata in molti modi più ecologici rispetto all'incenerimento: ma l'incenerimento permette anche di aggirare la direttiva nitrati (che impone agli allevatori l'onere di spargerla in superfici estese per diluire l'effetto dannoso sul suolo di un rifiuto pieno di antibiotici e sostanze chimiche: c'è poco di naturale negli allevamenti intensivi!).

La pollina, per di più, sarebbe stata per buona parte importata da altre zone, con un andirivieni di centinaia di mezzi pesanti al giorno.

L'impianto sarebbe, dunque, stato inefficiente, antieconomico, e con pesanti emissioni nell'atmosfera, già gravata dai record di inquinamento (e di tumori) della Pianura Padana.

Ma, secondo la legge, un inceneritore di biomasse fino a un MegaWatt può essere approvato dalla Provincia con iter semplificato, senza

Valutazione di Impatto Ambiantale (VIA) e senza parere vincolante dei Comuni. In tutta Italia fioriscono, pertanto, decine di progetti analoghi, che aspirano ad approfittare degli incentivi: un vero sperpero di denaro pubblico per progetti spesso di nessuna utilità pubblica, visto che, oltre tutto, il fabbisogno energetico del paese è già abbondantemente coperto.

Il comitato bedizzolese ha raccolto 10000 firme e ha ottenuto il coinvolgimento di

sette comuni di partiti diversi (ma concordi nella contrarietà al progetto!).

Grazie a cinque manifestazioni di protesta, tre conferenze con esperti per valutare rischi e alternative e una fiaccolata, è stata tenuta viva l'attenzione dei cittadini e dei media, anche grazie all'utilizzo massiccio dei social media.

Tutto ciò ha convinto i funzionari provinciali a ponderare con molta cautela una domanda che, senza la mobilitazione popolare, sarebbe stata pressoché automaticamente accolta.

Ben lontano dalla semplice mentalità "Nimby", il Comitato si è battuto non per spostare l'impianto, ma per dimostrare la dannosità sociale ed ecologica di questi progetti e di tante altre fonti di nocività non giustificate dall'interesse pubblico. E, nei mesi, il dialogo con altri comitati ha portato ad una vera e propria Rete provinciale per l'ambiente, con continuo scambio di informazioni, suggerimenti, manifestazioni condivise e un vero progetto: liberare la provincia più inquinata d'Italia dalle proprie fonti di nocività.

Il 13 giugno la risposta: la provincia di Brescia ha ascoltato le ragioni dei cittadini, degli imprenditori agricoli e turistici della zona, rifiutando l'approvazione al progetto: l'interesse di un privato non può e non deve schiacciare la salvaguardia della collettività.

 

(Articolo di Giorgio da Bedizzole)

Il 21 aprile è l'EMR ACTION DAY, cioè la Giornata Mondiale contro i Campi Elettromagnetici innaturali, un'iniziativa a livello mondiale, di cui purtroppo i media italiani non danno notizia.
cellulari-radiazioni. E mentre in Italia nessuno presta attenzione ad un tema così importante per la nostra salute, il Parlamento di Israele ha approvato una legge che impone sulle confezioni dei telefonini una scritta che recita: 'Warning - the Health Ministry cautions that heavy use and carrying the device next to the body may increase the risk of cancer, especially among children' cioè 'ATTENZIONE - Il Ministro della Salute avvisa che uso intenso e il posizionamento di questo telefono vicino al proprio corpo può causare il rischio di cancro, specialmente per i ragazzi' (fonte: Haaretz).



La rinomata Università di Yale ha appena ha pubblicato su Nature i risultati del primo studio sistematico sugli effetti del telefonino durante la gestazione. Per quanto il giornalista nell'articolo si prostri ai dettami della lobby delle telecomunicazioni, avvertendo ad ogni passo che si tratta solo di ipotesi, ormai non si possono più negare i gravi effetti dei cellulari sulla gravidanza.

L'informazione è davvero poca... ma è necessario informare, perchè la salute di tutti gli essere viventi va sempre salvaguardata, ma anche perchè nel futuro sono in progettazione apparecchiature molto più pericolose dei cellulari, come la 'spina senza spina' (originale in lingua inglese pubblicato su 'Technology Review' del MIT-Massachusetts Institute of Technology), un dispositivo che potrebbe innalzare enormemente il livello di elettrosmog.

È anche curioso il fatto che ufficialmente si cerchi sistematicamente di sminuire o di ignorare gli effetti pericolosi dei CEM, mentre dall'altro lato siano in corso molte ricerche sulle possibilità di interagire con il corpo umano (e la psiche) tramite campi elettromagnetici. Una cosa dovrebbe escludere l'altra, non vi pare? Questo brevetto ('Alterazione del sistema nervoso tramite i monitor dei PC e gli schermi televisivi') sembra invece provare che gli effetti sul corpo umani ci sono eccome, e si possono anche creare appositamente!

L'utilizzo eccessivo di apparecchiature elettromagnetiche non presenta solo questi rischi, però. Ad esempio, l'uso intenso e prolungato di monitor e video (che si può fare solo al chiuso) è causa di un forte deficit di vitamina D (Senza sole ci ammaliamo). Tutte queste considerazioni dovrebbero indurci a considerare tutti gli aspetti della 'rivoluzione informatica' e dell' 'era digitale', e non solo quelli che (sembra) ci portino vantaggi.


Newsletter 99 - Aprile 2012 FENG SHUI Accademy

 

campagna.

Quando mi trovo a dover spiegare che cosa è il biologico mi ritrovo un po’ confuso. Ho come l’impressione che la risposta non esista se non una risposta così semplice da risultare banale.
La mia azienda è un’azienda a conduzione familiare ed io sono l’ultimo di 4 generazioni. Se avessi detto a mio nonno che faccio il biologico lui mi avrebbe senz’altro risposto:”Oh cos’è?” e allora io glielo avrei spiegato così come posso spiegarlo a chiunque:”Sai nonno, non uso pesticidi e veleni.” E allora lui mi avrebbe detto:”Io non facevo il biologico ma lavoravo la terra proprio come te.” . E allora: come posso affermare di fare qualcosa di nuovo?
In realtà tra me e mio nonno c’è qualche anno ma, soprattutto, una generazione di mezzo e sono proprio quegli anni e quella generazione che hanno creato qualcosa di nuovo…
Fermiamoci per un attimo a riflettere su cosa è successo in quegli anni perché noi parliamo tanto di biologico e in realtà non abbiamo inventato nulla e invece non parliamo di chimica e invece è proprio questo che è stato inventato. Dal dopoguerra a oggi è stata attuata una politica agricola che tende a creare reddito senza preservare la salute delle persone e dell’ambiente. Un esempio palese è il cambiamento climatico a cui stiamo andando in contro.

La chimica ha rivoluzionato il modo di produrre, trasformare e conservare gli alimenti e ambiente, introducendo prodotti nuovi e metodi nuovi, in poco tempo e senza informare i consumatori. L’aspetto esteriore dei prodotti dell’agricoltura chimica è identico a quello dei prodotti dell’agricoltura biologica, perciò i consumatori non sono in grado di distinguerli. Ma soprattutto esiste un’ideologia dominata dal principio che il terreno agrario sia una macchina inerte per produrre quanto più è possibile. L’agricoltura chimica, insomma, ha dimenticato che il terreno è vivente e che deve produrre alimenti di qualità per gli esseri viventi. Cosa, invece, che faceva mio nonno e cosa che cerco di fare anch’io.
Quindi, non so spiegare cosa sia il “biologico” e questa parola per me non significa nulla se non in riferimento al significato stesso e arcaico della parola ( bio = vita, logos = parola, linguaggio) ma so cosa è la chimica, sperimentata e utilizzata sia da me che dai miei familiari. La mia scelta è stata quella di non utilizzare pesticidi e veleni per preservare chi lavora la terra e chi consuma le verdure prodotte dall’azienda, per tenere conto del terreno e per valorizzarlo. E scopro con sorpresa che la terra stessa crea nutrimento, che non c’è bisogno di molto per produrre verdura di qualità.
Mio nonno produceva ortaggi biologici e non lo sapeva, non era una scelta etica ma sapeva fare quello che da sempre si era fatto con la terra, parlava il linguaggio della vita (bio-logico). Io ho scelto ma per mantenere viva un’esperienza, perché mi va di fare qualcosa che non distrugge ma che dà vita. In fin dei conti anch’io non ho scelto nulla perché di scelta non si tratta, si tratta ben si di necessità. E mi piacerebbe che un po’ tutti avessimo la stessa necessità: preservare noi stessi, l’ambiente, la cultura.

Alessandro C.da Bio Colombini



ospedale.



In Italia quasi la metà di tutte le polmoniti si prende in
ospedale e si tratta anche della forma più grave, con un tasso di mortalità del 18% contro quello del 7% di chi si ammala fuori. I batteri che si sviluppano negli ambienti ospedalieri, infatti, si selezionano e divengono molto più resistenti agli antibiotici.
Chi prende la polmonite durante un ricovero, rileva lo studio, impiega inoltre più tempo per guarire: 19 giorni contro i 15 di chi contrae la malattia in condizioni ordinarie. È quanto emerge da uno studio sulle polmoniti presentato in occasione del 112/mo Congresso della Società di Medicina a Roma.

Secondo lo studio il 18% delle polmoniti contratte in Italia è 'nosocomiale', ovvero causato da un'infezione contratta in ospedale, mentre un altro 30% si prende in seguito a frequenti contatti con strutture sanitarie come day hospital, in cronicari o in istituti per la riabilitazione.

“La polmonite nosocomiale (Hap) e quella che insorge in comunità ma che è associata a procedure sanitarie (Hcap) sono le più gravi – ha spiegato Mario Venditti del dipartimento di Sanità Pubblica e Malattie Infettive al Policlinico Umberto I e professore associato all'Università La Sapienza di Roma -, in quanto causate dagli stessi batteri che si sviluppano negli ambienti ospedalieri e si selezionano, diventando molto più resistenti agli antibiotici che qui vengono usati in dosi importanti”.

Secondo il prof. Francesco Violi, presidente SIMI, “dovremmo tutti in generale capire che rimanere in ospedale a lungo è pericoloso, perché è un ricettacolo di batteri. Vale per i visitatori, soprattutto per i bambini. Dovremo cercare di orientarci sempre più verso le cure domiciliari”.
 
di Redazione InformaSalus.it
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