''dalla Consulta Nazionale dell'Agricoltura e grazie a Teatro Naturale, pubblichiamo un intervento importante sulla qualità dei prodotti dolciari a base di cioccolata e colombe, secondo la legge italiana''

 

La valorizzazione dei prodotti di alta qualità artigianale e tradizionali sono minacciati dall'omologazione dei prodotti industriali e dalla concorrenza sleale di C. S.


colomba. Grazie al cambio delle regole per la commercializzazione del cacao e dei suoi derivati, vengono tutelate le produzioni artigianali di cioccolato e le famose Uova Pasquali. Il decreto legislativo 12 giugno 2003 n.178 d'attuazione della direttiva 2000/36/CE sui prodotti del cacao e del cioccolato destinati all'alimentazione umana entrato in vigore nell'agosto 2003, dove in base alle nuove disposizioni, solo il cioccolato che contiene burro di cacao potrà essere denominato cioccolato puro, mentre i prodotti che utilizzeranno altri grassi vegetali dovranno riportare la dizione cioccolato sulla confezione di vendita.
Gli sforzi congiunti del Mipaf, delle organizzazioni professionali e delle associazioni di promozione per tutelare e valorizzare il cioccolato italiano in sede europea hanno portato ad un primo risultato, a sostegno della valorizzazione di un prodotto di alta qualità artigianale, minacciato dall'omologazione dei prodotti industriali e dalla concorrenza sleale. Norme inserite anche nel disciplinare di produzione dell' Antico Cioccolato Artigianale. Lo ha dichiarato il rappresentante della Consulta Nazionale dell’Agricoltura, Rosario Lopa. Questa iniziativa,spiega Lopa, insieme al Disciplinare di Produzione della Pastiera Napoletana IGP, indicazione geografica protetta, al vaglio della D.G.Q. per le opportune modifiche, relative al decreto U.E. 509 E 510/2006 e all'entrata in vigore del Decreto del Mipaf del 22 luglio 2005, sulla disciplina della produzione e della vendità di taluni prodotti dolciari da forno come la Colomba, rappresentano la difesa delle denominazioni di origine e dei prodotti di qualità, e garantiscono la trasparenza ai consumatori, attraverso un'etichetta chiara, che permetterà di trasferire tutte le informazioni necessarie a distinguere i vari prodotti. Comunque, ha ribadito Lopa, abbiamo illustrato a Napoli,per la ricorrenza della Pasqua,i provvedimenti, per facilitare anche i consumatori sulla conoscenza della qualita'del cioccolato, delle metodiche di preparazione della Pastiera, e l'utilizzo dei prodotti per la Colomba.


Per la specialità Antico Cioccolato Artigianale, si identificano esclusivamente in prodotti ottenuti dalla tostatura e spremitura dei semi di cacao:tali materie prime sono costituite dalla pasta di cacao composta esclusivamente da burro di cacao e cacao. E' vietato l'utilizzo di oli e grassi vegetali o di grassi animali in sostituzione del burro di cacao. Per il tipico dolce di pasqua, il decreto stabilisce che potrà fregiarsi del nome di Colomba solo il prodotto dolciario da forno a pasta morbida, ottenuto per fermentazione naturale da pasta acida, di forma irregolare ovale simile alla colomba, una struttura soffice ad alveolatura allungata, con glassatura superiore e una decorazione composta da granella di zucchero e almeno il due per cento di mandorle, riferito al prodotto finito e rilevato al momento della decorazione.
Per quanto riguarda gli ingredienti viene poi specificato, in particolare, il tipo di grasso utilizzato nell'impasto, che deve essere preparato esclusivamente con burro mentre non sono ammessi altri tipi di materie grasse. Al di là della forma dunque bisogna leggere attentamente la dicitura riportata sulla confezione. Se il prodotto non contiene burro ma margarina vegetale allora deve chiamarsi genericamente dolce pasquale. Per la Pastiera Napoletana IGP, è stata avviata l'istruttoria ministeriale per il riconoscimento comunitario del marchio, indicazione geografica protetta per valorizzare, tutelare e promuovere il consumo della Pastiera Napoletana.
Con l'attribuzione del marchio comunitario I.G.P., la vera Pastiera Napoletana potrà essere prodotta solamente in Campania e a Napoli, rispettando naturalmente le caratteristiche di produzione del disciplinare, come: le materie prime ed gli ingredienti aggiuntivi,controlli sul processo produttivo, fase di preparazione del grano,preparazione dell'impasto, cottura e conservazione, controlli sul prodotto finito e verifiche ambientali e strutturali. La pastiera è un dolce che difficilmente manca sulle tavole dei napoletani a Pasqua.

Decreto 22 luglio 2005, Disciplina della produzione e della vendita di taluni prodotti dolciari da forno. (GU n. 177 del 1-8-2005)

Art. 3. Colomba

1. La denominazione “colomba” è riservata al prodotto dolciario da forno a pasta morbida, ottenuto per fermentazione naturale da pasta acida, di forma irregolare ovale simile alla colomba, una struttura soffice ad alveolatura allungata, con glassatura superiore e una decorazione composta da granella di zucchero e almeno il due per cento di mandorle, riferito al prodotto finito e rilevato al momento della decorazione.
2. Salvo quanto previsto all'art. 7, l'impasto della colomba contiene i seguenti ingredienti:a) farina di frumento; b) zucchero; c) uova di gallina di categoria “A” o tuorlo d'uovo, o entrambi, in quantita' tali da garantire non meno del quattro per cento in tuorlo; d) materia grassa butirrica, in quantita' non inferiore al sedici per cento; e) scorze di agrumi canditi, in quantita' non inferiore al quindici per cento; f) lievito naturale costituito da pasta acida; g) sale.
3. E' facoltà del produttore aggiungere anche i seguenti ingredienti: a) latte e derivati; b) miele; c) burro di cacao; d) malto; e) zuccheri; f) lievito avente i requisiti di cui all'art. 8 del decreto del Presidente della Repubblica 30 novembre 1998, n. 502, fino al limite dell'un per cento; g) aromi naturali e naturali identici; h) emulsionanti; i) il conservante acido sorbico; j) il conservante sorbato di potassio.
4. La glassatura superiore di cui al comma 1 è ottenuta con albume d'uovo e zucchero.
5. E' facolta' del produttore aggiungere agli ingredienti di cui al comma 4 i seguenti: a) mandorle, armelline, nocciole e anacardi finemente macinati; b) farina di riso, di mais e di frumento;c) cacao avente requisiti di cui all'Allegato I, punto 2, decreto legislativo 12 giugno 2003, n. 178;d) zuccheri; e) amidi; f) oli vegetali; g) aromi naturali e naturali identici; h) emulsionanti; i) il conservante acido sorbico;j) il conservante sorbato di potassio.
6. Il calcolo delle percentuali degli ingredienti menzionati ai commi 1, 2 e 3 è effettuato conformemente all'Allegato I, punto 1.7.
La colomba è prodotta secondo il procedimento di cui all'Allegato II, punto 3.
Art. 7.Prodotti speciali e arricchiti 2. In deroga a quanto previsto all'art. 3, comma 2, l'impasto base della colomba puo' essere caratterizzato dall'assenza di uvetta o di scorze di agrumi canditi nonche', nel caso di colombe ricoperte o da ricoprire con altri ingredienti caratterizzanti, dall'assenza della glassatura superiore con relativo decoro oppure dalla sostituzione di uno o di entrambi i componenti del decoro di cui all'art. 3, comma 1. 3.
E' in facolta' del produttore aggiungere alla colomba: farciture, bagne, coperture, glassature, decorazioni e frutta, nonche' altri ingredienti caratterizzanti, ad eccezione di altri grassi diversi dal burro. Il prodotto così finito contiene almeno il cinquanta per cento dell'impasto base di cui ai commi 2 e 3 degli articoli 1, 2 e 3, calcolato sul peso del prodotto finito.


Art. 8. Etichettatura

1. I prodotti disciplinati dal presente regolamento sono etichettati in conformita' alle disposizioni di cui al decreto legislativo 27 gennaio 1992, n. 109 e successive modifiche.
2. Nei casi di cui ai commi 1 e 2 dell'art. 7 la denominazione di vendita del prodotto deve contenere l'indicazione dell'assenza di uvetta o di scorze di agrumi canditi o di entrambi.
3. Le aggiunte di cui ai comma 3 e 4 dell'art. 7 possono essere elencate in etichetta separatamente dagli ingredienti dell'impasto.
4. I prodotti di cui all'art. 7 possono anche essere presentati con caratteristiche di forma di fantasia diverse da quelle previste dal comma 1 degli articoli 1, 2, 3, 4, 5 e 6, purche' l'etichettatura presenti un'indicazione o una rappresentazione grafica delle caratteristiche di forma del prodotto. 5. I prodotti di cui all'art. 7 possono riportare la denominazione di vendita definita dagli articoli 1, 2, 3, 4, 5 e 6, purche' completata dalla indicazione dei principali ingredienti caratterizzanti eventualmente utilizzati in aggiunta o in sostituzione a quelli elencati negli stessi articoli.


Art. 9. Mutuo riconoscimento

1. Le disposizioni del presente decreto non si applicano ai prodotti legalmente ottenuti e/o commercializzati negli altri Stati membri o in Turchia o legalmente fabbricati in uno Stato firmatario dell'EFTA, parte contraente dell'accordo sullo Spazio economico europeo.


Fonte: Consulta Nazionale dell’Agricoltura di C. S.
03 Aprile 2010
Teatro Naturale n. 13 Anno 8

''Ringraziamo Simone Alessandria di La Cultura del Cibo per questo splendido articolo informativo Segnaliamo anche la pagina degli altri articoli di alimentazione e ringraziamo gli autori del Settimanale di Cultura del Cibo per il lavoro prezioso e costante di informazione e formazione!''

 

surgelati. Le disposizioni del Regolamento (CE) n. 1333/2008 del Parlamento europeo e del Consiglio, del 16 dicembre 2008 relativo agli additivi alimentari.
Per «additivo alimentare» s’intende qualsiasi sostanza abitualmente non consumata come alimento in sé e non utilizzata come ingrediente caratteristico di alimenti, con o senza valore nutritivo, la cui aggiunta intenzionale ad alimenti per uno scopo tecnologico nella fabbricazione, nella trasformazione, nella preparazione, nel trattamento, nell’imballaggio, nel trasporto o nel magazzinaggio degli stessi, abbia o possa presumibilmente avere per effetto che la sostanza o i suoi sottoprodotti diventino, direttamente o indirettamente, componenti di tali alimenti.
Non sono considerati additivi alimentari:


i monosaccaridi, disaccaridi od oligosaccaridi e gli alimenti contenenti tali sostanze utilizzati per le loro proprietà dolcificanti; gli
alimenti, essiccati o concentrati, compresi gli aromi, incorporati durante la fabbricazione di alimenti composti per le loro proprietà aromatiche, di sapidità o nutritive associate a un effetto colorante secondario;
le sostanze utilizzate nei materiali di copertura o rivestimento, che non fanno parte degli alimenti e non sono destinati a essere consumati con i medesimi;
i prodotti contenenti pectina e derivati dalla polpa di mela essiccata o dalla scorza di agrumi o cotogni, ovvero da una miscela di tali sostanze, per azione di acido diluito seguita da parziale neutralizzazione con sali di sodio o di potassio («pectina liquida»);
le basi per gomma da masticare;
la destrina bianca o gialla, l’amido arrostito o destrinizzato, l’amido modificato mediante trattamento acido o alcalino, l’amido bianchito, l’amido modificato fisicamente e l’amido trattato con enzimi amilolitici;
il cloruro d’ammonio;
il plasma sanguigno, la gelatina alimentare, le proteine idrolizzate e i loro sali, le proteine del latte e il glutine;
gli amminoacidi e i loro sali diversi dall’acido glutammico, la glicina, la cisteina e la cistina e i loro sali non aventi una funzione tecnologica;
i caseinati e la caseina;
l’inulina.

Per «coadiuvante tecnologico» s’intende ogni sostanza che: non è consumata come un alimento in sé; è intenzionalmente utilizzata nella trasformazione di materie prime, alimenti o loro ingredienti, per esercitare una determinata funzione tecnologica nella lavorazione o nella trasformazione; e può dar luogo alla presenza, non intenzionale ma tecnicamente inevitabile, di residui di tale sostanza o di suoi derivati nel prodotto finito, a condizione che questi residui non costituiscano un rischio per la salute e non abbiano effetti tecnologici sul prodotto finito.
Per «categoria funzionale» s’intende una delle categorie in base alla funzione tecnologica che l’additivo alimentare esercita nel prodotto alimentare.
Per «alimento senza zuccheri aggiunti» s’intende un alimento:

senza aggiunta di monosaccaridi o disaccaridi;
senza aggiunta di prodotti contenenti monosaccaridi o disaccaridi utilizzati per le loro proprietà dolcificanti

Per «alimento a ridotto contenuto calorico» s’intende un alimento con contenuto calorico ridotto di almeno il 30 % rispetto all’alimento originario o a un prodotto analogo;
Per «edulcoranti da tavola» s’intendono le preparazioni di edulcoranti autorizzati, che possono contenere altri additivi e/o ingredienti alimentari e che sono destinati a essere venduti ai consumatori finali come sostituto degli zuccheri.
Per «quantum satis» si intende che non è specificato una quantità numerica massima e le sostanze sono utilizzate conformemente alle buone pratiche di fabbricazione, in quantità non superiori a quella necessaria per ottenere l’effetto desiderato e a condizione che i consumatori non siano indotti in errore.
Le categorie funzionali di additivi alimentari negli alimenti, negli additivi alimentari e negli enzimi alimentari sono di seguito elencate.
Gli «edulcoranti» sono sostanze utilizzate per conferire un sapore dolce agli alimenti o come edulcoranti da tavola.
I «coloranti» sono sostanze che conferiscono un colore a un alimento o ne restituiscono la colorazione originaria, e includono componenti naturali degli alimenti e altri elementi di origine naturale, normalmente non consumati come alimento né usati come ingrediente tipico degli alimenti. Sono coloranti ai sensi del presente regolamento le preparazioni ottenute da alimenti e altri materiali commestibili di base di origine naturale ricavati mediante procedimento fisico e/o chimico che comporti l’estrazione selettiva dei pigmenti in relazione ai loro componenti nutritivi o aromatici.
I «conservanti» sono sostanze che prolungano la durata di conservazione degli alimenti proteggendoli dal deterioramento provocato da microorganismi e/o dalla proliferazione di microrganismi patogeni.
Gli «antiossidanti» sono sostanze che prolungano la durata di conservazione degli alimenti proteggendoli dal deterioramento provocato dall’ossidazione, come l’irrancidimento dei grassi e le variazioni di colore.
I «supporti» sono sostanze utilizzate per sciogliere, diluire, disperdere o altrimenti modificare fisicamente un additivo alimentare, un aroma, un enzima alimentare, un nutriente e/o altre sostanze aggiunte agli alimenti a scopo nutrizionale o fisiologico senza alterarne la funzione (e senza esercitare essi stessi alcun effetto tecnologico) allo scopo di facilitarne la manipolazione, l’applicazione o l’impiego.
Gli «acidificanti» sono sostanze che aumentano l’acidità di un prodotto alimentare e/o conferiscono ad esso un sapore aspro.
I «regolatori dell’acidità» sono sostanze che modificano o controllano l’acidità o l’alcalinità di un prodotto alimentare.
Gli «antiagglomeranti» sono sostanze che riducono la tendenza di particelle individuali di un prodotto alimentare ad aderire l’una all’altra.
Gli «agenti antischiumogeni» sono sostanze che impediscono o riducono la formazione di schiuma.
Gli «agenti di carica» sono sostanze che contribuiscono ad aumentare il volume di un prodotto alimentare senza contribuire in modo significativo al suo valore energetico disponibile.
Gli «emulsionanti» sono sostanze che rendono possibile la formazione o il mantenimento di una miscela omogenea di due o più fasi immiscibili, come olio e acqua, in un prodotto alimentare.
I «sali di fusione» sono sostanze che disperdono le proteine contenute nel formaggio realizzando in tal modo una distribuzione omogenea dei grassi e altri componenti.
Gli «agenti di resistenza» sono sostanze che rendono o mantengono saldi o croccanti i tessuti dei frutti o degli ortaggi, o che interagiscono con agenti gelificanti per produrre o consolidare un gel.
Gli «esaltatori di sapidità» sono sostanze che esaltano il sapore e/o la fragranza esistente di un prodotto alimentare.
Gli «agenti schiumogeni» sono sostanze che rendono possibile l’ottenimento di una dispersione omogenea di una fase gassosa in un prodotto alimentare liquido o solido.
Gli «agenti gelificanti» sono sostanze che danno consistenza ad un prodotto alimentare tramite la formazione di un gel.
Gli «agenti di rivestimento» (inclusi gli agenti lubrificanti) sono sostanze che, quando vengono applicate alla superficie esterna di un prodotto alimentare, gli conferiscono un aspetto brillante o forniscono un rivestimento protettivo.
Gli «agenti umidificanti» sono sostanze che impediscono l’essiccazione degli alimenti contrastando l’effetto di una umidità atmosferica scarsa, o che promuovono la dissoluzione di una polvere in un ambiente acquoso.
Gli «amidi modificati» sono sostanze ottenute mediante uno o più trattamenti chimici di amidi alimentari, che possono aver subito un trattamento fisico o enzimatico e essere acidi o alcalini, diluiti o bianchiti.
I «gas d’imballaggio» sono gas differenti dall’aria introdotti in un contenitore prima, durante o dopo aver introdotto in tale contenitore un prodotto alimentare.
I «propellenti» sono gas differenti dall’aria che espellono un prodotto alimentare da un contenitore.
Gli «agenti lievitanti» sono sostanze, o combinazioni di sostanze, che liberano gas e in questo modo aumentano il volume di un impasto o di una pastella.
Gli «agenti sequestranti» sono sostanze che formano complessi chimici con ioni metallici.
Gli «stabilizzanti» sono sostanze che rendono possibile il mantenimento dello stato fisico-chimico di un prodotto alimentare; gli stabilizzanti comprendono le sostanze che rendono possibile il mantenimento di una dispersione omogenea di due o più sostanze immiscibili in un prodotto alimentare, le sostanze che stabilizzano, trattengono o intensificano la colorazione esistente di un prodotto alimentare e le sostanze che aumentano la capacità degli alimenti di formare legami, compresa la formazione di legami incrociati tra le proteine tale da consentire il legame delle particelle per la formazione dell’alimento ricostituito.
Gli «addensanti» sono sostanze che aumentano la viscosità di un prodotto alimentare.
Gli «agenti di trattamento delle farine», esclusi gli emulsionanti, sono sostanze che vengono aggiunte alla farina o ad un impasto per migliorarne le qualità di cottura.
Un additivo alimentare può essere incluso negli elenchi comunitari soltanto se soddisfa le seguenti condizioni e in presenza di altri fattori legittimi pertinenti tra cui:
i fattori ambientali: sulla base dei dati scientifici disponibili, il tipo d’impiego proposto non pone problemi di sicurezza per la salute dei consumatori;
il suo impiego può essere ragionevolmente considerato una necessità tecnica cha non può essere soddisfatta con altri mezzi economicamente e tecnologicamente praticabili, e il suo impiego non induce in errore i consumatori.

Per essere incluso negli elenchi comunitari un additivo alimentare deve presentare vantaggi e benefici per i consumatori e quindi contribuire al raggiungimento di uno o più dei seguenti obiettivi:
conservare la qualità nutrizionale degli alimenti;
fornire gli ingredienti o i costituenti necessari per la fabbricazione di alimenti destinati a consumatori con esigenze dietetiche particolari;
accrescere la capacità di conservazione o la stabilità di un alimento o migliorarne le proprietà organolettiche, a condizione di non alterare la natura, la sostanza o la qualità dell’alimento in modo da indurre in errore i consumatori;
contribuire alla fabbricazione, alla lavorazione, alla preparazione, al trattamento, all’imballaggio, al trasporto o alla conservazione di alimenti, compresi gli additivi alimentari, gli enzimi alimentari e gli aromi alimentari, a condizione che l’additivo alimentare non sia utilizzato per occultare gli effetti dell’impiego di materie prime difettose o di pratiche o tecniche inappropriate o non igieniche nel corso di una di queste operazioni.

Un additivo alimentare che riduce la qualità nutrizionale di un alimento può essere incluso nell’elenco comunitario a condizione che:
l’alimento non costituisca un componente importante di una dieta normale;
l’additivo alimentare sia necessario per produrre alimenti destinati a consumatori con esigenze dietetiche particolari.

Un additivo alimentare può essere incluso nell’elenco comunitario per la categoria funzionale degli edulcoranti soltanto se ha anche una o più delle seguenti funzioni:
sostituire gli zuccheri nella produzione di alimenti a ridotto contenuto calorico, alimenti non cariogeni o alimenti senza zuccheri aggiunti;
sostituire gli zuccheri qualora ciò consenta di prolungare la durata di conservazione degli alimenti;
produrre alimenti destinati ad un’alimentazione particolare.

Un additivo alimentare può essere incluso nell’elenco comunitario per la categoria funzionale dei coloranti soltanto se ha anche una o più delle seguenti funzioni:
restituire l’apparenza originaria di alimenti il cui colore è stato alterato dalla trasformazione, dalla conservazione, dall’imballaggio e dalla distribuzione, e il cui aspetto può di conseguenza risultare inaccettabile;
accrescere l’attrattiva visiva degli alimenti;
colorare alimenti di per sé incolori.

Gli additivi alimentari possono essere classificati nelle categorie funzionali in base alla rispettiva funzione tecnologica principale.
La classificazione di un additivo alimentare in una categoria funzionale non esclude che esso sia utilizzato per più funzioni.
Per ogni additivo alimentare incluso negli elenchi comunitari sono indicati:
la sua denominazione e il suo numero E;
gli alimenti ai quali può essere aggiunto;
le condizioni del suo impiego;
se del caso, le restrizioni alla sua vendita diretta ai consumatori finali.
la quantità utilizzabile è limitata alla quantità minima necessaria per ottenere l’effetto desiderato;
le quantità sono determinate tenendo conto:
dell’assunzione giornaliera ammissibile, o valutazione equivalente, stabilita per l’additivo alimentare e dell’assunzione quotidiana complessiva probabile;
qualora l’additivo alimentare debba essere utilizzato in alimenti destinati a categorie speciali di consumatori, della dose quotidiana ammissibile per tali consumatori.

Per un additivo alimentare può, se del caso, non essere specificata una quantità numerica massima (quantum satis). In tal caso, l’additivo alimentare è utilizzato conformemente al principio «quantum satis».
Le quantità massime di additivi alimentari si applicano, salvo indicazioni contrarie, agli alimenti commercializzati. Per gli alimenti, essiccati e/o concentrati che devono essere ricostituiti, le quantità massime si applicano agli alimenti ricostituiti secondo le istruzioni riportate sull’etichetta tenuto conto del fattore minimo di diluizione.
Le quantità massime utilizzabili di coloranti specificate salvo indicazioni contrarie, alle quantità di principio colorante contenute nei preparati coloranti.
Gli additivi alimentari venduti separatamente o in associazione ad altri additivi e/o ad altri ingredienti alimentari destinati alla vendita ai consumatori finali possono essere immessi sul mercato soltanto se il loro imballaggio reca le seguenti informazioni:
la denominazione e il numero E figuranti nel presente regolamento per ciascuno degli additivi alimentari o una denominazione di vendita che includa la denominazione e il numero E di ciascuno degli additivi alimentari;
l’indicazione «per alimenti» o «per alimenti (uso limitato)» o un riferimento più specifico all’uso alimentare cui sono destinati.

Un edulcorante da tavola comprende l’indicazione «edulcorante da tavola a base di …», completata dal nome dell’edulcorante o degli edulcoranti utilizzati nella sua composizione.
Sull’etichetta di un edulcorante da tavola contenente polioli e/o aspartame e/o sale di aspartame-acesulfame figurano le seguenti avvertenze:
polioli: «un consumo eccessivo può avere effetti lassativi»;
aspartame/sale di aspartame-acesulfame: «contiene una fonte di fenilalanina».

I produttori di edulcoranti da tavola forniscono, con i mezzi appropriati, le necessarie informazioni per consentire ai consumatori di usare il prodotto in modo sicuro.

di Simone Alessandria
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02 Aprile 2010

"Pubblichiamo un'articolo che ci è stato gentilmente inviato da una Socia del Circolo"

10 marzo 2010

scie-chimiche. Proponiamo la traduzione di un articolo tratto dal sito ellenico enouranois, dedicato a scie chimiche, H.A.A.R.P. e temi correlati. È un portale ricco di risorse e bilingue, in greco ed in inglese. Nel mondo occidentale il controllo della popolazione fu inaugurato con la mind war, una guerra interna contro la cultura e la società. Così cominciò l'istupidimento del lavoratore statunitense, con l'intrattenimento, gli sport ed i media che furono gli strumenti dell'operazione. I vaccini, i dolcificanti artificiali, il fluoro nei dentifrici aiutarono molto: le scie chimiche sono la classica ciliegina sulla torta. Il controllo non ha una valenza meramente numerica. Il controllo implica il condizionamento di ciò che si sente e pensa. Riguarda il luogo in cui vivi, la salute, la diffusione di malattie, la procreazione. Controllo significa creare una matrix in cui non sono lasciate variabili al libero arbitrio ed alla natura. La matrix è qualcosa in cui qualcos'altro origina e si sviluppa.

E.L.F.

Il cervello umano usa e registra le E.L.F. (onde a bassissima frequenza) cui risponde. Frequenze intorno ai 10,8 hz causano insofferenza, quelle intorno ai 6,6 hz depressione. Con l'atmosfera resa conduttiva dai metalli ionizzati, le frequenze per così dire, sono portate tra noi. Consideriamo la ionosfera come un trampolino: la macchina per le frequenze nota come H.A.A.R.P. le spinge verso l'alto, poi le onde sono deflesse dalla ionosfera sulla terra. La nostra aria elettroconduttiva tiene queste frequenze, mentre il sistema G.W.E.N. (Ground Wave Emergency Network, rete ufficialmente installata per garantire le comunicazioni in caso di emergenza), riceve e dissemina queste frequenze a livello del suolo. È stato anche ipotizzato che il sistema televisivo ad alta definizione, le cui apparecchiature sono installate nelle abitazioni, convoglierà onde elettromagnetiche in modo molto preciso e circoscritto per influire sull'umore e sulla mente. [...] Molte persone riportano disturbi collegati alle chemtrails, nei giorni di pesante irrorazione: problemi respiratori, allergie, riniti, forme influenzali, cefalee, improvvisi sbalzi di umore. La parola “stress” è relativamente nuova... cento anni fa molte persone conducevano vite più dure di quelle attuali, eppure non erano “stressate”.

[...] La chimica dell'organismo umano Siamo diventati cavie da laboratorio il cui equilibrio biochimico è stato alterato. Con l'atmosfera elettro-conduttiva, ormai stiamo ricevendo questa corrente. Le irrorazioni chimiche, che datano da almeno due decenni e che si sono intensificate nel 1998, hanno saturato l'aria di polimeri, nanoparticelle metalliche ed elementi biologici (inclusi cellule sanguigne e funghi) che sono penetrati nei nostri organismi. Come il suolo, le piante e gli animali, coesistiamo con questi elementi nocivi. Siamo stati impercettibilmente trasferiti dalla nostra vera natura in una matrix ingegnerizzata dove tutte le nostre funzioni possono essere dirette ed osservate. Che tu te ne accorga o no, è quanto sta avvenendo. Per citare Carnicom: “La saturazione è completa. Si tratta ora solo di mantenere e concentrare”.

Le scie chimiche sono parte di un un sistema d'arma integrato. Sebbene il programma si riferisca apparentemente ad un disastroso intervento di modificazione meteorologica (che non è stato ufficialmente ancora ammesso), gli aerosol contengono parassiti che sono il risultato della bio- ingegneria. Secondo stimati ricercatori, ormai siamo tutti virtualmente contaminati. Forse “seminati” è la parola più adatta, se si pensa al Morgellons. La miscela di parassiti biotecnologici, patogeni, metalli, nano-robot è stata concepita per creare un substrato adatto all'informazione. Qualcuno ha forse intenzione di inserire dei microchips? Non pensare all'indignazione per i microchips R.F.I.D. (radio frequency identification). Siamo stati già inseriti in una Rete. È già accaduto.

Articolo originale commentato dai lettori http://www.tankerenemy.com/2009/07/controllo-mentale-e-dellumore. html

Autore: Zret Fonti: tankerenemy.com - Scie Chimiche (Chemtrails) - TANKER ENEMY TV

 

 

 

In quante altre occasioni il latte materno e’ inquinato nella nostra societa’ moderna???

Segnalato da Amedeo Aita, tratto da Uno Notizie Toscana - Pistoia

latte-inquinato. Il caso delle mamme di Pistoia: latte materno presenta elevati tassi di diossina Cosa stiamo aspettando7 Ci piacerebbe mettere di fronte tutti gli amministratori e i politici che abbiamo incontrato e ascoltato, ma che finora non hanno mosso un muscolo, con le mamme di Pistoia, il cui latte materno presenta elevati tassi di diossina. Latte avvelenato, che passerà al loro bambini e noi non osiamo nemmeno pensare alle conseguenze. Vorremmo sentire da questi amministratori quale sia la loro giustificazione, quello che ancora si inventerebbero per difendere un inceneritore che mina uno dei più preziosi alimenti dell'umanità. Il latte di una mamma. Montale, provincia di Pistoia, dove è in funzione un modernissimo inceneritore, e nessun altro impianto che consenta di creare qualche alibi.


I campioni di latte arrivano da mamme che abitano nella zona di ricaduta dell'impianto, quelle ricadute che per Enia praticamente non esistono e sono infinitesimamente minuscole.
L'inquinante è il tristemente noto pohcloroibifenile, un termine intricato con il quale faremo bene ad avere confidenza.
I profili emissivi (che sono le impronte digitali delle sostanze inquinanti) sono identici a quelli che avevano già regalato al territorio i polli alla diossina, gli stessi indicati dal gestore come emissioni dell'impianto.
Eppure a Pistoia le istituzioni si espnmettero con affermazioni che oggi suonano in modo stridulo, come una campana a morte: "totale assenza di PCB nelle emissioni".
Ma non le istituzioni hanno fatto emergere questo dramma.
No, sono stati i comitati locali di cittadini ad effettuare uno screening volontario con un laboratorio accreditato.
Inutili erano stati gli inviti e poi gli appelli alle maestranze affinché la salute dei cittadini fosse monitorata.
Un brivido ci corre nella schiena perché ci sembra di assistere in anteprima a situazioni del futuro di Parma, se l'inceneritore previsto a Ugozzolo sarà davvero portato a termine.
Un film già visto, con la solita e molto italiana sequela di "ve lo avevamo detto" quando tutto è già accaduto e il danno è ormai arrecato.

Viva l'Italia dei cittadini onesti.

Da BEHA BLOG

 

 

''Ospitiamo con molto piacere un testo del Dottor Franco Berrino ricercatore dell'Istituto dei
Tumori di Milano in materia di alimentazione e prevenzione''
 
berrino.

L’alimentazione può influenzare l’insorgenza dei tumori attraverso numerosi meccanismi (figura).
Fra i principali meccanismi:


- la presenza di sostanze cancerogene nei cibi (ad esempio micotossine che si formano nella conservazione dei cereali ed altri alimenti conservati in ambienti caldo-umidi; nitrosammine che si formano nella conservazione di cibi proteici in presenza di nitriti; residui di pesticidi)
- la formazione di sostanze cancerogene nella cottura, specie ad alte temperature (ad esempio ammine eterocicliche nella cottura delle carni; acrilamide nella cottura degli amidi, in particolare nella frittura delle patatine)
- sostanze pro-ossidanti (ad esempio il Ferro-eme delle carni), che favoriscono la formazione di N-nitroso composti nel lume intestinale e in generale la produzione di radicali liberi

- sostanze antiossidanti (le vitamine C ed E, i carotenoidi e vari polifenoli dei cibi vegetali) che proteggono il DNA dai radicali liberi e prevengono l’attivazione metabolica di vari cancerogeni
- attivatori di enzimi di fase II (glutatione-S-transferasi, acetiltransferasi, UDP-glucoroniltranferasi, sufotransferasi) che favoriscono l’eliminazione delle sostanze tossiche coniugandole ad una molecola di acido glucuronico, acetico o solforico (ad esempio i glucosinolati delle crucifere)
- inibitori di enzimi di fase I (P450) implicati nell’attivazione di sostanze cancerogene (ad esempio indoli e isotiocianati – derivanti da glucosinolati – e la quercetina presente in numerosi frutti e verdure, in particolare nelle cipolle)
- sostanze che stabilizzano il DNA inibendo l’enzima istonedeacetilasi (il diallilsolfato dell’aglio, il solforafano delle crocifere, il butirrato prodotto nella fermentazione intestinale delle fibre vegetali)
- promotori della differenziazione cellulare (ad esempio le vitamine D ed A, e gli acidi grassi poli-insaturi omega-3 del pesce e di molte erbe selvatiche)
- promotori della comunicazione intercellulare, che consente il controllo della crescita dei tessuti (ad esempio retinoidi, carotenoidi, acido caffeico, resveratrolo del vino rosso, polifenoli del the verde)
- promotori della proliferazione cellulare (ad esempio le poliammine – putrescina, spermina e spermidina – contenute nella frutta, nelle verdure a frutto e in alimenti fermentati)
- inibitori dell’ornitina-decarbossilasi, che catalizza la sintesi di putrescina (ad es nelle gingiberacee, quali la curcuma e lo zenzero)
- inibitori dell’angiogenesi (ad esempio i polifenoli del tè verde – in particolare l’epigallocatechinagallato (EGCG)- gli isoflavoni della soia, curcumina, quercetina, resveratrolo, estratti d’aglio, e la restrizione calorica)
- promotori dell’apoptosi (ad esempio il solforafano e l’indolo-3carbinolo delle crocifere, gli acidi grassi poli-insaturi omega-3, curcumina, capsicaina, vanillina, EGCG, resveratrolo, licopene del pomodoro)
- precursori di prostaglandine proinfiammatorie (acido arachidonico presente prevalentemente nelle carni) o antinfiammatorie e antiproliferative (acido eicosapentaenoico del pesce, acido gamma-linolenico di alcuni oli vegetali)
- inibitori dell’espressione di COX-2, sovraespressa in molti tipi di tumori (ad esempio l’acido ellagico dei frutti di bosco e vari composti delle gingiberacee)
- agenti metilanti (ad esempio l’acido folico – presente in particolare nelle foglie verdi e nei legumi- e inoltre metionina, colina, betaina) capaci di silenziare -attraverso la metilazione delle isole GpG dei promotori - certi geni
- sostanze che intervengono nella riparazione del DNA (ad esempio i folati)
- modulatori della persistenza delle infezioni da HPV e da Helicobacter Pilori (verosimilmente l’acido folico e varie sostanze antiossidanti vegetali)
- potenziatori delle difese immunitarie (quali Zinco, un elevato rapporto fra acidi grassi omega-3 e omega-6, e il centinano contenuto in alcuni funghi, quali lo shiitake (lentinus edodes), il maitake, e il pleurotus ostreatus)
- modulatori della regolazione del ciclo cellulare (ad esempio l’idrossitirosolo dell’olio di oliva, la Vitamina A e altri ligandi del recettore dei retinoidi, e fattori che inibiscono le chinasi ciclinadipendenti, quali l’epigallocatechina gallata del tè verde, la genisteina della soia, nonché la restrizione calorica)
- Fitoestrogeni, competitori degli estrogeni endogeni per i recettori ormonali (ad esempio gli isoflavoni della soia e i lignani presenti nei semi di lino e in vari altri semi).
- inibitori delle metallo-proteasi che governano la penetrazione delle cellule tumorali nei tessuti e nei vasi (inibite invitro dall’epigallocatechina gallata, curcumina, quercetina, resveratrolo, genisteina, vitamina C, vitamina E)
- modulazione della sintesi di fattori di crescita e citochine infiammatorie (la restrizione calorica riduce la sintesi di IGF-I, PDGF, IL-6; la dieta ricca di proteine, in particolare di proteine animali, soprattutto delle proteine del latte, è associata ad alti livelli plasmatici di IGF-I)
- modulazione dell’ambiente ormonale, mediata dalla produzione di insulina (favorita dallo stile alimentare occidentale ricco di carboidrati raffinati e di grassi saturi) che somma azioni gonadotropiche (aumentata sintesi di androgeni nell’ovaio), metaboliche epatiche (ridotta sintesi di SHBG e di IGFBP1 e 2), e sistemiche (aumentata espressione di recettori per l’ormone della crescita)

La complessa interazione di questi meccanismi, unita all’estrema varietà delle combinazioni alimentari nelle varie popolazioni e alla diversa costituzione genetica degli individui rende arduo riconoscere l’eventuale responsabilità eziologica di uno specifico fattore o stile alimentare. E la principale difficoltà della ricerca epidemiologica su alimentazione e cancro, che si e’ sviluppata negli ultimi 40 anni a partire dagli studi di correlazione geografica fra il consumo pro capite di vari alimenti e nutrienti e la mortalità per tumore (i cosiddetti studi ecologici, iniziati negli anni sessanta), seguiti dagli studi casi-controlli iniziati negli anni settanta e dagli studi prospettici basati su questionari alimentari, fino agli studi prospettici con banca biologica iniziati negli anni ottanta e agli studi di intervento alimentare degli anni novanta del secolo scorso. Nel loro insieme, questi studi hanno condotto alla conclusione che oltre un terzo delle neoplasie sono teoricamente prevenibili con modificazioni sostenibili dell’alimentazione.
Gli studi ecologici hanno sistematicamente evidenziato una forte relazione dei principali tumori del mondo occidentale (mammella, colon, rene, ovaio, prostata) con il consumo di carni e di grassi animali, ma non erano in grado di discriminare fra il ruolo di questi alimenti ed altri potenziali fattori eziologici legati alla ricchezza delle popolazioni. Relazioni dello stesso ordine di grandezza, infatti, venivano generalmente riscontrate con il prodotto nazionale lordo. Alcune di queste associazioni sono state successivamente messe in dubbio dagli studi di epidemiologia analitica basati su questionari alimentari individuali.
Gli studi analitici condotti negli anni settanta e ottanta hanno invece dimostrato inequivocabilmente il ruolo delle bevande alcoliche nell’eziologia dei tumori delle prime vie aereo-digestive, dell’esofago, e del fegato, e la protezione da frutta (e in grado minore da verdure) per questi stessi tumori e ancor più per i tumori del polmone e dello stomaco. La protezione da frutta e verdure è stata riscontrata frequentemente anche per altri tumori, ma generalmente non per i tumori della mammella, dell’ovaio e della prostata. Per i tumori dell’intestino i risultati degli studi epidemiologici su frutta e verdura sono contrastanti ma il progetto EPIC (European Prospective Investigation into Cancer and nutrition, il più grande studio prospettico mai intrapreso, che segue oltre 500.000 persone reclutate in 10 paesi europei con abitudini alimentari molto diverse) ha recentemente confermato un chiaro effetto preventivo del consumo di alimenti ricchi di fibre vegetali, sia cereali sia verdura e frutta. Questi risultati giustificano la raccomandazione condivisa da varie agenzie nazionali ed internazionali di aumentare il consumo di frutta e verdura, di cui si dovrebbero mangiare almeno cinque porzioni al giorno, e di cereali integrali. Rimane da chiarire il ruolo di specifici prodotti: alcuni studi hanno sottolineato l’effetto particolarmente protettivo degli agrumi nei confronti del cancro gastrico, dei vegetali ricchi di beta-carotene nei confronti del cancro del polmone, mentre non è stato evidenziato alcun effetto protettivo delle patate. Il potenziale ruolo protettivo del pomodoro, in particolare delle salse di pomodoro, per il cancro della prostata e’ stato molto pubblicizzato, ma le prove non sono consistenti.
Negli anni ottanta questi risultati dell’epidemiologia osservazionale hanno stimolato la partenza di numerosi studi sperimentali controllati di intervento con integratori alimentari (in genere cocktail di vitamine antiossidanti e sali minerali), spesso rigorosamente condotti in doppio cieco. A parte i risultati suggestivi di una modesta efficacia per la prevenzione del cancro dello stomaco e dell’esofago in alcune popolazioni cinesi caratterizzate da un’alimentazione piuttosto povera, i risultati di questi studi sono stati generalmente deludenti, e talvolta drammatici: la supplementazione con beta-carotene ha causato un aumento significativo dell’incidenza del cancro del polmone nei fumatori; alte dosi di vitamina E hanno fatto aumentare la mortalità generale; la supplementazione con crusca di cereali o con fibre solubili non ha ridotto e in certi casi sembra aver fatto aumentare l’incidenza di polipi intestinali; ma in generale i risultati sono stati nulli. Le ragioni di questo fallimento non sono note con precisione. Le ipotesi principali sono che certe sostanz e antiossidanti diventino proossidanti ad alte dosi o in condizione di elevata pressione parziale di ossigeno, oppure che dosi troppo alte di antiossidanti possano impedire meccanismi apoptotici che sfruttano vie ossidative. Rimane quindi valida la raccomandazione di consumare un’ampia varietà di cibi vegetali ma non di ricorrere ad integratori alimentari ad alte dosi. Particolarmente dubbia è la pratica di molti medici di raccomandare alte dosi di vitamine antiossidanti a pazienti oncologici. Anche la stessa raccomandazione di mangiare frutta è dubbia in pazienti oncologici, non per la modesta dose di antiossidanti bensì in quanto la frutta e le verdure a frutto sono una delle principali fonti alimentari di poliammine, che potrebbero stimolare ulteriormente la proliferazione cellulare.
Una delle conoscenze epidemiologiche più consolidate su dieta e cancro è la relazione fra consumo di carni rosse, in particolare carni conservate (salumi, wurstel, hamburger ecc), e l’incidenza di cancro dell’intestino, coerentemente riscontrata dalla maggior parte degli studi analitici e recentemente confermata con grandi numeri da EPIC. Le carni bianche non hanno effetto e il pesce risulta protettivo. Il rischio da carni rosse potrebbe dipendere sia dalla formazione di N-nitroso composti favorita dal ferro eme, sia dalla formazione di ammine eterocicliche nella cottura delle carni, sia dal contributo dello stile alimentare ricco di carni allo sviluppo della resistenza insulinica.3
Il consumo di carni rosse, in particolare la conservazione sotto sale, è anche significativamente associato al cancro dello stomaco. Il ruolo del latte e dei formaggi nella cancerogenesi è invece molto controverso. A fronte di una chiara associazione negativa con i tumori dell’intestino, verosimilmente mediata dal contenuto di calcio, c’è un sospetto che il latte sia associato ai tumori dell’ovaio e che una dieta molto ricca di calcio favorisca i tumori della prostata (forse perché riduce la sintesi endogena di vitamina D). Uno dei campi più controversi nella ricerca su dieta e cancro è costituito dai tumori della mammella. Gli studi epidemiologici hanno dato risultati spesso incoerenti sia sui nutrienti, in particolare sulla relazione con il consumo di grassi totali e saturi, sia su specifici alimenti, ad esempio il latte e le carni. La ragione di queste difficoltà potrebbe dipendere dalla scarsa accuratezza dei questionari alimentari, ma anche dal fatto che lo stile alimentare complessivo delle popolazioni ad alto rischio è più importante che non l’esposizione a singoli fattori, un aspetto che le tecniche epidemiologiche comunemente usate non sono in grado di valutare compiutamente. Gli studi epidemiologici hanno però dimostrato al di là di ogni ragionevole dubbio che alti livelli sierici di androgeni e, dopo la menopausa, di estrogeni, favoriscono il successivo sviluppo di carcinomi mammari. Il rischio è più alto in presenza di bassi livelli della globulina che lega gli ormoni sessuali (SHBG, sex hormone-binding globulin), e quindi di più alti livelli di ormoni sessuali liberi. Molti di questi studi hanno inoltre evidenziato un rischio associato ad alti livelli sierici di insulina, C-peptide ed IGF(insulin-like growth factor)-I, che coopera con gli estrogeni nello stimolare la proliferazione delle cellule epiteliali mammarie. L’insulina, infatti, è un determinante importante della sintesi ovarica di androgeni, inibisce la sintesi epatica di SHBG e di due delle IGFBP (IGF binding protein), e aumenta l’espressione dei recettori per l’ormone della crescita. L’IGF-I (un tempo chiamato somatomedina C) è l’effettore dell’ormone della crescita ed è uno dei principali fattori che stimolano la proliferazione cellulare e prevengono l’apoptosi. I livelli sierici di IGF-I aumentano nell’infanzia fino ad un massimo nell’adolescenza, e una volta completato lo sviluppo corporeo si riducono progressivamente con l’età.
Queste alterazioni endocrino-metaboliche riconoscono cause sia genetiche sia nutrizionali. La ricerca sui geni che controllano la sintesi e il metabolismo di questi ormoni e fattori di crescita non ha però fino ad ora identificato polimorfismi capaci di spiegare se non marginalmente la variabilità interindividuale dei livelli sierici di questi fattori. E’ stato dimostrato, invece, che i livelli di ormoni sessuali sono influenzati dalla massa di tessuto adiposo (dove sono sintetizzati sia androgeni sia estrogeni), dall’attività fisica (che migliora la sensibilità insulinica) e dalla dieta. Un cambiamento complessivo della dieta, volto a ridurre il consum o di zuccheri raffinati e di grassi saturi che caratterizza l’alimentazione contemporanea dei paesi ricchi, e’ in grado di ridurre il livello sierico di insulina e, di conseguenza, la biodisponibilità di ormoni sessuali e di fattori di crescita. Una dieta iperproteica, inoltre, in particolare se ricca di proteine animali e di latte, è associata a livelli alti di IGF-I. Gli aspetti dell’alimentazione che favoriscono le alterazioni ormonali associate al cancro della mammella sono gli stessi che favoriscono la sindrome metabolica associata al diabete e alle malattie cardiovascolari, definita convenzionalmente dalla presenza di tre o più dei seguenti fattori: iperglicemia, ipertrigliceridemia, bassi livelli di colesterolo HDL, ipertensione e adiposità addominale. Ciascuno di questi fattori è stato riscontrato associato al cancro della mammella in studi epidemiologici, e ci sono sempre più indicazioni che la sindrome metabolica e le alterazioni ormonali che l’accompagnano siano associate anche ad una peggiore prognosi. Queste conoscenze consentono di formulare raccomandazioni sia per la prevenzione primaria sia per la prevenzione delle recidive del cancro della mammella. Le stesse raccomandazioni valgono verosimilmente per la prevenzione dei tumori in generale, in quanto alterazioni del sistema insulina/IGF sono state riscontrate associate ai tumori dell’intestino, dell’ovaio, e della prostata, e lo stile alimentare che le favorisce è lo stesso che promuove lo sviluppo di altre malattie croniche prevalenti nel mondo occidentale, in particolare il diabete e le malattie cardiovascolari.
Fin dall’inizio del secolo scorso studi sperimentali hanno ripetutamente riscontrato una ridotta incidenza di tumori e una maggiore durata della vita negli animali allevati in condizione di restrizione calorica. Il fenomeno è verosimilmente mediato da una ridotta produzione di fattori di crescita e di citochine infiammatorie. Studi recenti, infatti, hanno dimostrato che il beneficio della restrizione calorica può essere rimosso dalla somministrazione di IGF-I. Questo meccanismo rappresenta un vantaggio evolutivo in quanto consente di utilizzare le poche energie disponibili in periodi di carestia per la sopravvivenza piuttosto che per la crescita; spiega anche come la statura delle popolazioni dipenda anche dalla disponibilità di cibo, in particolare di proteine, e perché le persone alte abbiano generalmente un rischio lievemente aumentato di tumori. Lo stesso sovrappeso, espressione di una dieta ipercalorica, è associato a una maggiore incidenza di tumori della mammella (dopo la menopausa), dell’endometrio, dell’intestino, del rene, della colecisti, mentre l’attività fisica è protettiva sia per i tumori dell’intestino sia per quelli della mammella (sono sufficienti 30-40 minuti al giorno di un’attività pari ad una camminata a passo veloce per ridurre significativamente l’incidenza). E’ probabile che una maggiore disponibilità di energia favorisca anche la progressione di tumori già manifestatisi clinicamente. L’obesità, infatti, è associata a una prognosi peggiore, e studi recenti hanno dimostrato una netta riduzione delle recidive dei tumori dell’intestino e della mammella nei pazienti che praticano regolarmente una moderata attività fisica.

Franco Berrino, Dipartimento di Medicina Preventiva e Predittiva, Istituto Nazionale Tumori, Milano



Riferimenti bibliografici:


WCRF / AICR. Food, Nutrition, Physical Activity and the Prevention of Cancer: a Global Perspective, AICR, Washinghton DC 2007 (www.dietandcancerreport.org) Servan-Schreiber D. An ticancer. Prévenir et lutter grâce à nos défenses naturelles. Robert Laffont, Paris, 2007 USDA. Dietary Guidelines for Americans, 2005 (www.Health.gov/dietaryguidelines/dga2005/report) Campbell TC and Campbell TM. The China Study, Benbella Books, Dallas Texas 2005 IARC. Weight Control and Physical Activity. IARC Handbooks of Cancer Prevention. IARC press, Lyon, 2002 WCRF / AICR. Food, Nutrition and the Prevention of Cancer: a Global Perspective. AICR, Washinghton DC 1997

 

 

carie-denti. (ANSA) - ROMA, 19 GEN - La poltrona del dentista non fara' piu' paura: nel giro di 3-5 anni le carie si cureranno con un getto di plasma, ossia con lampi di gas plasma freddo che, spruzzato nella carie, ripulisce da tutti i batteri patogeni ed elimina il tessuto infetto senza danneggiare il dente. La soluzione rivoluzionaria e' dell'equipe di Stefan Rupf dell'universita' Saarland ad Amburgo. Secondo quanto riferito sul Journal of Medical Microbiology, i lampi di plasma nel giro di pochi secondi sono in grado di ridurre di 10 mila volte la concentrazione di batteri dentali. Oggi per rimuovere le carie, il risultato di un'infezione batterica che corrode smalto e dentina, si agisce con il trapano, rimuovendo il tessuto infetto e quindi intaccando l'integrita' del dente. Il 'gas plasma' consiste di una nube reattiva di particelle cariche elettricamente (radicali liberi) prodotta dall'azione di un forte campo elettromagnetico su acqua ossigenata vaporizzata. Oggi e' gia' in uso per la sterilizzazione di strumenti chirurgici sensibili al calore poiche' la temperatura di questo processo con il plasma non supera i 50 gradi.

Il plasma usato dai ricercatori tedeschi e' un plasma freddo e indolore; gli esperti lo hanno testato su dentina estratta da denti umani e 'cariata' dai due principali batteri della carie, Streptococcus mutans e Lactobacillus casei. Gli esperti hanno bombardato i denti in provetta per 6, 12 o 18 secondi e visto che cio' basta ad eliminare il tessuto infetto. Piu' a lungo il dente e' esposto al getto di plasma maggiore e' la densita' di batteri eliminata. ''Grazie alla bassa temperatura si possono uccidere i microbi preservando i denti'', spiega Rupf. In questo modo totalmente privo di contatto fisico col dente stesso, il sorriso e' al sicuro e la seduta dal dentista cessa di essere un incubo. ''La ricerca in questo campo ha fatto gia' enormi progressi - conclude Rupf - e da qui a 3-5 anni il trattamento clinico deldentile carie col plasma sara' realta'''. Sulla stessa scia un'altra scoperta dello scorso anno per la quale, secondo i ricercatori, sara' necessario aspettare ancora almeno altri 4 anni prima di poterla vedere utilizzata negli studi dentistici. Un'equipe di scienziati del Leeds Dental Institute ha scoperto infatti una proteina che permette di riparare i buchi sulla superficie smaltata dei denti in maniera naturale, 'attirando' i minerali che formano lo smalto nello stesso modo in cui il corpo crea i nuovi denti. La nuova proteina potrebbe essere utilizzata anche per riempire i piccoli buchi sullo smalto dei denti che li rendono sensibili al caldo e al freddo. Ad attendere queste novita' sono, solo in Italia, milioni di persone. Solo un italiano su 10 puo' infatti vantare una bocca veramente sana, senza neanche una carie o una infiammazione. Il Nord e' piu' sano, seguito dal Centro. Quasi il 60% degli individui di eta' compresa tra i 13 ed i 18 anni ha gia' avuto almeno una lesione cariosa. Fra le persone in eta' tra i 19 e 25 anni c'e' invece una prevalenza di patologia superiore all'80%.

(ANSA).

 

 

Buongiorno a tutti,

ho chiesto a Camminamente.it di postare questi video tratto da Youtube per amplificare la visibilità di questo documentario. E’ stato trasmesso il 25 gennaio 2010 da un canale satellitare (non ricordo quale) ed io lo trovo molto interessante per diversi motivi.
1_ Finalmente si capiscono molte cose del problema spazzatura e non solo.
2_ Perché non viene trasmesso da mamma Rai in chiaro, visibile a tutti ed in prima serata, invece di farci vedere certe porcate che non si riescono a guardare?
3_Per tutti quelli che pensano ancora alla destra e alla sinistra, e alle ideologie e ai principi di partito.
4_Ed infine, spero che faccia riflettere le persone che ritengono l’attuale Presidente del Consiglio un eroe.

Un saluto a tutti

Gilberto

 

 

Per i nostri lettori abbiamo il piacere di inserire nei nostri articoli un documentario in otto parti con le testimonianze di alcuni vegetariani italiani famosi. I vostri commenti e i pensieri ci faranno molto piacere. Buon ascolto!

" VEGETARIAN PARTY"

Il Film-Documentario VEGETARIAN PARTY, sui Vegetariani oggi in Italia con Red Ronnie, Pino Caruso, Ivan Cattaneo, per la regia del napoletano Cristiano Ceriello è visibile nella versione di 60 minuti su YouTube.

LA TRAMA
"Raddoppiati in tre anni in Italia, da 3 a 6 milioni. Diete senza carne e pesce, uno stile salutista, un pensare etico o una moda? Qual è la situazione dei vegetariani oggi in Italia e chi sono i Vegetariani?"

RADIO ANIMALISTA, co-produttore del Film, ha reso disponibile la Visione del Film sui Vegetariani oggi in Italia: "Vegetarian Party", presenti su YouTube.

Basta Cliccare i link di sotto o andare su Youtube.com e cercare: "Vegetarian Party Film"nella sua Versione Ridotta di 60 minuti ...

VEDI VEGETARIAN PARTY:

 

 

 

 

 

www.radioanimalista.net

 

Da qualche mese troviamo sulle riviste del biologico e del naturale la pubblicità delle paste fatte con grani antichi e non soggetti a ibridazioni o modificazioni genetiche. Sul nuovo numero di gennaio 2010 della rivista LE SCIENZE troviamo invece un articolo molto interessante sull’argomento che riportiamo per le vostre considerazioni.


grani-antichi.


I GRANI DI NAZARENO STRAMPELLI

 

Breve storia di uno dei più grandi genetisti agrari italiani, che agli inizi del XX secolo grazie a metodi innovativi produsse varietà di grano ad alta resa.


di Dario Bressanini

‘’Forse a qualcuno di voi sarà capitato di trovare, in un cesto natalizio da gourmet, dei pacchi di pasta prodotta con un grano duro dal nome curioso: Senatore Cappelli. Sappiate che avete avuto tra le mani la testimonianza del lavoro di uno dei più grandi genetisti agrari del nostro paese, Nazareno Strampelli,  che purtroppo, ancora in pochi, in Italia e nel mondo, conoscono. …………….

 

logo Scarica l'articolo

 

‘’Pubblichiamo volentieri quanto gentilmente la LAV ci ha fornito a proposito di alimentazione vegetariana e suoi vantaggi’’

 

La scelta veg HA I SUOI perché

vegan.

Tutela dell’ambiente

Gli allevamenti di animali destinati all’alimentazione umana, sono responsabili dell’inquinamento di falde acquifere e mari, della deforestazione, dello spreco di risorse territoriali, idriche e alimentari, e contribuiscono in maniera determinante all'effetto serra.


Inquinamento

Ogni animale produce un inquinamento di suolo e acqua pari a 30 volte il suo peso. Il 18% delle emissioni globali di gas serra (più del 14% prodotto dai trasporti) deriva dagli animali allevati (rapporto FAO “Livestock’s long shadow” 2007). Agli allevamenti è imputato il 65% delle emissioni di ossidi di azoto, il 64% delle emissioni di ammoniaca a livello mondiale, e il 37% del metano, ed essi contribuiscono in maniera determinante alla formazione delle piogge acide Per produrre 1 kg di carne di manzo si generano 36 kg di gas serra CO2 equivalenti. A causa degli allevamenti, la temperatura è aumentata di 4° nel corso di un secolo. Sostituendo 1 kg di carne a settimana con proteine vegetali si risparmiano circa 36 Kg di CO2. In un anno si possono risparmiare dunque ben 1.872 kg di CO2 (sostituendo una lampadina da 60W con una a basso consumo, le emissioni di CO2 risparmiate sono soltanto 26 kg).


Deforestazione

Il 30% delle terre del Pianeta è destinato al pascolo. In Sudamerica il 70% delle terre deforestate è stato trasformato in pascolo. Ogni hamburger comporta la distruzione di 5 mq di foreste: 35 mq per ogni kg di carne. Secondo il governo brasiliano l’allevamento bovino è responsabile dell’80% della deforestazione della foresta amazzonica, che viene disboscata a un ritmo di 1 ettaro ogni 18 secondi, e del 14% della perdita mondiale delle foreste (rapporto Greenpeace: Amazzonia, che macello! – giugno 2009). Ogni anno viene disboscata un’area di foresta amazzonica corrispondente al Piemonte (rapporto Geo Amazzonia 2009), mentre in totale sono andati persi finora 621mila kmq di foresta, corrispondenti all’intera Francia (Greenpeace).

 

Sovra sfruttamento e spreco di terre coltivabili

 

2/3 delle terre fertili sono destinate alla coltivazione di cereali e legumi per alimentare animali. Il 90% per cento della soia e il 50% dei cereali prodotti nel mondo sono utilizzati per produrre mangimi animali: per 1 kg di carne sono necessari 15 kg di cereali. Un raccolto destinato all’alimentazione di animali allevati, produce 1/30 delle proteine che fornirebbe se coltivato a soia da destinare direttamente al consumo umano. Con il raccolto ottenuto da un appezzamento di terra necessario a nutrire una persona onnivora, inoltre, potrebbero essere nutriti 20 vegetariani.


Spreco di risorse idriche

La produzione di 5 kg di carne bovina comporta l’uso di una quantità d’acqua pari al consumo annuo di una famiglia media americana (stime Newsweek). Una mucca da latte beve circa 200 litri d’acqua al giorno, 50 un bovino da ingrasso, 20 un maiale. Per produrre 1 kg di carne bovina sono necessari oltre 15.000 litri d’acqua; per 1 kg di carne di maiale 4.800 litri; 3.500 litri per 1 kg di pollo, contro i 1.300 litri per 1 kg di frumento (Barilla center for food nutrition 2009), i circa 1.900 litri per 1 kg di riso, e 2000 litri per 1 kg di soia. Inoltre l’impronta idrica di una persona (consumo reale e virtuale di acqua) corrisponde a 1.500/2.600 litri per un vegetariano, contro i 3.000/5.000 litri per una persona con una dieta a base di carne.


Tutela della salute

L’alimentazione vegetariana è riconosciuta dalla Scienza Ufficiale come stile alimentare in grado di promuovere un buono stato di salute per ogni fascia di età. Nei vegetariani l’incidenza delle principali malattie dei paesi industrializzati (malattie cardiovascolari, cancro, obesità e diabete) è molto più bassa rispetto agli onnivori.


Infarto e malattie cardiache

Il 39,40% dei decessi avvenuti in Italia nel 2006 (ultimo aggiornamento Istat disponibile) è dovuto a malattie cardiovascolari. Nei vegetariani l’incidenza di cardiopatie è inferiore del 24%, rispetto a chi consuma abitualmente carne, mentre nei vegani (che non assumono alimenti di origine animale) è inferiore al 57% (American Dietetic Association “Rapporto sulle diete vegetariane” 2009 – traduzione SSNV). Ogni 2 minuti in Italia si registra un infarto con esito mortale. Il fattore di rischio d’infarto aumenta del 50% nei consumatori di carne, rispetto a chi non ne consuma. Il rischio di contrarre patologie coronariche diminuisce del 35% escludendo la carne dalla dieta.


Tumori

Il 30,19% dei decessi avvenuti in Italia nel 2006 (ultimo aggiornamento Istat disponibile) è dovuto a tumori. I vegetariani hanno il 45% di probabilità in meno di ammalarsi di cancro del sangue e un 12% in meno di ammalarsi di qualsiasi tipo di cancro, rispetto a coloro che seguono una dieta carnivora (British Journal of Cancer 2009). Il rischio di contrarre tumori all’esofago, al colon, al fegato e al polmone aumenta fino al 60% nei grandi consumatori di carne (US National Cancer Institute, 2007). Diminuire il consumo di carne potrebbe evitare l’11% dei decessi tra gli uomini e il 16% tra le donne. Mangiare due porzioni di carne al giorno aumenta del 35% il rischio di cancro all’intestino (UK Medical Research Council/International Agency for Research on Cancer, 2005). 800 gr di legumi, o di cereali non raffinati, patate, verdure varie, al giorno, contribuiscono a prevenire il cancro.


Obesità

I vegetariani presentano un più basso indice di massa corporea (BMI) rispetto a chi segue un’alimentazione con cibi di origine animale, grazie al più elevato consumo di cibi ricchi di fibre e a bassa densità calorica, come frutta e verdura. L’aumento ponderale nell’arco di 5 anni è risultato essere il più basso tra chi sceglieva di diminuire o eliminare cibi di provenienza animale (American Dietetic Association “Rapporto sulle diete vegetariane” 2009 – traduzione SSNV). La carne rossa contiene grassi saturi che provocano alti livelli di colesterolo, di cui sono ricchi anche uova e formaggi; per contro è pari a zero il colesterolo presente in cereali, frutta, legumi, semi oleosi. In Italia il 12,3% dei bambini è obeso, mentre il 23,6% è in sovrappeso: più di 1 bambino su 3, quindi, ha un peso superiore a quello che dovrebbe avere per la sua età (Istituto Superiore di Sanità, Rapporto “Okkio alla salute” 2008). Un piatto di polpette di carne contiene 486 kcal, mentre un piatto di polpette di soia contiene 169 kcal.


Diabete di tipo 2 (alimentare)

I vegetariani hanno l’80% di rischio in meno di ammalarsi di diabete di tipo 2, o alimentare, rispetto a chi si nutre di alimenti di origine animale. La carne contiene molti grassi saturi che provocano insulino-resistenza. Una porzione di carne rossa aumenta del 26% il rischio di diabete alimentare La riduzione di rischio di diabete 2, favorita da una alimentazione ricca di frutta, verdura, legumi e cereali integrali, è pari al 50%.


Tutela degli animali

In Italia ogni anno vengono uccisi 700 milioni di animali terrestri e miliardi di animali acquatici, per il consumo alimentare umano. 17 miliardi solo in Europa e negli Stati Uniti. Il 99% proviene da allevamenti intensivi. Se ogni italiano mangiasse vegetariano 1 giorno alla settimana per un anno, risparmieremmo la vita a 12 milioni di animali (esclusi quelli acquatici).


Bovini

Carne 3,8 milioni di bovini sono stati macellati in Italia nel 2008: i vitelli a soli 6 mesi di età. I bovini da ingrasso sono costretti pressoché all’immobilità: il movimento richiede energia e ingrasserebbero meno velocemente, con la necessità di maggiore nutrimento per raggiungere il peso di vendita.

Latte 11 milioni di tonnellate di latte prodotte ogni anno, in Italia, da mucche che raggiungono al massimo i 7/8 anni di vita contro i 40 anni che vivrebbero in natura. I vitelli vengono staccati subito dalla mamma e nutriti con preparati in polvere, per evitare che succhino il latte destinato ai consumatori.


Polli, tacchini e galline

Carne Mezzo miliardo i polli e i tacchini macellati nel 2008 in Italia. I polli vengono allevati in 10-15 per metro quadro, per 30 giorni su 40 della loro breve vita immobili sui loro escrementi.

Uova 330 milioni di pulcini maschi vengono uccisi ogni anno in Italia perché inutili alla produzione di uova. Le galline ovaiole sono allevate in gabbie di 20 centimetri, dove vivono al massimo per 2 anni. Poi diventano carne di seconda scelta.


Pesci e molluschi

80 milioni di tonnellate gli animali acquatici destinati al consumo umano, uccisi per asfissia dopo una muta agonia, il 50% dei quali provenienti dall'acquacoltura. Aragoste e crostacei, invece, vengono spesso bolliti vivi.


Maiali

13, 6 milioni di maiali macellati ogni anno in Italia, 1000 quelli uccisi in una mattinata. Le scrofe in allevamento vivono circa 2 anni, contro i 18 che vivrebbero in natura. La castrazione dei maialini viene effettuata senza anestesia: la maturità sessuale conferisce cattivi odori alle carni.


Agnelli

1 milione e 700 mila gli agnelli macellati nel 2008 in Italia, la maggior parte dopo estenuanti viaggi ammassati su Tir provenienti dall’Est Europa.


Conigli

26 milioni di conigli macellati nel 2008 in Italia. Allevati in 2 o 3 nella stessa gabbia, tanto piccola da non consentirgli neanche di girarsi su se stessi: se uno vuole muoversi devono muoversi anche gli altri. In tale situazione di stress per mantenere l’appetito dell’animale sono necessari antibiotici e integratori chimici.

 

 

Cara/o Lettrice/Lettore,

cavia. anche se la stagione influenzale non è completamente passata, possiamo dire di aver vinto la nostra battaglia informativa presso l’opinione pubblica che aveva come obiettivo quello di spiegare non solo l’inutilità ma anche i danni della vaccinazione antinfluenzale contro il virus della “Suina” A/H1N1.
Infatti, sono state pochissime (si parla di circa 700.000, invece delle decine di milioni attese) le persone che hanno accettato questa vaccinazione e forse la maggior parte di esse lo hanno fatto o per un sentimento istintivo e irrazionale di paura o come fiducia cieca verso gli ordini che giungono dall’alto.
Purtroppo, questa vittoria ci lascia anche molto amaro in bocca, perché con frequenza sempre maggiore stanno arrivando segnalazioni di danni da vaccino antinfluenza “Suina” e purtroppo anche registrazioni di eventi mortali.
Inoltre, il nostro Paese, come molti altri (ma non tutti) ha acquistato decine di milioni di dosi di vaccini, si è impegnato a pagarle prima ancora di conoscere se questo vaccino era innocuo ed efficace e ha addirittura accettato di riceverle gradualmente fino alla fine del marzo 2010 (in modo da dare tempo all’Industria Farmaceutica di produrle e pur sapendo che questa epidemia influenzale sarebbe durata poco tempo e che sarebbe terminata prima della fine del 2009).
Perché questo comportamento e chi paga questi milioni di euro di vaccini?
Ricordiamo pure che ogni anno il nostro Paese spende più di 100 milioni di euro delle nostre tasse per pagare una altrettanto inutile e altrettanto pericolosa vaccinazione antinfluenzale stagionale.
Forse che nel campo sanitario non ci siano priorità maggiori?
Sappiamo tutti che ce ne sono ma, a quanto pare, le politiche sanitarie non tengono conto sempre delle vere necessità della popolazione e pare che meno ancora tengano conto dei dati scientifici (o almeno di quelli ottenuti da ricercatori indipendenti dall’Industria Farmaceutica), che da anni hanno dimostrato l’inutilità e la pericolosità di qualsiasi vaccino antinfluenzale.

Si dice che questo vaccino contro la “ Suina” sia stato un test per vedere come avremmo reagito, in modo che chi decide tutto possa perfezionare meglio le azioni future che serviranno a convincerci che sarà “obbligatoriamente necessario accettare” le future vaccinazioni.
Infatti, non si creda che tutto finisca qui.
Nel mondo scientifico c’è già chi ipotizza quali saranno i virus delle future “pandemie” e le relative future vaccinazioni che ci verranno proposte.
Come l’Industria Farmaceutica prepara per tempo le sue politiche di marketing e studia a lungo le strategie di “ disease mongering” (cioè di “invenzione delle malattie ”) tessendo accordi e amicizie con i centri di potere e di informazione, allo stesso modo anche noi dobbiamo imparare ad informarci e a restare uniti e ben collegati in modo da non trovarci impreparati davanti ad eventuali piccoli o grandi inganni che a quanto pare in questo ultimo tempo non mancano nel mondo sanitario.
Ormai sappiamo che probabilmente ogni autunno potremo dover affrontare un allarme pandemico che all’inizio viene dipinto come catastrofico, ma che poi sfuma nel nulla come dal nulla è venuto e dato che le pressioni future verteranno sempre sui virus influenzali, crediamo sia veramente importante che l’opinione pubblica sia ben informata sulle caratteristiche di questi virus, sulle loro modalità di diffusione, sulla inutilità dei vaccini antinfluenzali vecchi e nuovi, ma anche sulle vere tecniche di prevenzione, sia naturali che farmacologiche.

Lo staff di Librisalus.it

 

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