“Lunedi 27 dicembre e' iniziata una grande avventura di Simone Moro, scalare la vetta del Gasherbrum II (8036 m) per la prima volta nella stagione invernale, insieme a due grandi compagni di spedizione Denis Urubko e Cory Richards''

 

Riportiamo le note delle ultime ore di questo viaggio dove si parla di un incontro speciale... con un spirito libero di questi luoghi''

 

SIMONE MORO

Ho iniziato da piccolo a frequentare e conoscere la montagna. Dapprima camminando per sentieri con la famiglia durante le vacanze estive, poi su vie ferrate con mio padre  e dall’età di 13 anni ho iniziato le prime vere scalate sulla falesie vicino a Bergamo, la mia città. Nel 1985 ho partecipato alla prima gara d’arrampicata  a Bardonecchia e per i successivi 5 anni ho fatto gare a tutti i livelli (nazionale ed internazionale) di arrampicata sportiva. Nel 1988 sono anche entrato a far parte della nazionale italiana di arrampicata e del 1992 al 1996 ne sono stato l’allenatore.

Dal 1992 ad oggi ho fatto già più di 40 spedizioni alpinistiche di cui 10 invernali, in quasi tutti i continenti. Alcune di queste avventure sono state premiate in Italia, Russia ed America. Per 10 volte sono salito su una cima principale o secondaria di 8000 metri anche se il mio alpinismo  non è focalizzato solo su quelle quote o sulla collezione dei 14 ottomila. Non a caso  lungo il mio  percorso verticale  recente e passato ci sono anche tante vette di 7000 e 6000 metri nonchè salite tecniche su ghiaccio, misto, roccia. Mi piace insomma vivere l'alpinismo nel modo più ampio e variegato possibile.

 

 

Fermati dal freddo, ma pronti per il G II

 

simone-moro. Siamo rientrati a Skardu dopo il periodo di acclimatamento sul Khosar Gang.
Quelli trascorsi sono stati giorni importanti che ci hanno permesso di iniziare una notevole fase di acclimatamento che completeremo comunque sul Gasherbrum II, che è il nostro vero obiettivo.

In questa foto potete vedere il campo I del Khosar Gang.
Le condizioni meteo sono state buone a eccezione del giorno in cui abbiamo tentato la vetta, durante il quale il freddo a -15° abbinato a un forte vento e a leggero nevischio hanno reso quella salita particolarmente complicata e la percezione della bassa temperatura ancor più intensa..
Giunti infatti a circa 200 metri di dislivello dalla cima, Cory accusava freddo inte
nso e scarsa sensibilità ai piedi e alle mani e per evitare qualsiasi rischio di grave congelamento ho deciso che saremmo rientrati tutti assieme a Campo 1 e poi direttamente al campo base. La fotografia qui accanto è quella del momento in cui abbiamo preso la decisione di rinunciare alla vetta e quello ripreso sono io.

Le notti passate in quota sono comunque servite e con il passare dei giorni divenivano sempre più normali e riposanti, sintomo dell’adattamento in corso. 

Il Khosar Gang è una montagna la cui base è situata a poco più di 2000 metri e la cima intorno ai 6000/6100. Dunque oltre 4000 metri di dislivello che abbiamo compiuto più volte, considerando le ripetute salite a campo 1 e poi il tentativo alla vetta.
Oggi prepareremo le ultime cose prima del volo che il 10 gennaio (meteo permettendo) ci porterà al campo base del Gsimone-moro. asherbrum II.
Purtroppo un problema non indifferente sta occupando la mia mente.
Il modem satellitare che dovrebbe permetterci l’invio di immagini, video e altri files dal campo base, non funziona….!!
Nonostante avessi fatto positivamente tutti i test a casa e simulato invio di dati e scritti, qua invece non funziona. Un maledetto “code20” e la scritta “disconnected” mi stanno facendo mangiare il fegato e temere il peggio… Ossia l’impossibilità di contatti con invio dati e dunque relegando il tutto ai semplici collegamenti telefonici (il telefono satellitare funziona sempre per fortuna…).
simone-moro. Spero di riuscire comunque a darvi notizie presto.

Per ora accontentatevi di questo scritto e qualche foto, come quella di noi tre in tenda, a esempio…
Ah, io sono al centro mentre a sinistra c'è Cory Richards e a destra Denis Urubko.

Ciao

 

Simone

 


 

Sulle tracce del leopardo delle nevi

 

piedeneve. Durante l’acclimatamento sul Khosar Gang abbiamo visto più volte e ben nitide le impronte del leopardo delle nevi.
Sarebbe stato magnifico vederlo anche dal vivo ma questo è un privilegio che questo animale concede rarissimamente.
Vive in tutta la zona himalaiana e misura oltre un metro di lunghezza, mentre è alto più di mezzo metro.
Un bel gattone, come si capisce dalla fotografia dell’impronta paragonata a un mio piede…

Simone

 

Tratto da La Gazzetta dello Sport

"Science" intervista il premio Nobel Dr. Luc Montagnier sull'omeopatia e segnali elettromagnetici "

 

Montagnier. Negli ultimi giorni del 2010 i giornali hanno riportato la notizia di un rapporto australiano pubblicato sulla rivista scientifica Archives of Disease in Childhood - dal titolo originale “Adverse events associated with the use of complementary and alternative medicine in children” - in cui si affermava che l’uso indiscriminato delle medicine alternative può essere molto pericoloso o addirittura mortale per i bambini. Nel contempo il Comitato Scienza e Tecnologia del Parlamento inglese ha sollecitato il governo e il servizio Sanitario nazionale a cancellare ogni erogazione di fondi a favore della pratica omeopatica: «i prodotti omeopatici non sono medicine e non dovrebbero più essere autorizzati dal Mhra (l’Agenzia regolatrice inglese dei farmaci)».
La Rabbia è figlia della Paura, come insegna la medicina cinese. Ecco perché i detrattori dell'omeopatia attaccano senza pietà: hanno paura e reagiscono con la violenza. E’ l’ elefante impazzito alla vista del topolino, che gli sguscia tra le zampe. L’ elefante non capisce perché non riesce a schiacciarlo, nonostante la sua mole, i barriti, la proboscide.
Forse la paura nasce da piccoli ma importanti segnali di crepe sul fronte. Per esempio l' intervista davvero notevole recentemente pubblicati sulla rivista Science (24 dicembre 2010) al virologo francese e premio Nobel dottor Luc Montagnier che descrive il suo ultimo lavoro che ha implicazioni significative sulla omeopatia. Questa ultima intervista esprime l' alto rispetto che ha il dottor Montagnier per la medicina omeopatica e le sue preoccupazioni circa il "terrorismo" contro di lui e altri validi ricercatori da parte degli scettici non adeguatamente informati. Montagnier fa la seguente forte dichiarazione riguardo ' omeopatia e le dosi omeopatiche : "Non posso dire che l'omeopatia funzioni. Quello che posso dire ora è che le alte diluizioni funzionano. Le alte diluizioni di qualcosa, non sono nulla. Sono strutture di acqua che imitano le molecole originali." Inoltre, Montagnier si riferisce al dottor Jacques Benveniste, lo scienziato francese che condusse una ricerca sulle dosi omeopatiche, come un "moderno Galileo".

Luc Montagnier aveva recentemente affermato di avere le prove sperimentali che conferirebbero basi scientifiche all’omeopatia. L’omeopatia è una disciplina per la quale certe sostanze, se estremamente diluite e successivamente sottoposte a “dinamizzazione” (le fiale contenenti la diluizione devono essere agitate con un procedimento detto “succussione”) sono efficaci nel trattamento di un ampio spettro di patologie. Ma dal punto di vista chimico, la diluizione è talmente alta che alla fine del processo non rimane nessuna molecola. Da un certo punto in avanti, non si fa altro che diluire acqua con acqua. Per dare un’idea delle proporzioni una diluizione omeopatica tra le meno estreme equivale a una goccia nell’Oceano Atlantico: un paradosso che sarebbe però spiegato dall’ipotesi della memoria dell’acqua, secondo la quale l’acqua sarebbe in grado di conservare il ricordo delle sostanze da cui è attraversata.
Montagnier in un 'intervento intitolato "Nano elementi dai microrganismi" affermò:" I miei studi sul virus dell'AIDS mi hanno portato ad avvicinarmi alle idee di Benveniste". Montagnier poi spiega: "Quando una sospensione di micoplasmi è filtrata attraverso filtri di porosità compresa tra 20 e 100 nm (notevolmente più piccoli della taglia media dei micoplasmi), il filtrato ottenuto è apparentemente sterile se coltivato in un terreno sintetico o analizzato con PCR DNA. Ma se il filtrato sterile è posto in incubazione con linfociti T umani (precedentemente testati come indenni da infezione da micoplasma), dopo due o tre settimane si osserva la ricomparsa di micoplasmi con tutte le loro caratteristiche, anche se il filtrato è portato alla milionesima diluizione". L'interpretazione del fenomeno che Montagnier propone è che le nano strutture che esistono nel filtrato contengono ciascuna un frammento dell'informazione genetica e possono in questo modo ricostruire l'insieme del genoma infettivo con l'aiuto delle cellule eucariote. Questa ipotesi ha spinto Montagnier a studiare la natura di queste nano strutture e così a scoprire un altro fenomeno curioso: la generazione di onde elettromagnetiche a bassa frequenza (tra 1.000 e 5.000 Hertz) da parte di specie batteriche e di virus in diluizioni acquose appropriate. Batteri patogeni classici come coli, stafilococchi, streptococchi, micoplasmi ed alcuni virus sono sorgenti di queste strutture che emettono segnali elettromagnetici. I segnali sono quasi tutti simili, anche se una analisi più raffinata rivela differenze di specie. Il plasma di persone cronicamente infette dagli stessi agenti patogeni emette segnali simili.
Quale eco hanno avuto queste riflessioni sorprendenti? L'omissione come tagliente arma di disprezzo.
Il Dott. Francesco Marino, medico omeopatico della FIAMO (Federazione Italiana delle Associazioni e Medici Omeopatici) afferma: "Standing ovation per questo scienziato, che ha il coraggio delle proprie idee e le difende con coerenza! Montagnier non è certo il primo a scoprire ed affrontare sfide e paradossi dell’ Omeopatia, in particolare la questione delle alte diluizioni, che l'ormesi non può spiegare. Potrebbe godersi la pensione ed i frutti del suo enorme lavoro, farsi i fatti suoi e far finta di niente, come tanti suoi colleghi. E invece mette tutto in discussione per sostenere la plausibilità dell’ Omeopatia, senza pregiudizi. Come Louis Rey, Elia e altri (senza dimenticare il povero Benveniste) ha dimostrato, con dati incontrovertibili alla mano, che le alte diluizioni non sono il Nulla ma che, al contrario, potrebbero aprire filoni di ricerca in grado di rivoluzionare il corso della Scienza. Come altri prima di lui, ha trovato uno dei punti deboli su cui si fonda il paradigma meccanicistico e sa bene che su questa foglia di fico sono stati costruiti imperi economici talmente potenti e persuasivi da decidere non solo il destino e l’ agenda della scienza moderna ma, soprattutto, i profitti aziendali e le carriere di universitari, ospedalieri, amministratori, politici, etc.: ancora una volta, è l’ Economia a dettare le regole del gioco, fissando la “piramide gerarchica” degli interessi e delle priorità. L’ Omeopatia avanza, nonostante tutto, per cui va fermata ad ogni costo: attraverso leggi speciali, il discredito scientifico, le campagne diffamatorie, il tutto abilmente orchestrato dai media “schierati”. Le sue prese di posizione irritano l’ establishment perché vengono da uno dei più stimati scienziati viventi. Non resta che augurarci che dalla comunità accademica altre voci si levino in favore delle sue tesi e che l’ esempio dato da Montagnier trovi ulteriori riscontri."
Il dott. Montagnier all'età di 78 anni dopo aver ricevuto il premio Nobel nel 2008 per la scoperta dell' HIV si allontana dal "terrorismo intellettuale" ( così viene definito dalla rivista Science) per assumere la direzione del nuovo Istituto di Ricerca dell'Universita di Jiaotong a Shanghai dove potrà continuare ad approfondire gli studi che hanno provocato uno shock a molti scienziati. Sostiene che i Cinesi abbiano una maggior apertura mentale (o probabilmente, penso io, meno pregiudizi e maggior lungimiranza) e all'intervistatore che gli chiede se non teme di scadere nella pseudoscienza risponde: No, perchè non è pseudoscienza. Non è ciarlataneria. Sono fenomeni reali che meritano studi ulteriori.
I veri scienziati come Montagnier che hanno il coraggio di andare contro il parere di tutto il mondo accademico in terreni inesplorati meritano grande rispetto.

 

Tratto da LA STAMPA 8 Gennaio 2011

lavandaia. Vi ricordate quando Nausicaa, principessa dei Feaci, va a lavare i suoi vestiti al fiume, un trucco degli dei per farle trovare Ulisse appena gettato dalle onde sulla vicina spiaggia ? Omero, l’autore di questa storia di circa tremila anni fa, racconta che la principessa e le sue amiche per lavare pestavano i tessuti con i piedi in una fossa piena di terra, perché gia allora si sapeva che certe terre assorbono il grasso e lo sporco dai panni; una conoscenza diffusa dovunque già nel mondo antico in cui si usava pulire con terra da folloni, una argilla (un silicato di alluminio talvolta contenente sodio, potassio, calcio), i tessuti sia a livello domestico sia, più tardi, a livello industriale.

Con il procedere dell’industrializzazione sono state scoperte le argille più idonee e l’operazione di follatura, invece che con le mani e i piedi è stata fatta con adatte macchine, le gualchiere, azionate del moto delle acque. Poi le conoscenze chimiche hanno offerto altri materiali per lavare; poi, quando si è scoperto che i carbonati di potassio e sodio delle ceneri delle piante, altri ingredienti del lavaggio, potevano essere fabbricati artificialmente, si è avuta la diffusione delle prime fabbriche di soda, già agli inizi dell’Ottocento. Poi le conoscenze della chimica hanno permesso di ottenere industrialmente i saponi, i sali di sodio e potassio degli acidi grassi.

Poi nel Novecento si è scoperto che alcuni inconvenienti del sapone, la formazione di saponi di calcio insolubili nelle acque, potevano essere evitati con i detergenti sintetici, dapprima acidi grassi naturali modificati chimicamente (come solfati o solfonati di acidi grassi), poi con detergenti del tutto sintetici ottenuti da materie prime derivate dal petrolio. Poi si è scoperto che alcuni detergenti sintetici erano “troppo perfetti” e restavano schiumosi nelle acque dei fiumi e dei laghi perché non erano degradati dai microrganismi presenti nelle acque naturali.

sapone_aleppo. sapone_marsiglia.












Ed è cominciato un cammino a ritroso. Si è visto che le materie petrolifere più economiche non erano adatte come detersivi domestici, e sono state emanate leggi che vietano la vendita di detergenti “non biodegradabili”; poi si è visto che i fosfati, altri “perfetti” additivi per il lavaggio, restavano nelle acque e provocavano la proliferazione delle alghe e il fenomeno della eutrofizzazione nei fiumi e nei laghi e sono state emanate leggi che impongono di limitarne la quantità. Poi si è visto che forse il vecchio “sapone”, che una volta si chiamava “sapone di Marsiglia”, non era poi tanto cattivo e sono comparsi dei preparati per lavare commerciali “con Marsiglia”. Poi si è visto che forse Nausicaa e i Romani e i tessitori medievali non erano tanto stupidi quando usavano la “volgare” argilla e adesso compaiono detersivi commerciali con “argilla”, che si trova in natura e che è capace di assorbire i grassi indesiderabili, per adesso quelli di piatti e pentole. Un altro esempio di crescita, declino e resurrezione delle merci e di vendetta della natura.

 

Autore: Giorgio Nebbia

Notiziario di Merceologia, 13 dicembre 2010

 

‘’ a proposito di traumi articolari, pubblichiamo i suggerimenti di un esperto in materia il Dottor Marco Franchini, collaboratore di IOME ITALIA, ringraziando cordialmente’’

 

L’IMPORTANZA DELLA PREVENZIONE IN TRAUMATOLOGIA

 

 

ginocchio.

“Prevenire è meglio che curare” recitava un azzeccato slogan pubblicitario qualche anno fa. Ebbene, reduce da un intervento al ginocchio resosi necessario per curare gli effetti di una severa frattura riportata 25 anni fa, sto avendo modo di rendermi conto della veridicità di questa affermazione.

Tranquilli, non ho nessuna intenzione di tediarvi coi miei problemi di salute personali ma semplicemente di rendere pubblica la mia esperienza personale e quella di qualche centinaio di pazienti da me curati nella speranza che possa essere di qualche utilità.

Col senno di poi tutti noi eviteremmo degli eventi che hanno portato a lesioni più o meno severe, questo è fin troppo banale. Meno banale è l’atteggiamento che bisogna avere (sottolineo, bisogna avere) una volta riportate queste lesioni perché questo condizionerà inevitabilmente la qualità di vita che ci resta da vivere. E certamente è meno facile dato che di buoni propositi è facile farne ma molto più difficile è tradurli in pratica.

Un trauma articolare (una distorsione o una frattura di ginocchio, caviglia o altri segmenti) evolve inevitabilmente verso un’artrosi precoce. Tradotto in sintomi significa progressiva limitazione dell’ampiezza dei movimenti dell’articolazione interessata, dolore più o meno intenso e tendente a cronicizzare, limitazione funzionale e dell’autonomia nelle normali attività quotidiane. È facile intuire che nella vita quotidiana, di lavoro o di relazione, questo può diventare un problema serio.

Cosa fare allora ?

Sicuramente il mantenimento del peso forma è un ottimo punto di partenza. Il sovrappeso è un fattore usurante indiscusso per lo scheletro in toto, oltre a rappresentare una potenziale concausa di malattie sistemiche invalidanti, diabete e cardiopatie ipertensiva e|o ischemica su tutte. Quindi una corretta alimentazione è assolutamente raccomandabile, oltretutto sarà un toccasana anche per il nostro aspetto estetico e di conseguenza per l’autostima, elementi non certo trascurabili come componenti di un benessere inteso a 360 gradi.

Un altro punto cardine per il buon mantenimento delle articolazioni lesionate è la regolare attività fisica. Le articolazioni non sono fatte per stare ferme, questa condizione le rende più rigide e meno “lubrificate” dal liquido sinoviale che le nutre. Certo, cum grano salis, come dicevano i nostri antenati.

E’ sicuramente preferibile un’attività fisica aerobica (evitare sforzi intesi e di breve durata) che non stressi eccessivamente le componenti articolari quali menischi e legamenti (la bicicletta e il nuoto permettono di tonificare la muscolatura senza comportare un lavoro troppo gravoso per le articolazioni) e ripetuta con regolarità nell’arco della settimana.

L’uso di farmaci condroprotettori (acido ialuronico e simili) è un ottimo adiuvante, ma segue e non può precedere i punti or ora descritti. Inoltre dev’essere regolato da prescrizione medica, il fai da te in questo caso non paga.

Mi rendo conto di avere fatto un elenco della spesa forse troppo populista e banale, però ho capito che l’esperienza è un’ottima maestra di vita e ascoltandola c’è solo da guadagnare.


Dott. Marco Franchini specializzato in ortopedia e traumatologia. IOME® - Istituto Orientale di Medicina Energetica

Per tutti i nostri appassionati mangiatori di miglio, per coloro che non sanno cosa sia, per quelli che pensano che sia cibo per gli uccellini... Come il riso questo cibo degli dei ha nutrito l'umanità per secoli e secoli. Rimettiamolo nella nostra alimentazione quotidiana, tra le sue proprietà quella di nutrire le cellule ossee e cartilaginee, migliora la qualità degli annessi cutanei e ci ''ringiovanisce''!

 

Un cereale dell’antichità per la sicurezza alimentare odierna


di Guido Agostinucci



Famiglia: Poaceae
Sottofamiglia: Chloridoideae
Genere: Eleusine
Specie: coracana

Origini e diffusione

Sebbene in italiano il nome comune di questa specie fa chiaro riferimento all’India, diversi studi hanno confermato come luogo di origine del panico indiano (Eleusine coracana) gli altopiani etiopi dell’Africa orientale (D’Andrea et al, 1999). Difatti, i ritrovamenti archeologici più antichi di questa specie, risalenti a 5.000 anni fa, sono stati estratti da scavi effettuati ad Axum, in Etiopia e sono molto simili alle varietà attualmente coltivate (de Wet, 2006). Oggigiorno, il panico indiano é coltivato principalmente in paesi dell’Africa orientale quali l’Etiopia e l’Eritrea e tale coltivazione si espande a sud del continente fino al Mozambico, Malawi, Zimbabwe e Sud Africa dove prima dell’introduzione del mais, il panico indiano costituiva l’alimento principale delle diete locali. In Uganda, il panico indiano é tuttora tra i cereali di maggiore importanza essendo coltivato su una superficie di oltre 0,4 milioni di ettari. Nell’Africa occidentale, tale specie ha un’importanza assai minore anche se lo si trova in Namibia ed alcune zone a bassa piovosità del Niger, Nigeria e Senegal. Circa 3.000 anni fa, il panico indiano raggiunse il continente asiatico dove tutt’oggi viene coltivato principalmente negli altipiani dell’Himalaya in India, principale produttore mondiale, ed in Nepal. Lo si trova anche in Cina, Giappone e Stati Uniti dove però ricopre un’importanza marginale.


A livello mondiale si stima che l’Eleusine coracana venga coltivato su un’area di oltre 3 milioni di ettari, di cui 1 milione in Africa, con una produzione annua pari a 2,5 milioni di tonnellate (de Wet, 2006).

Caratteri botanici

Esistono due sottospecie di panico indiano, la forma selvatica (Eleusine coracana subsp. africana) e quella derivante da questa, ovvero la forma coltivata (Eleusine coracana subsp. coracana) (Van Wyk e Gericke, 2000). Inoltre, la specie selvatica (Eleusine coracana subsp. africana) é molto simile alla gramigna indiana (Eleusine indica) ragione per la quale possono essere erroneamente confuse tra di loro.
Il panico indiano é una specie erbacea monoica annuale con grande capacità di accestimento. La pianta raggiunge i 120 cm di altezza (Duke, 1983) ma risulta soggetta ad allettamento quando se cresce eccessivamente in altezza. Le foglie sono lucide, di un verde intenso, lunghe dai 220 ai 500 mm e larghe 6-10 mm. Inoltre il miglio indiano possiede un apparato radicale molto sviluppato che permette la sopravvivenza di questa specie anche in zone caratterizzate da scarsa piovosità (Van Wyk e Van Oudtshoorn, 1999). Allo stesso tempo, tale apparato radicale risulta molto utile nel trattenere il terreno in zone soggette a fenomeni erosivi.
Il panico indiano é una specie autofertile la cui pollinazione avviene attraverso la dispersione del polline ad opera del vento. Essa culmina nella produzione di un’infiorescenza costituita da un panicolo digitato con un numero di spighette che può variare da 2 a 8 (vedere Figura 1). Esse non si disarticolano al momento della maturazione ed i frutti sono costituiti da chicchi di forma globosa di 1-2 mm di diametro che possono essere di colore bianco, rosso, marrone o nero dipendendo dalla varietà.

infiorescenza-prossima-alla-maturazione. Figura 1. Infiorescenza prossima alla maturazione (foto di Guido Agostinucci).

 

I semi del panico indiano non vanno in dormienza a seguito della raccolta. Nonostante ciò, essi germinano solamente con livelli adeguati di umidità e le piantine, una volta nate, sono inizialmente sensibili alla siccità. Le piante adulte, resistono a periodi di siccità rimanendo in dormienza e riprendendo la crescita solamente nel caso di condizioni favorevoli. Essendo una pianta a ciclo fotosintetico C4, il panico indiano resiste e cresce anche a temperature elevate che sfiorano i 40°C.
Dalla semina alla fioritura occorrono dai 50 ai 120 giorni dipendendo dalla varietà e le condizioni pedoclimatiche, mentre per completare l’intero ciclo produttivo, occorrono dai 90 ai 180 giorni. La fioritura delle singole infiorescenze (Figura 2) dura 8-10 giorni e procede dall’alto verso il basso della spighetta (de Wet, 2006).

Fioritura delle singole spighette.

Figura 2. Fioritura delle singole spighette di Eleusine coracana (foto di Guido Agostinucci

 

Esigenze ambientali

Il miglio indiano è un cereale tipico delle zone tropicali, perfettamente adattato a resistere periodi di siccità senza l’ausilio di sistemi irrigui. Si adegua estremamente bene ad altitudini elevate dove lo si trova coltivato principalmente dai 500 ai 2400 metri sul livello del mare (National Research Council, 1996)(Figura 3).

 

Coltura di miglio indiano a 2,100 metri di altitudine in Nepal.

Figura 3. Coltura di miglio indiano a 2,100 metri di altitudine in Nepal (foto di Guido Agostinucci).


Il miglio indiano lo si trova in aree con precipitazioni annue pari a solo 300 mm ma generalmente viene coltivato in zone che ricevono 500-1000 mm di pioggia all’anno (National Research Council, 1996). Per una produzione ottimale, tali precipitazioni devono essere ben distribuite durante l’intero periodo di crescita della coltura anche se la pianta tollera bene periodi di siccità purché non eccessivamente prolungati. Seppur il miglio indiano predilige temperature medie intorno ai 23°C, esso sopporta sia temperature fresche (8°C) come le minime che caratterizzano gli altipiani asiatici ed africani, sia quelle elevate (35-38°C). L’Eleusine coracana è una specie botanica sensibile al fotoperiodismo e la durata ottimale in questi termini è di 12 ore, ossia essa è una pianta a fotoperiodismo corto.
In termini di terreni, il miglio indiano è una specie molto adattabile anche se predilige suoli caratterizzati da una buona capacità di drenaggio (sabbiosi o franco-sabbiosi), buoni livelli di fertilità ed un pH da 5 a 7 anche se tollera terreni altamente alcalini con livelli di pH fino a 11. Inoltre, l’ E. coracana, rispetto ad altri cereali,ha una buona tolleranza alla salinità ed un’eccellente abilità nell’utilizzare il fosfato di roccia (Flack et al, 1987). Grazie all’apparato radicale molto sviluppato, il miglio indiano fornisce un’ottima protezione contro l’erosione del suolo.

Tecnica colturale

L’Eleusine coracana è un cereale che viene coltivato principalmente in regime asciutto anche se risponde molto bene all’irrigazione con valori di produzione che raddoppiano con l’attuazione del sistema irriguo. Essendo una coltura quasi esclusivamente confinata ai paesi in via di sviluppo, le tecniche colturali tutt’oggi utilizzate in quelle aree richiedono molta mano d’opera e vi sono vaste opportunità per il miglioramento di tali pratiche.
La propagazione del miglio indiano avviene per seme il quale può essere interrato direttamente in campo, oppure in semenzaio con il successivo trapianto in campo. Il peso di mille semi di E. coracana è 2-3 g e se ne utilizzano dai 25 ai 35 Kg/Ha nel caso della semina diretta a spaglio, oppure 3-10 Kg/Ha per le semine su file distanti tra loro 20-25 cm e con spaziature di 5-12 cm sulla fila. La profondità di semina è di 2-3 cm.
Nel caso di coltivazioni in semenzai, 11 Kg di semi producono abbastanza pianticelle per coprire il fabbisogno di 1 Ha (Duke, 1983). Il trapianto in campo avviene 3-4 settimane dopo la germinazione delle pianticelle e l’utilizzo di questo sistema, sebbene richieda molta mano d’opera, permette di raggiungere la produzione in tempi brevi. L’Eleusine coracana viene frequentemente coltivata in consociazione ad altre colture, generalmente leguminose per l’azoto che apportano. Le specie maggiormente utilizzate sono la soia (Glycine max), il dolico d’Egitto (Lablab purpureus), il pisello del tropico (Cajanus cajan), il fagiolo dall’occhio (Vigna sinesi), la guizotia (Guizotia abyssinica) e in minor modo, l’arachide (Arachis hypogea). Il miglio indiano si consocia, anche se meno assiduamente, anche ad altri cereali, come ad esempio il mais, oppure ad alcune specie di ortaggi.
Sebbene generalmente per motivi economici i piccoli produttori di miglio indiano prediligano l’utilizzo di letame, composto, ceneri o colture da sovescio, l’Eleusine coracana risponde molto positivamente all’apporto di fertilizzanti inorganici. Le dosi raccomandate di azoto sono 40-60 Kg/Ha, quelle di fosforo 26-40 Kg/Ha e quelle di potassio 30-50 Kg Ha.
In quanto a rese, esse variano enormemente a seconda del tipo di tecnica colturale adottata, le cultivar utilizzate, il livello di controllo delle piante infestanti, l’impiego di irrigazione o meno e l’apporto di fertilizzanti. I valori delle rese vanno dalle 0,25 alle 5 T/Ha anche se produzioni intorno a 1-1,5 T/Ha sono le più comuni. La produzione di paglia è di 1-2,5 T/Ha in regime asciutto e 9 T/Ha per coltivazioni irrigate, mentre quella di foraggio è di 13,5-15 T/Ha.

Raccolta e utilizzo

Essendo la maggioranza dei paesi di produzione del miglio indiano in via di sviluppo, tale coltura viene raccolta a mano utilizzando due metodi: separando solamente il l’infiorescenza dal resto della pianta oppure tagliando la pianta, con tanto di panicolo, all’altezza del suolo in modo da produrre fascine. Una volta terminata la raccolta in campo, si procede con la separazione dei chicchi dal resto della pianta colpendo le infiorescenze con bastoni oppure facendole calpestare dal bestiame. Si procede successivamente con la mondatura dei chicchi al fine di rimuovere eventuali impurità residue.
Il panico indiano viene normalmente consumato sotto forma di farina che a sua volta può essere utilizzata per la preparazione di minestre o pane. I chicchi vengono anche arrostiti per produrre popcorn, oppure fatti germogliare e successivamente consumati essendo in questo modo altamente nutritivi e facilmente digeribili. Alternativamente, essi vengono fatti fermentare per produrre una bevanda dal forte contenuto alcolico. Il panico indiano è un cereale altamente nutritivo e quello con maggiori contenuti di metionina, un amino acido essenziale per la dieta umana che permette a molte popolazioni di godere di buona salute a prescindere da alimentazioni poco diversificate e basate sul consumo di amido (es. cassava, platano, riso o mais).
I valori nutritivi per 100 g di chicchi di miglio indiano sono i seguenti:


proteine 6-14%
grassi 1-1,4%
carboidrati 72%
calcio 3,44 %
metionina 3%
fibre 3.6%
ferro 5 mg
Energia 323-350 KCal

L’importanza dell’Eleusine coracana per quanto concerne la sicurezza alimentare, soprattutto di vari paesi dell’Africa meridionale, risiede nel fatto che questo cereale, oltre a possedere livelli nutrizionale molto elevati, si presta perfettamente ad essere conservato senza l’utilizzo di insetticidi, anche per lunghi periodi, senza subire alterazioni o essere attaccato da parassiti. Il miglio indiano è difatti di enorme importanza durante l’occorrenza di carestie o anni con scarse produzioni di altri cereali. La durezza del seme e le sue piccole dimensioni non permettono agli insetti di deporre le proprie larve al suo interno. Oltretutto, la tolleranza alla siccità e a moderati livelli di salinità, l’ottima copertura del suolo da parte dell’apparato radicale con conseguenti benefici in termini di riduzione dell’azione erosiva, l’utilizzo degli scarti di lavorazione come mangime per volatili, maiali ed altri animali e la buona produzione di paglia e foraggio, fanno di questa specie un pianta di estrema importanza per molte popolazioni africane ed asiatiche.

Avversità a parassiti

L’Eleusine coracana è una specie poco suscettibile a malattie ed attacchi da parte di insetti fitofagi. Tuttavia in alcuni casi, tale pianta può essere attaccata da varie specie di funghi appartenenti alle seguenti famiglie: Cladosporium, Cercospora, Helminthosporium, Piricularia (in particolare P. eleusine), Sclerospora e Sclerotium. Allo stesso modo il miglio indiano può essere soggetto ad attacchi di nematodi in particolar modo Meloidogyne sp. e Scutellonema sp. oltre ad alcuni tipi di insetti quali locuste, cavallette (per esempio la Colemania sphenarioides) e tignole (es. Sesamia inferens).
In alcuni paesi africani, uno dei maggiore problemi è rappresentato dagli uccelli, soprattutto la quelea (Quelea quelea) la quale forma enormi stormi che si nutrono dei chicchi di miglio indiano decimando la produzione in poche ore.

Rivista -> N. 110 - 15 ottobre 2010http://www.rivistadiagraria.org

 Pubblichiamo un articolo molto importante per tutti i genitori e i loro bambini. Vi invitiamo ad esplorare anche il sito ....www.bambinonaturale.it .... per l'ampiezza di vedute, informazioni ed assistenza forniti.


sorriso.

Cominciamo subito a dirlo, e lo ripeteremo: i denti non sono il problema, sono le vittime! I denti (e lo scheletro di cui fanno parte) si formano dopo i tessuti molli (muscoli e fasce connettivali), i quali sono i responsabili della formazione dei tessuti duri e della forma che questi assumeranno nello spazio.

Quindi avere i denti storti significa avere i muscoli e gli altri tessuti molli che non hanno maturato una corretta funzione, ossia un giusto modo di funzionare. Ed in particolare si tratta dei muscoli di labbra, lingua, guance.

I denti, se storti, stanno lì ad indicarci questo ritardo funzionale dei tessuti molli.

In che cosa consiste questo ritardo?

Considerate che anche l'Organizzazione Mondiale delle Sanità da anni è arrivata a consigliare l'allattamento materno fino ad oltre i due anni. Questo implica che la corretta maturazione funzionale dei muscoli della faccia ( che sono anche muscoli accessori della respirazione ) necessita di almeno due anni di allenamento per completarsi; questo allenamento va fatto con uno strumento di ginnastica posturale adatto, ossia il seno materno, e non con ciucci, biberon e alimenti molli !

Dunque, l'individuo coi denti storti non ha maturato una corretta muscolarità orale; le ripercussioni dovute a questo non sono solo a carico dei denti, e si manifesteranno in vari modi per tutta la vita.
Ci troviamo di fronte ad un problema di incompleta/incongrua maturazione neurologica e quindi muscolare e scheletrica di un distretto importante, l'unico ( oltre a quelli di base: respiro, circolazione sanguigna, digestione ) che funziona a pieno ritmo all'inizio della vita.

È possibile che, quando la maturazione del distretto orale risulti incompleta, venga impedita la corretta maturazione neurologica di altri distretti funzionali ( deambulazione, sviluppo di organi interni, fonazione ecc. ): sebbene si tratti di un'ipotesi ( anche se suffragata da innumerevoli esperienze e considerazioni cliniche e teoriche ), sembra essere piuttosto logica e probabile.

A questo punto la domanda: se i denti storti sono il segno di un ritardo/disfunzione neuromuscolare, quando è più opportuno dare inizio alla rieducazione?

Prendiamo un caso limite: l'individuo che, in seguito a grave incidente, è rimasto paralizzato sulla sedia a rotelle. Quando conviene tentare il recupero? Dopo qualche anno o prima possibile? La risposta è ovvia e non la diciamo per rispetto alla vostra intelligenza.

E come si recupera/riabilita la disfunzione neuromuscolare? Allo stato attuale delle applicazioni ( non delle conoscenze ) tecniche, ci vuole la ginnastica specifica con attrezzi idonei, eventualmente preceduta da uno sblocco dello scheletro se già si è deformato.

Come dire che, quando attrezzi sbagliati ( ciucci e biberon commerciali, alimenti molli, respirazione con la bocca ecc. ), facendo una ginnastica posturale al contrario, inducono il ritardo/disfunzione neurologico/muscolare che si manifesta con la deformazione dello scheletro ( denti storti ), così la rieducazione neuromotoria passa per una giusta ginnastica posturale con attrezzi adeguati, che si manifesterà anche con l'addrizzamento apparentemente spontaneo dei denti.

Parlando del distretto facciale il momento migliore per iniziare la rieducazione è quello tra i 5 e i 6 anni, quando gli incisivi superiori non sono ancora usciti o non lo sono del tutto. Perché?

Perché il rapporto di posizione tra incisivi superiori e inferiori è l'informazione che il sistema nervoso richiede per sapere se deve far crescere il cranio ( tramite i muscoli ) in una certa direzione oppure no.
denti.
Prima
denti.
Dopo liberazione dell'incastro scheletrico e rieducazione neuromotoria
Prendiamo il caso di questa bambina che vedete sopra: la posizione degli incisivi inferiori era al contrario rispetto a quelli superiori. Siccome la posizione è informazione per il sistema nervoso, in questo caso l'informazione si traduceva in "non far crescere il palato in avanti, perché c'è un ostacolo; invece, puoi far crescere la mandibola in avanti tipo scucchia".

Come vedete dalla foto di profilo dopo, una volta eliminato l'incrocio incisivo al contrario e fatta la rieducazione, il palato è cresciuto in avanti ( e il profilo di tutta la faccia è cambiato ) perché il sistema nervoso ha ricevuto l'informazione "via libera alla crescita anteriore del palato".

La prospettiva di crescita per la bambina di cui sopra, in assenza di sblocco scheletrico e rieducazione neuromotoria, sarebbe stato il seguente:
denti.
Il caso più frequente di crescita pervertita, invece, si ha quando gli incisivi superiori coprono troppo quelli inferiori, così che si ha un ostacolo allo sviluppo anteriore di tutta la faccia. L'informazione per il sistema nervoso è "crescita in avanti bloccata: è possibile solo la direzione di crescita verso il basso e l'indietro". Nella fattispecie, le prospettive di crescita sono le seguenti:
denti.

denti.

Faccio notare che in entrambi i casi la crescita della faccia si è evoluta verso il basso; questa è l'origine di facce lunghe, setti nasali deviati, denti storti, nasi con bozzo ecc.

Con l'opportuno sblocco scheletrico ( di cui all'età di 5 - 6 anni spesso si può fare a meno ) e l'insostituibile rieducazione neuromotoria, i risultati possono essere i seguenti:
denti.

denti.
Le immagini si commentano da sole.
Vi rimando ad un mio precedente articolo - Addrizzare i dentini: come, quando e... da chi - per ulteriori informazioni e le opportune precisazioni sulle differenze tecniche e i diversi fini tra quelli che per comodità ho definito ortodontisti "convenzionali" e ortodontisti "posturologi".

di Andrea Di Chiara, odontoiatra Presidente di AIPRO, Associazione Italiana per la Prevenzione della Respirazione Orale

Per ulteriori informazioni e per i consigli preventivi e terapeutici del caso invitiamo a consultare il sito dell'AIPRO, Associazione Italiana per la Prevenzione della Respirazione Orale, www.aipro.info

Dopo un anno Remedia riprende la pubblicazione di articoli importanti per la salute. Ci permettiamo condividere l'ultimo articolo a proposito di ''prodotti erboristici'' sperando di fare cosa gradita ai nostri frequentatori di sito. Grazie naturalmente a Remedia, come sempre.

 

botanica. Nelle ultime settimane sono apparse su web e mass media articoli che parlano di una Direttiva Europea che renderebbe illegale i preparati a base di erbe. Notizie che hanno destato notevoli preoccupazioni e perciò ci sembra opportuno dare informazioni più precise a riguardo.
Il Parlamento Europeo il 31/3/2004 ha emanato la Direttiva 2004/24/CE riguardante i cosiddetti Medicinali Vegetali Tradizionali, cioè medicinali a base di erbe. La norma prevede una registrazione semplificata per i medicinali a base di erbe che hanno un uso tradizionale almeno trentennale nella CE. Come termine ultimo per la piena entrata in vigore è stato fissato l’aprile 2011.
Come al solito nel nostro Paese ci siamo accorti tardivamente di questa Direttiva che è stata recepita con il D.L. 219/2006 più di 4 anni fa. L’obbiettivo del legislatore europeo era di permettere di registrare prodotti a base di erbe come medicinali anche in assenza di costosissime prove scientifiche sull’efficacia e sulla sicurezza. In altre parole la direttiva dice: se un preparato a base di erbe è stato usato da almeno 30 anni senza che siano stati notati gravi effetti collaterali si presume che sia efficace e sicuro. Di per sé una buona idea perché si parte comunque da una sperimentazione sicuramente più attendibile di quelle che attuano le case farmaceutiche per dimostrare l’efficacia e la sicurezza dei farmaci di sintesi.
Una legge che sembra fatta a favore delle erbe e del loro utilizzo perché così finalmente sarà permesso di indicare le proprietà terapeutiche delle erbe e i prodotti a base di erbe saranno mutuabili. Ma in realtà assomiglia più a un cavallo di Troia. Vediamo perché.

E’ importante sapere che precedentemente la CE aveva deliberata una nuova distinzione tra alimento, integratore e medicinale. La nuova definizione dice che quello che può essere usato come medicinale è medicinale e non può essere né integratore né alimento, mentre prima era il produttore a decidere se presentare il prodotto come alimento, integratore o medicinale.
Per fare un esempio: se qualcuno registra la tintura di salvia come Medicinale Vegetale Tradizionale, che ora tecnicamente è possibile senza spese esagerate, nessuno la può più vendere come integratore o come alimento, anche se probabilmente la quantità di salvia assunta con la tintura è inferiore a quella ingerita mangiando foglie di salvia fritte in pastella.

Perciò la Direttiva in questione dà all’industria farmaceutica la possibilità di registrare con costi limitati prodotti a base di erbe che poi non possono più essere preparati e venduti come prodotti erboristici. Anche se fin d’ora l’industria farmaceutica non ha ancora fatto uso di questa possibilità, il reale pericolo della Direttiva è questo.

Bisogna considerare che al momento in cui il prodotto a base di erbe diventa un medicinale deve sottostare alle regole che valgono per i medicinali: titolazione dei principi attivi per ogni lotto, produzione in una officina farmaceutica, vendita solo in presenza di un farmacista… Questo esclude tutti i produttori non industriali e gli erboristi.

Fatte queste premesse bisogna dire che attualmente la situazione dei prodotti erboristici non sembra preoccupante. Prima di tutto perché fino ad oggi in tutt’ Europa sono state avanzate poche richieste di registrazione di medicinali vegetali tradizionali il ché rende la Direttiva praticamente lettera morta. Invece, seguendo l’esempio dell’Italia che ha collocato i prodotti erboristici obbligatoriamente tra gli integratori alimentari, anche in altri Paesi europei i produttori hanno iniziato a registrarli come integratori. Così gli integratori a base di erbe sono ormai una realtà europea difficilmente ignorabile da parte del legislatore.

Il futuro dipenderà molto da come saranno interpretate le varie norme nel caso in cui si vada a un confronto tra medicinale vegetale e integratore a base di erbe e se si permetterà una convivenza dello stesso prodotto come farmaco e erboristico. Vedremo…

Descritta la situazione attuale mi sembra opportuno illuminare un aspetto che si è perso in questa discussione. I Medicinali Vegetali Tradizionali sono per definizione medicinali che contengono principi attivi ricavati da piante invece che sintetizzati in laboratorio. Perciò non hanno niente a che fare con un preparato fatto secondo l’antica tradizione erboristica e quello che saranno i prodotti erboristici del futuro. Per gli antichi erboristi ogni preparato era un modo di fissare un particolare aspetto dello spirito della pianta, di catturare il messaggio della pianta. Non era il principio attivo che rendeva efficace il preparato, ma era il messaggio. Ogni specie di pianta lungo l’evoluzione ha sviluppato precise caratteristiche, quasi un carattere in cui si esprimono qualità, atteggiamenti ecc., e tutto ciò si rispecchia nella forma della pianta. Sono questi messaggi che aiutano l’uomo a guarire nel profondo.

Poi con lo sprofondare nel materialismo si è passati dal messaggio alla sostanza chimicamente attiva, al principio attivo. E’ logico che in un corpo umano visto come macchina un messaggio non serve a niente. Però abbiamo visto dove porta questa visione dell’uomo, i risultati sono sotto gli occhi di tutti e non mi sembra necessario citare tutto quello che non va oggi nel mondo.

L’erboristeria del futuro, che cerchiamo di praticare già oggi, lavorerà solo marginalmente con i principi attivi e userà invece primariamente i messaggi delle piante che aiutano l’uomo a trovare un equilibrio a un livello più profondo e più sottile, a crescere e a seguire il suo cammino evolutivo. Il problema è che un legislatore che non riconosce gli aspetti immateriali farà delle leggi che impediscono la diffusione di preparati di questo tipo. Di questo ci dobbiamo preoccupare!

Hubert di Remedia

 

 

reni. Secondo una vecchia tradizione e classificazione orientale, il 7 novembre e' l'inizio dell elemento acqua e lo si trova nel gelo, nel dissolversi, nell’energia che scorre. E' il tempo di nutrire i nostri reni, la vescica e gli organi riproduttivi. Rappresentano la forza vitale del nostro corpo (il CHI) e governano la salute delle nostre ossa, dei denti, dei capelli, delle unghie e della pelle.

Ricordiamo che:

- i reni amano stare caldi

- cibi e bevande fredde li contraggono ed accellerano la formazione di calcoli

- è il momento di nutrirci di: zuppe di miso, cereali invernali come il riso e il grano saraceno, verdure sobbollite con aggiunta di zenzero, fagioli e legumi stufati con verdure e radici, bevande calde….

- i reni non vanno d’accordo con eccesso di liquidi, proteine e zuccheri

- vengono danneggiati dal mangiare troppo e dal mangiare in ore tarde

- I reni necessitano di un buon sonno notturno. Caratterizzati come energia che fluttua, si ricaricano solo di notte quando siamo in posizione orizzontale e l'attivita' celeste e' al massimo.

Facciamo un esame dello stato dei nostri reni e vescica, se ci sono uno o più degli aspetti sotto elencati, vuol dire che abbiamo bisogno di avere più cura dei nostri RENI:

. urinare di notte

. urinare più di 4/5 volte di giorno

. gonfiore sotto gli occhi

. callosita' attorno al tallone dei piedi

. mani e piedi umidi

. voce rauca la mattina

. il 5° dito del piede tende ad arrossarsi e l'unghia e' piccolissima, rotta o poco formata

. a livello emozionale vi sentite impauriti e senza speranze


Da ‘MACROBIOTICS AND YOU’’

bambinovaccini. La discussione sulla vaccinazione contro l'influenzale stagionale (che conterrà, oltre all’ H3N2 A/Perth e B/Brisbane, il famoso A/H1N1) riprende dall’insuccesso della campagna vaccinale dello scorso anno contro l’influenza pandemica, rifiutata da pazienti e medici. e dai dubbi e le polemiche sulla sicurezza e l'efficacia della vaccinazione.

In queste settimane abbiamo appreso che la Finlandia ha bloccato la somministrazione del vaccino H1N1 nel timore di una relazione tra il vaccino e l’aumento dei casi di narcolessia (il 300% negli ultimi sei mesi tra bambini e giovani). Anche in Svezia l’Agenzia Nazionale per i farmaci, dopo aver ricevuto numerose segnalazioni di casi di narcolessia che si sospettano legati alle vaccinazioni, ha informato l’Agenzia Europea per la Medicina (EMA).

Un Comitato di vigilanza indagherà sul possibile rapporto causale, dopo analoghe segnalazioni provenienti da altri paesi europei, quali Norvegia, Francia e Germania.

La pandemia ha di sicuro mietuto una vittima: la credibilità della stessa Organizzazione Mondiale della Sanità ha subito un serio contraccolpo, dopo la pubblicazione del Rapporto approvato dalla Commissione Salute dell’Assemblea Parlamentare del Consiglio d’Europa. Le accuse sono l' aver scatenato un allarme eccessivo sotto le pressioni delle case farmaceutiche, inducendo i governi a far fronte a una pandemia niente affatto pericolosa con l'acquisto di dosi massicce di vaccini e di antivirali, e l'esistenza di conflitti di interesse dei membri della commissione di esperti sulla pandemia.


Eppure, in questi giorni, come i negozi fanno scorte di merci da vendere nel periodo di Natale, allo stesso modo, le farmacie, i distretti socio-sanitari iniziano ad immagazzinare i vaccini contro l'influenza stagionale. Insieme a questi, inevitabilmente, arriva la propaganda. E' tutto così prevedibile: prima c'è l'annuncio che "tutti dovrebbero vaccinarsi". Lo “scoop” successivo è la notizia di quanto "sia cattivo" il virus influenzale dell'anno. Si fornisce qualche numero sugli ammalati (quante persone a letto con l'influenza?) e qualche previsione catastrofica sulle vittime. Immancabilmente seguirà qualche comunicazione ufficiale da parte delle autorità sanitarie o delle varie associazioni di medici e specialisti per invitare tutti a vaccinarsi. La pubblicità commerciale, diretta o occulta si attenuerà solo quando le scorte dei vaccini inizieranno a diminuire. Ma finché i vaccini restano in magazzino, la propaganda rimarrà aggressiva, ed il marketing sempre più diffuso.

Ma fino a che punto il vaccino contro l’influenza, per il quale ad ogni autunno assistiamo a questa mobilitazione, mette al riparo dalla minaccia ricorrente di finire a letto con la febbre?

La prima cosa da ricordare è che l'influenza è impossibile da distinguere da altre forme virali in base ai soli sintomi clinici. Si usa il termine di Influenza-Like Illness per definire le malattie simil-influenzali, di cui la vera influenza, quella verso la quale esiste il vaccino, rappresenta circa il 10% del totale, secondo alcuni studi addirittura solo il 6%. Questa confusione è un motivo di distorsione nella valutazione dell'impatto sociale, della morbilità e della letalità della influenza, che può essere diagnosticata con certezza solo attraverso esami di laboratorio. E' su questo equivoco che si genera molto della propaganda: si trascura di ricordare che il vaccino può immunizzare unicamente dai virus contro cui è mirato, e che si presuppone circoleranno, ma non ha azione alcuna nei confronti della miriade di agenti infettivi (circa 500 tra tipi e sottotipi) responsabili delle sindromi influenzali che rappresentano la fetta più grande delle patologie dell'autunno e dell'inverno. Incoraggiando una falsa speranza (se ti vaccini, quest'inverno non ti ammalerai) l'industria riesce a gonfiare i consumi del farmaco. Senza preoccuparsi di indagare sulle peculiarità di queste malattie: perché si diffondono in inverno? Forse perché questi virus sono più attivi con le temperature rigide e muoiono con l'esposizione al sole? O perché in inverno le possibilità di contagio sono maggiori, dal momento che si vive di più in ambienti chiusi? O perché in queste stagioni c'è una minore esposizione alla luce solare ed una ridotta sintesi di vitamina D?.

Altro aspetto critico è la scelta dei tipi di virus contenuti nel vaccino. Il virus influenzale presenta grande variabilità antigenica ed è soggetto a continue mutazioni. Ogni anno appare una versione differente da quella precedente. Per questo ogni anno l'Organizzazione Mondiale della Sanità ed i Centers for Disease control and prevention americani effettuano delle previsioni sui tipi influenzali che circoleranno e decidono quali ceppi inserire nella vaccinazione contro l'influenza stagionale. Solo se c'è corrispondenza esatta tra virus circolante e virus contenuto nel vaccino ci può essere azione, altrimenti l'effetto sarà nullo. Quando si scelgono determinati ceppi si formula una previsione, una scommessa, che non sempre risulta vincente: basta una mutazione imprevista ed il vaccino è fuori gioco.

Al di là della propaganda dei produttori, gli studi finora condotti sono stati raccolti in 7 revisioni sistematiche che sintetizzano le prove disponibili per quantità e qualità metodologica. Le prove scientifiche dimostrano che:

- i vaccini nei bambini al di sotto dei 2 anni sono efficaci come il placebo, cioè niente;
- non vi sono prove che i vaccini riducano la mortalità né tra i bambini e che tra gli adulti;
- l’assenza dal lavoro degli adulti occupati è ridotta di circa due ore solamente;
- non vi è correlazione fra incidenza dell’influenza e riduzione della mortalità e copertura vaccinale negli anziani istituzionalizzati.

E' dimostrano che durante due epidemie (1968 e 1997) il vaccino in uso conteneva un virus differente da quello che circolò realmente, e pertanto inefficace verso l'influenza stagionale. Eppure in quegli anni la mortalità attribuita all'influenza non aumentò. Nel 2004 la produzione di vaccini in USA fu insufficiente, ed il tasso di copertura fu soltanto del 40%, ma anche in quello il dato della mortalità non aumentò. Il tasso di mortalità tra gli anziani nella stagione invernale non è cambiato dal 1989, quando solo il 15% degli statunitensi e canadesi over 65 anni veniva vaccinato, ai giorni d'oggi che vede in questa fetta di popolazione una copertura superiore al 65%.

Questi sono i dati reali, che smentiscono il dogma dell’efficacia dei vaccini antinfluenzali, un paradigma a cui prestar fede senza alcuna possibilità di critica. In realtà le prove di efficacia di cui si dispone sono deboli e le aspettative dei benefici non sono realistiche. La storia della medicina è ricca di trattamenti entrati nella pratica e nella dottrina pur privi di certezze di sicurezza ed efficacia.

Il vaccino antinfluenzale è un esempio emblematico della comunicazione imperfetta tra ricerca scientifica e pratica medica. La campagna vaccinale non si basa su evidenze scientifiche, ma sull'intreccio tra l'industria che produce i vaccini, ed istituzioni che adottano scelte e comportamenti spesso all'ombra di conflitti di interesse.


Eugenio Serravalle

Left in the dust

L’eredità radioattiva di Areva nelle città del deserto del Niger

Maggio 2010


Areva è la multinazionale francese leader mondiale nel campo dell'energia nucleare ed è l'unica presente in ogni attività industriale a essa connessa: miniere, chimica, arricchimento, combustibili, ingegneria, propulsione nucleare e reattori, trattamento, riciclaggio, stabilizzazione e stoccaggio delle scorie nucleari. Areva è anche la società detentrice del brevetto del reattore EPR (reattori europei a acqua pressurizzata). Secondo i piani del governo italiano, proprio quattro reattori EPR dovrebbero essere costruiti nel territorio italiano.
Areva, spinge per una nuova rivoluzione nucleare e, pur essendo già operativa in oltre 100 Paesi nel mondo, tenta di estendere le sue attività nel settore nucleare verso nuovi mercati. Si sta impegnando moltissimo nelle sue pubbliche relazioni per convincere i governi, gli investitori e l’opinione pubblica che il nucleare è oggi sicuro e pulito, cercando di presentarlo come una tecnologia 'verde’. Gli effetti devastanti causati da questo allarmante malinteso si stanno già facendo sentire. Produrre energia nucleare richiede un’attività mineraria per l’estrazione di uranio che è distruttiva e mortale.
L'estrazione dell'uranio può avere effetti catastrofici sulle comunità che abitano vicino alle miniere e per l'ambiente per migliaia di anni. Questi effetti nocivi si stanno sentendo fortemente in Niger, Africa.
Il Niger è un paese senza sbocco sul mare, posizionato nell’Africa sahariana occidentale, con il più basso indice di sviluppo umano sul pianeta. Caratterizzato da un territorio desertico e arido, scarsamente coltivabile e molto povero, e da gravi problemi sociali quali un’enorme disoccupazione, bassi livelli di istruzione, diffuso analfabetismo, scarse infrastrutture e instabilità politica.

niger.

Tuttavia, il Niger è ricco di risorse minerarie, come l’uranio. AREVA ha iniziato a concentrare i suoi sforzi minerari nel nord del Niger 40 anni fa, proponendo questa sua attività come un salvataggio economico di una nazione depressa. Invece, l’attività di Areva è stata in massima parte distruttiva. Le detonazioni e le trivellazioni in miniera causano enormi nuvole di polvere, montagne di rifiuti industriali e enormi mucchi di fango rimangono esposti all'aria aperta; lo spostamento di milioni di tonnellate di terra e roccia rischia di compromettere le sorgenti d’acqua sotterranee.
Una gestione negligente del processo di estrazione può causare il rilascio di sostanze radioattive nell'aria, infiltrazioni nelle falde acquifere e contaminazione del terreno intorno alle città minerarie di Arlit e Akokan. Ognuno di questi fattori causa danni permanenti all’ecosistema ambientale ed è in grado di creare enormi problemi di salute per la popolazione locale.
L'esposizione alla radioattività causa problemi delle vie respiratorie, malattie congenite, leucemia e cancro, per citare solo alcuni degli impatti sulla salute. Purtroppo, i problemi di salute abbondano in questa regione, e i tassi di mortalità legati a problemi respiratori sono il doppio di quello del resto del Paese.
Eppure AREVA non si assume la responsabilità di eventuali impatti e gli ospedali locali, controllati da questa stessa società, sono stati accusati di non aver diagnosticato molti casi di cancro. Areva sostiene che nessun caso di cancro è attribuibile alle attività minerarie.
L'agenzia governativa che dovrebbe monitorare o controllare le azioni di AREVA è sottodimensionata e con scarsi fondi. Per anni, le ONG e agenzie internazionali hanno cercato di analizzare e valutare i livelli pericolosi di radiazioni in Niger. Ma non è mai stata possibile una vasta e indipendente valutazione degli impatti minerari dell'uranio.
Nel novembre 2009, Greenpeace - in collaborazione con il laboratorio francese indipendente nigerino CRIIRAD e la rete di ONG ROTAB - è stata in grado di realizzare un breve monitoraggio scientifico del territorio, con la misurazione della radioattività di acqua, aria e terra intorno alle cittadine minerarie di AREVA.
I risultati sono stati inquietanti:

• In 40 anni di attività, 270 miliardi di litri di acqua sono stati utilizzati nelle miniere, contaminando l'acqua e impoverendo la falda acquifera. Saranno necessari milioni di anni per riportare la situazione allo stato iniziale.

• In quattro campioni di acqua su cinque che Greenpeace ha raccolto nella regione di Arlit, la concentrazione di uranio è risultata al di sopra del limite raccomandato dall'OMS per l'acqua potabile. I dati storici indicano un graduale aumento della concentrazione di uranio nel corso degli ultimi 20 anni, compatibile con l’influenza determinata dalla sfruttamento delle miniere. Alcuni dei campioni di acqua hanno mostrato anche quantità disciolte di radon radioattivo.

• Una misurazione del radon effettuato alla stazione delle forze di polizia a Akokan ha mostrato una concentrazione di radon nell'aria tra le 3 e le 7 volte superiore ai livelli considerati normali nella zona.

• Le frazioni di polveri sottili hanno mostrato un aumento della concentrazione di radioattività due o tre volte superiore a quello della frazione grossolana. L’aumento dei livelli di uranio in microparticelle comporta rischi molto maggiori di inalazione o ingestione.

• La concentrazione di uranio e di materiali radioattivi in un campione di suolo raccolto nei pressi della miniera sotterranea di Akokan è risultato circa 100 volte superiore ai livelli normali nella regione, e superiore ai limiti consentiti a livello internazionale.

• Per le strade di Akokan, i livelli di radioattività sono risultati essere fino a quasi 500 volte superiore al fondo naturale. Una persona che passa meno di un'ora al giorno in quel luogo per un anno, potrebbe essere esposta a un livello di radiazioni superiore al limite massimo consentito in un anno.

• Sebbene AREVA sostenga che nessun materiale contaminato provenga dalle miniere,

Greenpeace ha trovato diversi pezzi di scarti di metalli radioattivi al mercato locale di Arlit, con indice di radioattività pari fino a 50 volte i livelli normali. Gli abitanti del luogo usano questi materiali per costruire le loro case.
Dopo che Greenpeace ha pubblicato i primi (parziali) risultati della sua indagine, a fine novembre 2009, AREVA avrebbe dovuto intervenire. Solo alcuni dei luoghi risultati radioattivi secondo il monitoraggio di Greenpeace in uno solo dei villaggi minerari sono stati ripuliti. Tuttavia, questa limitata bonifica non diminuisce la necessità di uno studio completo, in modo da rendere sicure tutte le aree.
Greenpeace chiede uno studio indipendente intorno alle miniere e nelle città di Arlit e Akokan, seguito da una completa bonifica e decontaminazione. Devono essere attivati i controlli necessari per garantire che AREVA rispetti le normative internazionali di sicurezza nelle sue operazioni, tenendo conto del benessere dei suoi lavoratori, dell’ambiente e delle popolazioni circostanti.
AREVA deve iniziare a comportarsi come una società responsabile, così come pretende di essere. Deve informare i propri lavoratori e la comunità locale sui rischi delle miniere di uranio: molte persone in Niger non hanno mai sentito parlare di radioattività e non comprendono che l'estrazione dell'uranio è un’attività pericolosa.
La popolazione di Arlit e Akokan continua a vivere respirando aria inquinata, da terreno e acqua contaminata. Ogni giorno che passa, i nigerini sono esposti a radiazioni, a rischio di malattie e povertà - mentre AREVA guadagna miliardi sfruttando le loro risorse naturali.
La popolazione del Niger merita di vivere in modo sicuro, pulito e in ambiente sano, e di partecipare agli utili della sfruttamento della sua terra. AREVA, con il suo tentativo di creare un rinascimento nucleare, minaccia di far perdere a queste comunità la maggior parte delle risorse basilari, attraverso la contaminazione di aria, acqua e terra.
L'energia nucleare rappresenta una scommessa sulla nostra vita, sulla salute e l’ambiente sin dall'inizio della catena di produzione nucleare: l’attività di estrazione dell'uranio. L’energia nucleare è pericolosa e sporca e non ha alcun ruolo nel futuro dell’energia, perché non è un’energia sostenibile.
Greenpeace chiede una rivoluzione energetica basata sullo sviluppo sostenibile, conveniente e sicuro delle energie rinnovabili e dell’efficienza energetica.

 

Greenpeace 

 

cuisinesaute. Levy è l'ultimo allievo vivente del fondatore della dieta e della filosofia macrobiotica George Ohsawa, che ha conosciuto a Parigi e con il quale ha vissuto dieci anni della sua vita, seguendone precetti e insegnamenti.
Da circa trent'anni gestisce “Cuisine et Santè”, Hotel Ristorante Macrobiotico ai piedi dei Pirenei, ubicato su 2 ettari di natura con alberi secolari, nel quale i diversi tipi di riso, miglio, grano saraceno, e gli altri grani integrali biologici al 100% compongono, con le verdure e tutti gli altri ingredienti in uso, una gastronomia naturale fatta di tante ricette originali. Le tradizioni alimentari macrobiotiche dei popoli le arricchiscono di sapori nuovi, come quelli del miso e del tamari giapponese, delle alghe bretoni, del sesamo mediterraneo sposato al sale dell'Atlantico. La tavola del “divenire giovani col passar degli anni” è risolutamente vegetale ma senza farne un assoluto. Il piacere e la sua virtù, “il benessere”, sono legati alla proporzione tra le verdure, i cereali e gli altri ingredienti, compresi quelli di origine animale.
La flessibilità con la mobilità danno l'equilibrio, che è la vita. È per questo che la cucina macrobiotica si ispira allo yin e allo yang per fare di ogni preparazione culinaria un'esplorazione interessante e divertente in altre parole una creazione. Gli ospiti sentiranno presto i benefici di una cucina a base di cereali integrali che imparano a preparare durante il loro soggiorno.


Cos'è il cancro, secondo la vostra esperienza? “Il cancro è l'inizio della putrefazione del corpo. Quando il corpo, è sottoposto alla fermentazione, quando si permette che continuamente ci siano fermentazioni attive nel nostro organismo, allora, in un certo momento, inizia la putrefazione.
Il nostro corpo può essere coltura di innumerevoli fermentazioni e questo può andare avanti degli anni. A un certo punto queste potenti fermentazioni degenerano in putrefazione. E la putrefazione può trovare sbocco nelle varie parti del corpo.
Può succedere alla pelle, gli organi, le ossa, il sangue, ecc., ma questa è solo la manifestazione. Anche solo delle verruche sono la manifestazione di un terreno guasto e questo appare sulla pelle. Allora quando accade questo fate attenzione. Fare macrobiotica stretta, stretta, stretta per almeno 10 mesi, per cambiare il terreno che produce queste fermentazioni. Così il cancro non può espandersi.
Non si può dire un granchè sul cancro, se non dire che è putrefazione, un terreno che è portato alla putrefazione! E la putrefazione può essere già negli intestini. Per questo si può auto-diagnosticare la propria condizione quando si va al gabinetto. In quel momento, se l'odore è ripugnante, si possono sentire le putrefazioni all'opera”.
Il regime pratico nel vostro centro macrobiotico, basato su 70% di cereali e 30% di legumi cotti è esattamente opposto ai criteri del cosiddetto metodo alimentare acido-base. Infatti questo metodo consiglia 70% di verdure e frutta di preferenza crude e 30% di proteine vegetali o animali con un po' di cereali completi e un pizzico di acidi grassi omega-3. secondo i sostenitori di questo metodo, l'acidificazione dell'organismo che deriverebbe dal consumo eccessivo di cereali, può condurre a diverse malattie di tipo cardiovascolare e il diabete. A lungo termine può produrre cancro allo stomaco.

Non credete che sia difficile ritrovarsi nelle informazioni contraddittorie dei media? “I media non conoscono yin e yanreneg. Non conoscono la filosofia del Principio Unico. Conoscono le proteine, le vitamine, i grassi, gli omega-3, ecc. Ma questo non è l'orientamento macrobiotico. La macrobiotica cerca l'alimento che corrisponde alla natura umana. Noi sosteniamo che i cereali integrali siano pressochè sufficienti a sostenere l'uomo. Sono l'alimento più naturale dell'uomo, i cereali. Non ci sono moltissime testimonianze di questo fatto, me qui da noi, tutti coloro che hanno sperimentato un'alimentazione basata su cereali integrali, scoprono che le loro esigenze sono soddisfatte. Tutto il resto è dietetica, che è un po' allarmante e fonte di preoccupazione, per la gente. Mancherà questo, mancherà quello,… saremo garanti da questo…
Questo è il mondo della paura che non ha niente a che vedere con la macrobiotica. Non si possono comparare questi due approcci.
Inoltre voi parlate di cibo vegetale. Ora, tutti i principi dietetici sono fondati su assunzione di prodotti animali. Com'è che nella vostra elencazione non avete parlato della carne, dei formaggi, delle uova, del burro, del pesce che sono la gran parte delle cose che la gente mangia? Questi prodotti si equilibrano con più vegetali. Come in macrobiotica. Per la nostra idea di alimenti yin-yang, quando si prende della carne, che consideriamo yang, occorre equilibrarla con molti vegetali. Quindi potremmo essere d'accordo con la composizione dei 70% frutta e verdura e 30% proteine. Ma è comunque difficile equilibrare quel cibo ricco, concentrato che è la carne con solo delle verdure. Verrà il desiderio di vino, di alcol… ci sarà bisogno di medicine, di una visita psichiatrica… sul lettino dello psichiatra il carnivoro si rilasserà, dimenticherà tutto e si confiderà… e allora il terapista “tuo padre… tua madre…” Non è bello, non è bello bisogna essere dei bravi ragazzi, responsabili, delle gentil ragazze, sicuri di quello che fanno e delle famiglie che vogliono creare”.
Per il movimento vegano e i regimi crudisti, l'idea della cottura prolungata dei cibi è un errore poiché li trasforma in scarti che appesantiscono l'organismo e gli tolgono energia vitale.

Perché la macrobiotica suggerisce una cottura prolungata degli alimenti?
“Il cibo ha bisogno di essere riscaldato. Ho visto che le persone che mangiano freddo accusano un po' di dispiaceri, perché non comprendono che hanno bisogno di sciogliere, scaldare questa loro condizione. Come dire, il calore fa parte della vita, fa parte dell'alimentazione, fa parte della civiltà. Ai buoni vecchi tempi, le persone erano cannibali e allora potevano mangiarsi tra loro anche crudi!. Ma ora bisogna utilizzare il fuoco, riscaldarsi. Allora ci si prende cura del cibo e nello stesso tempo si riscalda la famiglia, comprendi? Sono in due a riscaldarsi. Vorrei dire questo insieme al fatto che il crudismo non dura. Noi cerchiamo un tipo di nutrimento che duri tutta la vita.
E poi si sa, che quando si mangia crudo, si mangia spesso più yin. I frutti, i vegetali crudi sono qualcosa che finisce per raffreddare l'organismo, creare una certa anemia e spingere i denti in avanti. Forse non alla prima generazione, ma nella seconda è molto visibile. Ho potuto osservarlo anche qui. Ho visto delle famiglie di vegetariani puri, di crudisti puri. E nei loro bambini erano visibili i segni del crudismo. Denti in avanti, palati stretti, ecc. Usando yin e yang si può capire che questa condizione è una yinizzazione. Quindi bisogna vedere gli effetti delle cose a lungo termine. Inoltre, la maggior parte della gente che va verso il crudismo è perché viene da un passato iper-carnivoro. Sono saturi di minerali, saturi della concentrazione proteica della carne e allora cercano le insalate, qualcosa che li rinfreschi. Questo è quello che avviene. Al giorno d'oggi si consigliano di consumare 5 porzioni di frutta e verdura nell'arco della giornata e poi che il cibo non sia troppo grasso, troppo salato, troppo zuccherato. E si crede che così siamo a posto. Non siamo a posto per niente. Vedremo tra dieci anni cosa procurano questi consigli. In 10 anni ci saranno persone più indebolite. In più si consiglia di bere molto. Questo, io credo, porterà alla senilità, all'impotenza, al linfatismo. Bisogna vedere le cose a lungo termine. Questo è il senso macrobiotico. Macro significa “lungo tempo”. La vita nella sua durata più lunga. Allora abbiamo visto che la gente vive più a lungo. Come in Giappone, in Ecuador, dove le persone semplicemente cuociono i loro cereali, che sono la base della loro alimentazione”.
Si considerano indispensabili, al giorno d'oggi, certi alimenti: pesci dei mari del nord, oli vegetali che arrivano da lontano, cereali altrimenti conosciuti in Europa.

Com'è che prima dell'introduzione di questi alimenti c'erano molti casi in meno di cancro? Esiste un regime semplice che permette di evitare i tumori?
“Il cancro è la malattia della ricchezza. La ricchezza è qualcosa che il corpo ha molte più difficoltà a sopportare che la povertà. Hanno messo dei topi a un regime alimentare molto povero o addirittura digiuni, ebbene sono vissuti più a lungo e manifestano più vitalità, di quelli ben nutriti. Inoltre sviluppano il cancro. Allora cosa si può fare? Un topo che se ne sta fermo non è sano, il topo è fatto per correre. Gli alimenti super vengono celebrati perché non si conoscono gli alimenti fondamentali. La gente cerca in continuazione qualcosa che gli tolga quella spada di Damocle che è la malattia, la morte per malattia cardiovascolare, il cancro, il diabete. Le persone dovrebbero prevenire, ma cadono sempre nello stesso problema, nelle stesse traversie: la ricchezza. La ricchezza che è comunque ingiusta perché si va a prendere il cibo appena per se… la quinoa in Bolivia, per due soldi ne prendono un bel po', magari dandogli in cambio qualche frigorifero, televisori. Cosa possono mangiare queste persone se gli tolgono il nutrimento di base?
I politici si dovrebbero interessare a questo problema. Il sistema agro alimentare è qualcosa che non conosce la giustizia, la verità, che non si cura delle persone che hanno appena ciò che gli serve - è terribile, quasi criminale, è una forma di snobismo di noi occidentali. Prendere il cibo a questa povera gente.
enrica-e-renè. È vero che voi accusate le proteine di produrre il cancro e altre malattie gravi? Come fare a nutrirsi quotidianamente senza soffrire delle carenze?
“È vero che il cancro è un eccesso di proteine che entra in espansione. Questo può accadere con proteine animali, ma anche con proteine vegetali. Quando il corpo si trova ad aver a che fare quotidianamente con quantità di proteine che non riesce a utilizzare, cosa fa? Fabbrica un altro corpo, che chiameremo cancro. Si può osservare che il tumore è qualcosa che prospera con proteine e con il calore provocato dagli zuccheri semplici. Con questi due componenti si fabbrica il cancro molto facilmente. Allora, non ci sono carenze se si conosce l'alimento che corrisponde alla costituzione dell'uomo da sempre. Perché sul pianeta si mangiano cereali tradizionalmente dappertutto? In un paese può essere il mais, in un altro il miglio, il riso, il grano. Le tradizioni, le tradizioni di cereali sono dappertutto. Noi occidentali ci divertiamo a porci domande, ma se si va nei paesi dove veramente non c'è che questo ci si persuade che la gente è molto sana.
Ho letto un libro di Leni Riefenstahl, che è stata la fotografa del terzo reich. Ha fatto anche un film sul nazismo. Lei cerca l'uomo virile, l'uomo naturale ed è finita nel centro del Sudan in un'area che si chiama Kau, dove ha trovato i Nuba. Questi Nuba una volta hanno fatto una grande festa dove mostrano la loro virilità. La fotografa è rimasta sorpresa, perché questa gente è magnifica. Le donne sono molto armoniose, toniche e gli uomini pure. Ebbene i Nuba i 90% di quello che mangiano è miglio! Tutto l'anno. Bisogna vedere com'è bella questa gente. Questo per dire che per loro il cibo non è una forma di ricerca gastronomica, è la loro vita, si trasforma nella loro carne! È realmente “nutrimento”. Un qualcosa che porta all'organismo la piccola razione quotidiana di ristoro. Noi occidentali, attraverso la dietetica e la gastronomia, ci siamo persi. Soddisfare i gusti sensoriali delle persone ci fa perdere di vista l'essenziale, che è la base. E la macrobiotica è imbattibile perché fondata sul cereale completo che è parte della tradizione umana fin dall'inizio.
Abbiamo i molari e i premolari che sono ideali per schiacciare semi e poi abbiamo in bocca dei fermenti come la ptialina, per dissociare gli amidi e farne un latte zuccherino che le cellule hanno piacere a consumare. Questo è magnifico. Ma la macrobiotica non è una dietetica. È la via del ringiovanimento e della longevità. Se mangiate qualcos'altro diventate vecchi. Se mangiate in modo macrobiotico, mantenete sempre una certa giovinezza. È questo il vero criterio”.

È meglio essere completamente vegetariani o bisogna aggiungere delle proteine animali? “La proteina è una psicosi di massa. È una psicosi creata dall'industria agro-alimentare per vendere tutti gli animali che non smettono di riprodursi. Si è creata una specie di ossessione sessuale presso l'animale. Passano il tempo a riprodursi, e via, e via! Non è normale. Bisogna essere ragionevoli. Non si può costringere un pollo a diventare una macchina. Dunque il problema è l'agro-alimentare. Perché se non producono carne che si mettono a fare? Se non vendono tutte queste pecore, mucche, capre, che fanno? Non possono neanche stoccarli, questi animali per i paesi del sud del mondo, dato che non sono così carnivori in quei paesi. La carne nei paesi caldi è qualcosa di estremamente pericoloso. È molto, molto pericolosa. Bisogna sapere che nel chicco di cereali c'è una percentuale di proteine che varia dall'8 al 14%, nei legumi la parte proteica varia dal 25 al 35%, come nelle carni ce n'è una quantità simile.

Queste proteine dei cereali sono sufficienti a mantenere una efficienza del corpo nel ricambio dei tessuti, che è lo scopo delle proteine medesime. I cereali però vanno lasciati come sono, interi. Se si toglie la parte esterna si tolgono anche i sali minerali, le proteine, gli oli.
È sufficiente aggiungere una piccola quantità di verdure cotte, un po' di leguminose nella zuppa ed abbiamo un nutrimento completo. Perfetto. Il corpo è nutrito e di conseguenza anche il pensiero.
Ma lei lo sa che un macrobiotico non può avere la malattia di Alzheimer? I malati di Alzheimer che sono venuti qui, dopo tre settimane, un mese di questa alimentazione hanno rinnovato le proprie cellule e la malattia è scomparsa. Sono ridiventati come tutti gli altri! E quindi è una questione di alimentazione. La malattia è una pura questione di cibo. Se lasciamo che la persona sia trasportata dalle sue cattive abitudini in fatto di cibo, possiamo creare qualsiasi malattia. E le abitudini si accumulano negli anni. Lasciando queste abitudini tutto il resto ricomincia a funzionare. Il cervello può smettere di funzionare a dovere perché non è più sollecitato. Il cervello è come un muscolo, va esercitato”.


Anna Mantini

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