bellodeimari.

Conosco un "ragazzo" -  chissà perchè quando si parla di coetanei son tutti ragazzi? -  dicevo.............

che frequentava -  e penso frequenti ancora - il mercato alla Pomposa - una delle zone più belle di Modena
che negli ultimi anni il Comune cerca di rivalutare -  un mercatino del biologico.


Si fermava spesso solamente a prendere verdura e qualche volta del formaggio di capra.
Nell'ultimo anno invece sostava anche a far due chiacchiere con un collega di mercato, Giorgio del Grifo, di un’azienda biologica di allevamento suinicolo, in quanto un anno si eran trovati di fronte l’uno all’altro con i propri banchetti a Guastalla, ad una grossa Fiera.
Così, fiera dopo fiera, era nata un'amicizia.
‘’E’ bello - mi diceva - trovarsi a far due chiacchiere il sabato mattina con gente che vende merci da loro prodotte,
ti descrivono anche il sudore e il cuore quando ne parlano.....’’

Da un pò di tempo il ragazzo notava che, al posto di quello alto col maglione rosso, a vendere il pane c'era una ragazza.
Rimase colpito dalla sua energia: aveva come un' aura dorata che si muoveva con lei e, come re Mida, quando passava accanto alle persone anch'esse si doravano.
‘’Chissà quanta gente ne vuole della sua energia!’’  pensava..... e notava anche come questo Folletto, il sabato mattina, si presentasse alle 10!! Un orario decisamente inconsueto per chi fa mercato!  Una volta, all'acquisto di una mezza pagnotta, glielo rinfacciò con un mezzo sorriso:  ‘’Ma come si fa a venire alle 10 per vendere il pane?!’’
Il Folletto diede una spiegazione logica per questo.
Così il primo approccio al mio amico sembrò  un fallimento.

paneMauro.


Veramente per lui era un periodo di  molta sofferenza; aveva lasciato una ragazza alla quale voleva un gran bene
per motivi di crescita e quasi di incompatibilità su certe cose che un giorno volle spiegarmi bene.
Ci sono persone che stanno bene da sole, da sole trovano un loro equilibrio e una loro dimensione,  si trovano come su di una barca e navigano tranquilli nel fiume, nel lago o nel mare……
Però appena sale un passeggero, invitato s'intende, hanno una paura fottuta di perdere l'equilibrio, anzi ne hanno il terrore, ma così tanto che la barca si scaravolta da sola senza neanche troppi sforzi....
Il mio amico aveva trovato un suo equilibrio, gli piaceva anche star da solo la sera a leggere e a cazzeggiare col telecomando, però sapeva che la sua barca era a due posti ed era fatta per viaggiare in due,  per condividere emozioni.
Lui questa cosa la sentiva ed era un pò stanco di vedere il posto accanto al suo vuoto.....
Per questo era alla ricerca di un passeggero, un compagno di viaggio.
Di amicizie ne ha avute tante e ne ha tuttora. Di una si era illuso, tempo fa dovevano anche andare a coabitare, era una personcina veramente carina, dal modo di fare carino, dalla parlata carina e dalla gran bella presenza, ma per una ragione o per l'altra non era mai salita sulla barca se non per brevi tratti.....

Circa un mese e mezzo fa, ci fu un approccio un pochino più interessante col Folletto.
Lei, per un caso fortuito, era vicino al Giorgio col suo banco.  Non la conosceva affatto ma decise, anziché  un fiore, di offrirle un muffin alle castagne e gocce di cioccolata all'interno.
Il Folletto rimase così sorpreso da questo innocente gesto che il suo viso divenne quasi un punto interrogativo.... ma, forse, fu anche sorpreso dall'interessamento di lui nel cercare una persona d’aiuto per il suo lavoro.
Il ragazzo  invece fu sorpreso perchè lei era un'amante della poesia e fu immensamente felice di mandarle con una e-mail la poesia di Nazim Hikmet  "Il più bello dei mari".
Dopo questa, seguirono altre poesie scritte da entrambi.  Era proprio un bello scambio!
Un giorno il Folletto s'informò in modo "sottile" se lui fosse ‘’impegnato’’ oppure no e, la settimana successiva, fu lei ad offrirgli un dolcetto.

muffinscioccopeperosa.


Così fra dolcetti e poesie le due anime si sono incontrate…………......

Il più bello dei mari
è quello che non navigammo.
Il più bello dei nostri figli
non è ancora cresciuto.
I più belli dei nostri giorni
non li abbiamo ancora vissuti.
E quello
che vorrei dirti di più bello
non te l’ho ancora detto.
Nazim Hikmet

volo

WHAT’S YOUR TREE:

IL VOLO DELLA FARFALLA.

Spesso mi ritrovo a parlare di What’s your tree;  chi mi conosce e frequenta la mia libreria sa che sono fatta così, quando inizio con la frase “mai sentito della storia di Julia Butterfly Hill?” pensa, ecco che ci risiamo! 

volofarfalla.

Parlo per un po’ tentando di chiarire cosa è What’s your tree e inesorabilmente mi faccio trascinare dalla mia passione, più che dalla spiegazione vera e propria e  lo sventurato che si trova ad ascoltarmi mi chiede: “Cos’è What’s your tree?”


Cos’è What’s your tree? la risposta è molto semplice..
What’s your tree sono io, siamo noi, sono gli altri interconnessi con noi, sono gli alberi, gli animali,  è la nostra essenzialità, messa al servizio del mondo.


Circa un anno fa,  grazie ad un articolo scritto su Terra Nuova ho potuto conoscere la storia di Julia, una ragazza ventitreenne che a un certo punto della sua vita si è trovata coinvolta in un’azione di disobbedienza civile, per salvare le sequoie millenarie della California, destinate all’abbattimento selvaggio da parte della Pacific Lumber/Maxxam Corporation.

 

Julia si trovava in viaggio con il suo zaino, con la voglia di visitare luoghi con radici spirituali profonde; questo la portò ad inoltrarsi nel Grizzly Creek State Park per vedere le sequoie giganti della California.  Quello che vide, prima le aprì il cuore,  data la bellezza imponente delle sequoie e poi la mise davanti ad uno spettacolo terrificante: il disboscamento selvaggio. Lei non sapeva nulla di ambientalisti, proteste, manifestazione, disobbedienza civile,  ma quando sentì la richiesta : ”C’è bisogno di gente che occupi Luna; qualcuno vuole occupare Luna?” alzò immediatamente la mano urlando “Io, vado io” sapendo solo di essere disposta ad apprendere qualsiasi cosa necessaria per salvare la foresta. Nessun pensiero, solo una mano alzata e una determinazione profonda, quella che lei definisce una “scelta senza scelta”.

gryzzly-park.


Anche noi a volte ci troviamo davanti a questa “scelta senza scelta”, ci sentiamo una forza dentro, che ci spinge a fare delle cose senza valutare le conseguenze che possono in alcuni casi metter a repentaglio la nostra sopravvivenza. Basta pensare a chi si getta in un fiume in piena per salvare un'altra persona che sta affogando o chi  senza rendersene conto si trova a difendere i diritti di un perfetto sconosciuto vezzeggiato da altri. Una forza meravigliosa, che parte direttamente dal cuore e che ci fa dire  per esempio “questa è la terra in cui sono nata e fino a quando io sarò qui, questa centrale non verrà costruita!”.


Immaginate se questa spinta, questa passione senza nome, difficile da riconoscere ed a volte da accettare,  diventasse parte attiva di voi, se la nostra vita e le nostre azioni avessero come motore proprio questa forza.  What’s your tree è nato per questo: innanzitutto per aiutarci a scoprire il nostro scopo inteso come essenza (io sono…) per poi darci la possibilità di metterci in gioco nel gruppo,  donare forma allo scopo e trovare  il nostro albero.
La magia di questo percorso è data dal gruppo:  la condivisione , il confronto e la scoperta alla fine che gli alberi si assomigliano e che l’unione può aiutare a realizzare un albero comune.
Un'unica direzione che punta al Nord Magnetico, con una forza di attrazione tale da renderci determinati e difficilmente influenzabili.

All’interno del gruppo di cui faccio parte abbiamo scoperto che molte cose ci accomunano; evidenziando le diverse caratteristiche e peculiarità personali,  siamo in grado di creare un team: chi sa scrivere, chi formare rete, chi organizzare, chi alleggerire le tensioni, chi sorridere, chi danzare, chi avere nella consapevolezza della praticità l’arma vincente. Una squadra insomma,  appassionata e volenterosa di trovarsi per parlare di proposte concrete.

 

Leggendo il libro di Julia “La ragazza sull’albero” quello che mi ha colpito e che mi ha emozionato, è il fatto che i protagonisti della sua storia sono la paura e la passione. Ogni giorno della permanenza su Luna, come dice lei,  “è stato fatto di paura e dubbi”: solo quando ha imparato a diventare flessibile come l’albero che la ospitava e a lasciare andare il suo orgoglio e la sua forza fisica, ha potuto capire  il significato e l’importanza delle sue azioni. Lei doveva fare qualcosa per salvare Luna e questo avrebbe significato  accettare la paura e la rabbia, l’impotenza e il dolore trasformandoli in potere di azione. Ha pianto, ha urlato, ha desiderato di scendere, ma ha permesso che Luna le parlasse e che le insegnasse la sua vita da albero, la sua capacità di resistere per millenni e la sua sofferenza silenziosa verso le piante abbattute vicino a lei. Hanno provato in vari modi a farla desistere dal suo atto, arrivando a mettere a repentaglio la sua vita, ma hanno sottovalutato la sua capacità di adattamento e la sua volontà di trovare un linguaggio comune e pacifico per portare avanti le trattative.

What’s your tree è anche questo: all’inizio vengono messi di fronte le cose che ci fanno emozionare positivamente e le cose che ci provocano rabbia o fastidio e il nostro modo di reagire a tutto questo; il passaggio successivo ci porta a chiederci “ma io dove sono sentendo queste cose?”  e scoprire che, in realtà, sono le facce della stessa medaglia e che riconoscendo questo, i nostri desideri di cambiamento possono diventare concreti. Io stessa mi sono permessa di osservarmi da più direzioni e rispecchiandomi nei miei compagni di cammino, ho compreso di voler collaborare con il gruppo per nutrire un albero gigantesco, quello della vita.

julia-butterfly.

Il percorso di What’s your tree prevede sette incontri che prendono spunto da un manuale creato da Julia, e da un gruppo di  psicoterapeuti, insegnanti, ambientalisti in oltre due anni di lavoro e ricerca. Esso rappresenta semplicemente una traccia da seguire,  ma lascia al capogruppo piena libertà di adattare attività e testi al gruppo che sta guidando. E, in What’s Your Tree, chiunque può condurre un gruppo, non ci sono limiti, ma solo la voglia di trovarsi a discutere sullo stato del mondo attuale e su ciò che anche piccoli gruppi come quelli che stanno nascendo possono fare. Ogni capogruppo ha la possibilità di mettere a disposizione degli altri le sue risorse, rendendo unico il viaggio, collaborando concretamente alla riuscita del gruppo,  arrivando a una trasformazione comune. Impossibile iniziare il percorso e portarlo a termine rimanendo la stessa persona di prima. Tutto questo avviene naturalmente e non necessariamente le azioni compiute devono essere così eclatanti come quelle fatte da Julia. Consideriamo il fatto poi che in Italia e nel mondo stanno prendendo forma numerosi gruppi di What’s your tree: un futuro di collaborazione e scambio internazionale, di fratellanza e solidarietà con una potenza unica, dettata dall’amore per la natura.

Chi decide di regalarsi questa esperienza deve sapere che una nuova luce di cambiamento sta per colpire la sua vita e attraverso questo articolo mi piacerebbe trasmettervi questo: si incomincia con la curiosità e il dubbio, si prosegue con lo scetticismo condito sempre dall’interesse, si gioca con la possibile magia di vedere realizzato un desiderio e poi si impara a mollare la presa... e tutto comincia ad accadere... Si iniziano a fare delle cose pratiche molto semplici, tipo chiudere il rubinetto dell’acqua mentre ci si lava i denti (non datelo per scontato!) osservare i rifiuti prodotti per recuperare il riciclabile, mangiare lentamente, ecc.
Le parole e le polemiche hanno fatto il loro tempo, occorre iniziare ad ascoltare la natura che ci richiama alla sua bellezza profonda e meravigliosa, tale da regalarci quotidianamente momenti di stupore.
E cosa c’è di più bello nel farlo insieme ad altre persone?

Ecco, questo è What’s your tree, quindi amici non vi resta che iniziare il percorso, fosse anche solo per curiosità!!!

 

Barbara Bertaina Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

 

Milena Fraccari, responsabile nazionale del progetto WYT, portavoce di
Julia Butterfly Hill in Italia    mail:  Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

 

Carissimo-amore.

 

Carissimo amore,

fiore_acqua. oggi ho trovato il tempo di fermarmi a guardare dalla finestra le persone che passeggiano per la strada.

Le vie della città sono molto affollate, c’è gente che cammina in fretta, gente che passeggia guardando le vetrine, altri che sembrano troppo indaffarati per accorgersi di dove sono. Fuori è molto freddo, siamo in pieno inverno e quindi le persone sono imbacuccate nei giacconi e sembrano tanti piccoli fagotti senza identità, tutti uguali; se le osservi bene, vedi solo uscire dei sbuffi di fumo prodotti dall’aria calda che esce dalla bocca oppure dalle sigarette fumate in fretta. Non è possibile distinguerle tra loro, potrebbero essere di origine asiatica, europea, africana, americana, ecc. ecc., potrebbero avere la pelle di colore nero, rosso, bianco, scuro, chiaro….Eppure, nonostante siano uguali ognuno di loro nasconde una storia, che presuppone la nascita, la crescita e la realizzazione o la ricerca di essa.
Ti starai chiedendo perché tutto questo è importante? In fondo non siamo tutti uomini?

Ti racconto questo esperimento che ho provato a fare con una mamma del Bangladesh, ricoverata con il suo bambino nel reparto dove lavoro (ti ricordi, amore, che lavoro in un reparto di pediatria con tanti bimbi?)

Ho provato ad osservarla e a mettermi nei suoi panni nella routine di reparto. Ecco alcune scene.

<<Al mattino mi sono svegliata alle 5 per fare la prima preghiera del mattino e mi sono messa in sala giochi per non disturbare…subito è arrivata un’infermiera, che ha cominciato a parlarmi in italiano; ancora non hanno capito che io capisco poco peggio quando parlano facendo degli strani gesti o usando degli strani suoni..Ho cercato di farle comprendere che non riuscivo a capire, cercando di fare una faccia stupita, ma alla fine ci ho rinunciato e le ho fatto segno di sì con la testa, come ho visto fare dalle altre mamme…chissà cosa mi ha detto, comunque se ne è andata! Durante la mattinata ci sono le visite dei dottori, tutti vestiti con lo stesso vestito buffo, ma incredibilmente bianco e come al solito mi hanno fatto un sacco di domande. Alcune di esse suonando sempre uguali, per cui ho imparato a rispondere, ma ad altre no; addirittura uno di loro si è messo ad urlare, forse pensava che fossi sorda, ma io ci sento benissimo, solo che non capisco l’italiano.

E per finire, la donna delle pulizie, che ha la pelle scura: la prima volta mi ha sconvolta, perché mio marito mi ha detto che tutti gli italiani sono bianchi come il latte, forse questa ha preso troppo sole, sta di fatto che non capisco neanche lei e non riesco a farle capire che non può tutte le mattine arrivare e spostare la mia roba, soprattutto il Corano, che tengo vicino al letto per proteggere mio figlio>>

 

mamma_indiana.

Devi sapere amore, che la nostra città è abitata da persone che provengono da tutto il mondo. Quando arriverai avrai la fortuna di conoscerle tutte. Ma come potrai fare per convivere con loro?

Sentirai spesso parlare di multiculturalità, ma dovrai fare uno sforzo in più e dovrai apprendere cosa significa interculturalità. Mamma mia, che parole difficili che ti sto dicendo…

Cerco di spiegarti una cosa importante.

Quando sarai vicino a me, ti insegnerò la cultura italiana perché tu sei italiano, ma nello stesso tempo imparerai a conoscere persone che hanno origine diversa.
Quando dico conoscere, intendo dire che tu istaurerai dei rapporti con loro e ne verrai coinvolto in prima persona, perché sei un essere umano che ha bisogno di comunicare e non un’isola spersa nell’oceano. Non ascoltare chi ti dice che tu sei italiano e quindi di razza superiore, io stessa ti insegnerò a guardarti intorno senza avere pregiudizi, ti accompagnerò in mezzo alla gente e ti farò conoscere il mondo: all’inizio dovrai usare i miei occhi, ma poi dovrai decidere tu, come comunicare.
Ricordati che se avrai appreso bene quale è la tua identità, potrai cercare di dialogare con chi è diverso da te, cercando uno scambio alla pari. Non è necessario provare ad imporre le tue conoscenze, sarà più semplice cercare dei punti in comune: tieni in considerazione che a volte la stessa idea può essere espressa in modi diversi, ma esprimere lo stesso significato. Questione di punti vista dicono, ma ricordati che non c’è ne uno sbagliato e uno giusto, uno che ha valore e l’altro che non vale niente, ma tutti sono sullo stesso piano fino a quando rispettano i valori umani, che sono universali a partire dal “rispetto reciproco”. 
Qualcuno tenterà di inculcarti delle idee, per farti cambiare, ma tu sarai in grado di scegliere perché avrai imparato ad ascoltare e confrontare senza avere idee preconfezionate.

Chi si barrica dietro questo atteggiamento, dimostra solo la sua paura e quindi va aiutato a capire, altrimenti rimane nella sua isola e non potrà avere scambi al di fuori di quelli  materiali.

Insieme, se vorrai, costruiremo dei ponti e passeremo da un’isola all’altra, dialogano il più possibile con gli abitanti.

Sembra che ti voglia insegnare tutto e subito, ma non è così, vorrei solo renderti tutto più semplice perché tu possa apprezzare fin da subito quanto sia costruttivo avere un approccio fraterno con la gente e quante cosa potrai imparare e quanto potrai trasmettere, stando ad ascoltare “l’altro da te”.

Non avere paura, amore, io sarò sempre al tuo fianco e cercherò di avere un comportamento neutrale, ma presente, quando incomincerai a stringere delle amicizie.

E insieme cammineremo nella strada che c’è adesso qui davanti a me, quella che a te arriva solo come rumore trasmesso, attraverso la mia pancia e quell’acqua che ti circonda, che ti protegge, ti scalda,…..

Nasci presto piccolo mio, quante cose potremo faremo insieme…

manobimbo_ranocchio.

Barbara

 

Ps.: liberamente tratto dalla mia fantasia……

 

"un racconto di un Autore a  noi molto caro,  Stefano Benni"

 

banner_animali.

Dopo che il Cielo e la Terra furono separati e il Mondo iniziò ad esistere, il primo dei dodici imperatori del Cielo, che avrebbe regnato per 18.000 anni (a quei tempi le elezioni erano assai rare), chiamò il Fabbricatore di animali, Kkienn Zoou, e gli disse:
«Datti da fare. Voglio che tu mi riempia la terra di animali! Usa quello che vuoi, squame e pinne, becchi e corazze, ali e corna, antenne, peli e grugni, mettici tutta la scatola dei colori, fai lunghi nasi, occhi a palla, boschi di zampette, code prensili, falli nuotare, ronzare barrire, sguazzare, emigrare, pungere, grufolare, spulciare, ruggire,  mimetizzare, impollinare, gracidare, cinguettare, rosicchiare, mangiare le bacche, il plancton e il kitkat, falli enormi o minuscoli, simpatici o viscidi, fai quello che vuoi, ma fanne tanti. Voglio che poi l'uomo dica: Dio, che prodigio la natura!» Il Fabbricatore di animali si chiuse nella sua baracca di legno con un pò di tè e libri di genetica e prese a disegnare, e montare modellini e incastrare i pezzi e fare calcoli, finché fu pronto ed entro una settimana la terra era piena di miagolii e squittii e ronzii e starnazzamenti e pizzicotti di insetti e pescatori di frodo e insetticidi e mostre di gatti e accalappiacani e latticini e malaria e polenta col capriolo.


L'imperatore del Cielo fece una visita alla Terra e fu abbastanza soddisfatto: tirò il naso all'elefante e disse che era un'ottima soluzione; ammirò il sistema di propulsione delle meduse e controllò di persona se il giaguaro faceva veramente i centoventi all'ora. Bene, bene, diceva ridacchiando. Si fece dare un microscopio e disse che i virus non erano male, ce n'era una bella varietà e anche se erano un pò bruttini nessuno li vedeva. Fece un pò abbassare il volume dei ronzio dei coleotteri e disse: «Più poriferi e meno platelminti.» Per il resto criticò un pò l'ornitorinco, disse che il Fabbricatore faceva bene a non sprecare niente, ma si vedeva benissimo che quella era roba fatta con i ritagli. Disse anche che i lemuroidi erano un pò tristi, ed era meglio metterli in boschi dove si vedessero poco, in paesi poco abitati tipo l'Australia. Per finire fu entusiasta dei dinosauri: grossi, robusti, disse, resisteranno moltissimo. E si vedeva che era estasiato mentre sfogliava il catalogo delle farfalle e dei colibrì, e si mise a ridere come un pazzo quando gli fecero vedere il tucano e soprattutto il leone marino. Cosi l'Imperatore del Cielo, tutto soddisfatto, se ne stava tornando nella sua reggia con le prime uova fresche (dal che si deduce che è nata prima la gallina), quando vide, in un prato, due coppie di animaletti pelosi e con i denti fuori che giocavano tra loro.

 

topo-coniglio-gallina.

«Cosa sono quelli?» chiese a Kkienn Zoou.
«Mio imperatore: quelli con la coda lunga e sottile sono i topi, quelli con la cosa corta i conigli.»
Dovete infatti sapere che a quel tempo i topi e i conigli avevano le orecchie uguali, molto piccole, e si assomigliavano molto.
«Bene, bene,» disse l'Imperatore del Cielo. Ma proprio in quel momento passò di lì l'Imperatrice del Cielo, sua consorte. E l'Imperatore, a cui piaceva molto darsi importanza alla di lei presenza, gonfiò il petto e disse a Kkienn:
«Belli si, ma si assomigliano troppo! Differenziali! Differenziali! Classi, sottoclassi, famiglie, genere! Farli diversi, riconoscibili uno dall'altro. Più animali ci sono, più diranno che la creazione è opera di una mente superiore. Non lesiniamo modelli, su, al lavoro!»
Dopo di che, tutto tronfio, si avvicinò alla sua signora, che con un celeste bacino, gli sussurrò: «Caro, ma come sei autoritario!».
Il povero Kkien era stanco morto, e doveva ancora fare molti lavori di rifinitura, tipo mettere le pinne ai pesci, cercare di far volare la gallina che non gli era venuta bene, e montare i piedi alla foca. Ma suo malgrado, dovette obbedire e fare anche quel lavoro extra. Andò nel campo e disse:
«Amici, c'è una modifica da fare. A una delle coppie metterò delle orecchie, belle lunghe e pelose.»
«A noi no,» dissero i topi, «con le orecchie lunghe saremmo troppo buffi.»
«Neanche noi,» dissero i conigli, «perché proprio noi? stiamo bene così!»
«Avanti» disse Kkienn. «Non ho tempo da perdere. Decidetevi o tiro a sorte!»
Allora i topi balzarono sui  conigli e a morsi li spinsero davanti al Fabbricatore.
«Su colleghi, su» ridevano, «prendeteli voi gli orecchioni!»
«Ahi, ahi» dissero i miti conigli, «non mordeteci. Va bene, va bene!»
Il Fabbricatore prese le orecchie dei conigli e le tirò, le tirò finché furono belle lunghe e pelose come voleva.
«Uh,» gridarono subito i topi, «come siete brutti! Uh, che orecchione! Perché non provate a muoverle, forse potete volare. ah ah aha!»
I miti conigli si specchiavano nell'acqua del lago e si misero a piangere di vergogna. «Oh che triste sorte ci toccherà» dissero, «come siamo ridicoli.»
Quella notte mentre i topi scorazzavano e i conigli stavano nascosti nella tana dalla vergogna, venne un temporale. Ma non un temporale qualsiasi, un temporale di quelli che c'erano all'inizio del mondo, roba da fine del mondo. Vulcani che eruttavano, fiumi che straripavano, montagne che passeggiavano. E un grande crepaccio si aprì nel prato, e si spalancò sotto le zampe dei topi e dei conigli, che restarono aggrappati con le unghie all'erba, sul ciglio dell'abisso.
«Aiuto aiuto,» urlavano, «Kkienn, salvaci! Stiamo per precipitare!»
Il Fabbricatore uscì dalla sua casa con un pezzo di merluzzo ancora in mano e, nel buio, si diresse verso il precipizio. «Dove siete? Dove siete?» chiamava nella bufera.
«Qui, qui,» gridavano i topi e i conigli, ormai stremati.
E Kkienn giunse sull'orlo del precipizio. Allungò la mano giù e prese comodamente per le lunghe orecchie i conigli, portandoli in salvo. Poi cercò di prendere i topi, ma la loro testina era piccola, bagnata e viscida, la mano scivolava e non c'erano lunghe orecchie per cui afferrarli.
«Aiuto, aiuto,» urlarono ancora un po' i topi. Poi precipitarono.
«Visto?», disse Kkienn, «voi che avevate deriso il mite coniglio per la lunghezza delle sue orecchie, ora vivrete sottoterra, nelle cantine e nelle fogne, e l'uomo vi odierà e vi sterminerà e vi caccerà e la donna strillerà e salirà sulla sedia al solo vedervi. I conigli invece verranno allevati, vivranno al sole, e mangeranno carote e saranno simpatici a tutti.»

«Si,» disse una voce dall'abisso, «però a noi nessuno ci farà in spezzatino.»
 

«Silenzio laggiù,» gridò adirato Kkienn Zoou. Poi tornò a casa, montò le ultime pinne, ed era così stanco che per sbaglio ne infilò una alla foca. Cercò di modificare la gallina ma senza successo, finché si arrabbiò e la tirò contro il muro urlando:
«Vuoi volare o no?» e la gallina batté la testa, dopo di ché Kienn Zoou si addormentò.

 

foca.

Per questa ragione, da allora, i topi vivono sottoterra, la foca non ha i piedi,e le galline sono stupide.

Stefano Benni - Terra! -

RAVEN. Prima c’era il nulla.

Prima che il Diluvio coprisse la Terra e recedesse, prima che gli animali camminassero sulla terra e gli Alberi coprissero il suolo, e gli Uccelli volassero tra gli alberi, persino prima….. che i Pesci e le Balene e le Foche nuotassero nel mare, un Vecchio viveva in una casa lungo la sponda di un fiume con la sua unica figlia.

 

 

 

 

Se lei fosse bella come le fronde di un Pino contro il cielo di primavera al levar del sole o brutta come una Lumaca di mare, non ha veramente molta importanza in questa storia, che si svolge principalmente nell’oscurità. Perché, a quel tempo l’intero mondo era scuro. Del colore dell’inchiostro, profondo come un pozzo, di un nero risucchiante, più nero di mille tempestose notti invernali, più nero di qualsiasi cosa fosse ovunque mai stata prima. La ragione di tutta questa oscurità ha a che vedere con il vecchio della casa sul fiume, che aveva una scatola che conteneva una scatola, che conteneva una scatola, che conteneva una scatola, che conteneva un infinito numero si scatole, ognuna annidata in una scatola leggermente più larga di se stessa, finché, finalmente, c’era una scatola così piccola, che tutto quello che poteva contenere era tutta la luce dell’universo.

 

Il Corvo, che naturalmente già esisteva, a quel tempo, poiché egli è sempre esistito e sempre esisterà, non era soddisfatto di questo stato di cose, che lo obbligava a un faticoso vagare cieco e a battere spesso violentemente contro le cose. Gli rallentava soprattutto la sua ricerca del cibo e degli altri piacere carnali, e il suo costante sforzo di interferire nelle cose e di cercare di cambiarle!

 

Un giorno, il suo errare nell’oscurità lo portò vicino alla casa del vecchio. Udì, come prima cosa, una voce gentile cantare una canzoncina che si perdeva in lontananza. Seguì allora la voce e giunse al muro della casa, appoggiò l’orecchio al muro per sentire meglio le parole della canzone:

RAVEN AND LIGHT. ‘’io ho una scatola, e dentro alla scatola c’è un’altra scatola, e dentro ce ne sono molte altre, e nella più piccola di tutte c’è tutta la luce del mondo ed è tutta mia e non la darò mai a nessuno, nemmeno a mia figlia perché, chissà, lei potrebbe essere insignificante come una lumaca di mare, e né lei, né io vorremmo saperlo….’’

 

Occorse solo un istante al Corvo per decidere di rubare la Luce per se stesso, ma molto di più per trovarla. Per prima cosa doveva capire come entrare in casa. Ma per quanto ci girasse attorno e attentamente tastasse le pareti, rimaneva sempre una sottile ma impenetrabile barriera.

Quando udiva il vecchio o sua figlia lasciare la casa per prendere dell’acqua al fiume o qualsiasi altra ragione, il Corvo era sempre dalla parte opposta della casa. E quando volava dall’altra parte della casa, la parete continuava ad essere impenetrabile. Così si ritirò in disparte a studiare come potere entrare. Concentrò l’attenzione sulla ragazza e questo pensiero lo prese più di quanto avesse potuto immaginare.

‘’E’ probabile che essa sia così chiusa e riservata come la Lumaca di mare’’ si disse ‘’ma potrebbe essere così bella come le fronde del Pino contro il luminoso sorgere del sole a primavera, se soltanto vi fosse luce abbastanza per crearne uno!’’ e così pensando trovò la soluzione del problema…

Attese finché la giovane donna, i cui passi aveva imparato a distinguere da quelli del padre, non giunse al fiume per prendere l’acqua. Poi si tramutò in un ago di pino e si gettò nel fiume, galleggiando fino ad essere catturato dal secchio che la giovane aveva immerso nel fiume… Fece poi una piccola magia, suscitò in lei una grande sete, in modo che bevesse subito una gran sorsata di acqua e, così facendo, inghiottisse l’ago di pino….

CORVO scolpito nel legno Haida. Allora il Corvo scivolò nelle sue calde profondità e trovò un morbido confortevole angolino, dove si trasformò ancora una volta, in un piccolo essere umano e si addormentò a lungo. Dormendo cresceva. La giovane non aveva nessuna idea di quello che le stesse accadendo, e, naturalmente, non disse nulla al padre che non notò nulla, essendo tutto così scuro. Finché improvvisamente non divenne cosciente di una nuova presenza nella casa, poiché il Corvo era emerso trionfante sotto forma di bambino.

Il bimbo, se qualcuno avesse potuto vederlo, era veramente strano: aveva un lungo naso, simile a un becco, e piccole penne sparse qui e là su corpo. Aveva gli occhi splendenti come quelli di un Corvo, che gli davano un aspetto inquisitivo. Era anche rumoroso! Aveva un pianto che conteneva tutti i lamenti di un bimbo viziato e di un Corvo iroso. Poteva parlare con la dolcezza del vento tra i rami del Pino ed echeggiare con  il magnifico suono delle campanelle di prato, che è altrettanto parte del linguaggio di ogni Corvo.

Il nonno imparò ad amare questo strano nuovo membro della casa e trascorreva ore con lui, costruendogli giocattoli e inventando giochi per lui.

 

Man mano che conquistava il suo affetto e la sua fiducia, il Corvo imparava a conoscere sempre di più la casa, nel tentativo di scoprire dove fosse nascosta la Luce. Dopo lunghe esplorazioni, si convinse che la Luce si trovasse dentro una grande scatola, in un angolo della casa.

Un giorno, cautamente, sollevò il coperchio, ma naturalmente non vide niente, e la sola cosa che poté sentire fu un’altra scatola.

Il nonno si accorse che il suo prezioso tesoro era stato disturbato, e reagì duramente contro il possibile ladro, minacciando una tremenda punizione se il bambino avesse ancora toccato la scatola.

Il bimbo-Corvo reagì con rumorose proteste e divenne importuno, lamentandosi che solo quella scatola lo avrebbe reso completamente felice.

Come tutti i nonni, alla fine, anche il vecchio cedette e diede al nipote l’avita scatola. Il bimbo giocò con la scatola per un po’. Poi iniziò a chiedere la seconda scatola. Per giorni e giorni continuò ad insistere e a piagnucolare, finché una dopo l’altra le scatole vennero quasi tutte aperte.

 

Quando solo poche erano rimaste, una strana irradiazione, mai vista prima, iniziò a sciogliere l’oscurità della casa, rivelando vaghe figure e le loro ombre. Fu allora che il bimbo assunse la sua voce più lamentosa per ottenere di tenere la luce anche solo per un momento. La sua richiesta fu immediatamente rifiutata, ma, in seguito, il nonno cedette ancora una volta. Il vecchio sollevò la Luce, che aveva la forma di una splendida palla incandescente e la lanciò al nipote.

Fu così che ebbe solo un fugace visione del bimbo su cui egli aveva riversato tutto il suo amore e la sua devozione, poiché, mentre la Luce viaggiava verso di lui, il bimbo cambiava la sua forma umana in quella di un’imponente, luminosa e nera ombra, le ali spiegate e il becco aperto, in attesa.

 

Il Corvo afferrò la Luce tra le mascelle, abbassò le grandi ali e si lanciò su per il camino, verso l’immensa oscurità del mondo, e il Mondo si trasformò di colpo.

Si disegnarono i profili delle Montagne e delle Valli, i Fiumi gorgogliarono, e ovunque la Vita iniziò a pulsare.

EAGLE.

Da lontano allora un’alta grande figura alata si librò nell’aria, non appena la

Luce colpì gli occhi dell’Aquila, per la prima volta, mostrandole le sue infinite possibilità.

 

Il Corvo volava e volava, gioendo del suo nuovo tesoro, ammirando gli effetti che questo aveva sul mondo sottostante, godendo dell’esperienza di essere finalmente in grado di vedere dove stesse andando, invece di volare cieco sperando sempre in qualcosa di meglio.

Stava così bene che non si accorse dell’Aquila, finché l’Aquila non fu quasi sopra di lui. Preso dal panico, cercò di sfuggire ai tremendi artigli, e così facendo lasciò cadere una buona metà della Luce che stava portando.

 

La Luce cadde sul terreno roccioso sottostante e si ruppe in tanti pezzi,  uno grande e innumerevoli piccoli pezzi, impossibili da contare. Essi rimbalzarono verso il Cielo e vi rimasero per sempre, come Luna e Stelle, a glorificare la notte.

 

L’Aquila inseguì il Corvo oltre il Confine del Mondo e là, esausto per la lunga caccia, il Corvo, finalmente, lasciò andare l’ultimo pezzo di luce.

Esso fluttuò dolcemente sulle nuvole e giacque ad Est, oltre le Montagne, da cui poi sorse come SOLE.

 

I primi raggi del Sole raggiunsero il camino della casa lungo il fiume, dove il vecchio ancora sedeva, piangendo amaramente la perdita della sua preziosa Luce e il tradimento del nipote.

Ma, quando la Luce lo raggiunse, egli alzò lo sguardo e, per la prima volta, vide sua figlia, che, per tutto quel tempo, era rimasta quietamente seduta, profondamente stupita dallo scorrere degli eventi.

Allora il vecchio vide che lei era bella come le fronde del Pino contro il Cielo di primavera all’alba, e iniziò a sentirsi meglio…

 

CORVO sul sasso.

(dalle leggende del Popolo HAIDA, British Columbia)

zocca_vasco.

Questa domenica mattina, la terza del mese, sono a far mercato in un paesino di montagna, l'aria è fresca e c'è da stare attenti chè l'appetito aumenta!
Soliti problemi con l'organizzazione non scoraggiano la vena ottimistica che questa mattina aleggia nel mio animo.
A 800 e passa metri di altezza con alle spalle una nottata di sudore dovuta all'afa, la leggerezza dell'aria e il "quasi freddo" metterebbero di buon umore chiunque (forse)


Vengo qui una volta al mese e il pericolo pioggia in questo paesino, natìo di Vasco Rossi, è sempre incombente per questo ad ogni vecchietto che so che è del posto chiedo:
-oggi pioverà? Lei non ha una protesi?
Il tema della protesi è venuto alla luce quella volta che ero stato al mercato in un altro paese di montagna, c'erano nuvoloni molto grossi in cielo e quindi chiesi la solita domanda: vecchietto

- pioverà oggi?
- tranquillo
- mi rispose un signore sui 60
- oggi non pioverà!
- come fa ad esserne così sicuro?
- sono sicurissimo perchè ho una protesi e non mi fa male e quando invece la pioggia è imminente, faccio fatica a reggermi in piedi.
- Grazie signore, risposi prontamente,buona domenica e spero per lei che non piova mai!

Le nuvole girano alte oggi, c'è un pò di foschia e fra sto aspettando Anna Chiara un'amica del mercato, una donna che mi racconta le favole che poi io trascrivo puntualmente qui il lunedì mattina successivo.
Chissà cosa mi racconterà stamane? penso fra me e me.
E' una donna di una sensilbilità estrema, si emoziona tantissimo ogni volta che le rileggo le favole da lei raccontate, da me reimpostate a seconda di quello che mi hanno trasmesso.
Una cosa di lei che mi è sul cuore è stato quando mi ha rivelato che lei di lavoro faceva la barista al ber della stazione di Bologna,
quando me lo disse un nodo al cuore si strinse, presi coraggio e le chiesi:

-ma eri presente quando..........?
- no, non ero presente, quel mattino avevo il turno del pomeriggio e quando arrivai lì......la catastrofe! E ciò che mi è rimasto impresso, oltre le bruttissime cose che ho visto, è stato l'amore dei pompieri, dei volontari, dei vigili del fuoco, nel cercar fra le rovine della stazione corpi ancora vivi.


Finalmente arriva e tutta entusiasta mi porge un libro in regalo è un libro che parla del codice da Vinci, le prometto che lo leggerò senz'altro che quando lessi il libro di Dan Browne mi entusiasmai molto, nonostante le prime 30 pagine a mio giudizio faticose ad ingranare, però il film no, non lo sono andato a vedere.
La prima cosa che mi dice è:


- questa mattina non ho una favola,ma un tema da affidarti; nella mia vita ho affrontato molte situazioni,leggendo il libro "la profezia di Celestino" mi sono posta tantissime domande, tante che ho comprato anche il libro sul come capire il libro le profezie....
Feci anche tutti gli esercizi che il libro proponeva e ne sono uscita come rigenerata di una forza nuova in me, naturalmente con ancora tantissime domande, però con maggior consapevolezza.
Il tema è questo: ho una frase che è un pò di tempo che aleggia nel mio animo, è di Santa Teresa d'Avila che alla domanda di cosa fosse più importante fra Fede, Speranza,Carità lei rispose
-Carità è più importante
-IO rimasi un pò pensieroso in questo suo tema, non capivo dove voleva arrivare e qual era il tema da propormi. Poi mi ha fatto un esempio:
- ad un tavolo di quattro gambe ne togli una e il tavolo se ti appoggi in quella mancante, non regge!


Così,nel bloch-notes che ho,ho fatto uno schizzo di un tavolo di quattro gambe,ad ognuna ho dato un nome

1) Fede


2)Speranza


3)Carità

alla quarta mi è venuto spontaneo dare il nome di :

Pratica

e sopra li tavolo ho scritto la parola Amore, tutto questo mentre lei continuava parlare.


Le ho fatto vedere lo schizzo e alla parola Amore lei ha sostituito Bene (far del Bene).

 

ponte.

 

A questo punto dopo due o tre parole sul modo di far del bene siamo giunti concordi alla conclusione che la Fede, la Carità, la Speranza non servono a niente se non le si mettono in pratica perchè esse sono legate fra di loro come le gambe di un tavolo come i piloni di un ponte e che Amore inteso come far del Bene è importantissimo per il completamento del fantomatico tavolo.


Prima che Anna se ne andasse le dissi:


-mi hai dato un compito molto arduo da affrontare e non so assolutamente come scrivere quei concetti che hai voluto dirmi.

 

Mauro Trenti

Per questo racconto ringraziamo Elena Balsamo di bambinonaturale.it

 

 

un_bambino.

Ecco nei ricordi di un Uomo-Medicina Creek un assaggio di saggezza e spiritualità indiana:

Quando avevo tre anni, mia madre mi portò sulla cima di una collina vicino a casa nostra e mi presentò agli elementi. Per prima cosa mi presentò alle Quattro Direzioni (Est, Sud, Ovest e Nord). "Chiedo una benedizione speciale per questo bambino. Voi che circondate le nostre vite e che ci fate andare avanti, per favore, proteggetelo e fate in modo che la sua vita sia equilibrata. "


Poi mi fece toccare con i piedini la Madre Terra. "Cara Madre e Nonna Terra, un giorno questo bambino camminerà, giocherà e correrà su di te. Ogni giorno cercherò di insegnargli ad avere rispetto per te. Ovunque andrà, per favore, prenditi cura di lui."

Venni quindi presentato al sole. "Nonno Sole, splendi su questo bambino mentre cresce. Fai in modo che ogni parte del suo corpo sia normale e forte, non solo fisicamente ma anche mentalmente. Ovunque sia , circondalo con la tua energia calda e piena di amore. Sappiamo entrambi che nella sua vita ci saranno giorni pieni di nuvole, anche se tu sarai sempre presente e splendente: per favore raggiungi con i tuoi raggi questo bambino e mantienilo sempre al sicuro".

Mia madre mi sollevò e lasciò che la brezza mi avvolgesse mentre si rivolgeva al vento: "Per favore, riconosci questo bambino. A volte soffierai con forza, a volte sarai molto gentile, ma lascia che lui cresca imparando il valore della tua presenza in ogni momento mentre vive su questo pianeta."

Poi fui presentato all'acqua. "Acqua, senza di te non possiamo vivere. L'acqua è vita. Chiedo che questo bambino non conosca mai la sete."

Mia madre cosparse la mia fronte di cenere dicendo: "Fuoco, brucia gli ostacoli che mio figlio incontrerà nella vita. Liberagli la strada affinché non inciampi lungo il sentiero che lo conduce ad imparare ad amare e rispettare tutte le forme di vita".

Quella stessa notte venni presentato alla luna piena e alle stelle...

Elena Balsamo

‘’Abbiamo ricevuto un racconto bellissimo da Lionello , ci ha fatto sognare ed essere nello stesso luogo del racconto. Ci auguriamo che sia cosi’ anche per tutti coloro che leggeranno’’

 

campo-di-grano-con-fiori-di-maisIl contadino mi avverte che c 'è il tasso nel campo in fondo del granturco. Ha già trovato più di cento stocchi piegati e la pannocchia divorata.

Non è ancor granito, il chicco; è tenero, lattiginoso, succulento, dolciastro; proprio come piace al tasso, che lo preferisce a quello maturo. Il capoccia mi avverte che è furbo come il diavolo.

— Ho provato a ' fregarlo ' in tutti modi ; mi sente a mezzo miglio e se la batte; se vuol provar lei... ma badi, bisogna ci perda la notte, perché la luna s'alza tardi.

S'alza verso la mezzanotte; ma io, alle undici, son già li, al margine fra il bosco e il campo e son lieto che il vento mi soffi alle spalle. Il tasso, che viene dalla collina di fronte, non mi sentirà.

E venuto con me il mio ragazzo maggiore. Ha quindici anni: un altr'anno, se passa all'esame, gli prenderò la licenza di caccia, sotto la mia responsabilità; ma posso prendermela, perché già pratico da anni, fin dagli undici o dodici, quando mi prendevo, di frodo, la carabina e andavo pei boschi col figliuolo, a caccia di merli e pettirossi.

E quindi non gli ho potuto impedire di portare, anche lui, il calibro venti. Tanto, è quasi nella legge!

La caccia di notte, caccia proibita per ogni altro animale che non sia nocivo, ha un gran fascino per lui, e, lo confesso, anche per me. L' aspetto ha sempre in se qualcosa di misterioso e di avventuroso; qualcosa che ci richiama ai romanzi di caccia grossa: la caccia in cui l'imprevisto è tutto e la certezza è nulla.

Io non ho mai ammazzato un tasso all'aperto; ne ho ammazzato solo uno, in vita mia, ma alla tana.

Il tasso è una bestia un po' da favola, un po' da leggenda.tasso

E’ comune, in campagna, ma pochi lo vedono; tutti ne parlano e pochi possono vantarsi di avergli tirato; i contadini lo descrivono a tinte fosche: bestia pericolosa, feroce, mordace; con denti tanto duri da intaccare il ferro di una vanga; quando è infuriato, può sbranare a morsi cani e uomini. In corsa, nessuno lo arriva; è dannoso tanto da compromettere un raccolto di granturco; nelle vigne poi è un flagello: vendemmia per proprio conto. Ha un odorato come cento cani e una vista come cento linci. La sua carne è più squisita di quella del cinghiale.

Questa, si capisce, è la leggenda campagnuola: la realtà è diversa.

II tasso è una bestiola patriarcale e inoffensiva; non chiede che di esser lasciata in pace. E’ solitario, ama le belle notti di luna; ama tutte le cose buone e dolci: le mele cadute dagli alberi, le ghiande, i tartufi, il miele selvatico, il granturco tenero e l'uva matura.

Non ha mai compromesso nessun raccolto. II contadino lo incolpa di molti ladrocini che non è lui a commettere; tanto, sa che il tasso non verrà mai a difendersi, ne lo querelerà per calunnia.

II contadino e i ragazzi del contadino mangiano le primizie, non le danno mica al padrone! Ma il tasso si contenta delle ultime frutta, di quelle cascaticce, di quelle un po’ guaste, di quelle che avvizziscono sulla pianta e che i primi venti dell'inverno buttano giù dall'albero: nespole rinsecchite, fichi verdini aggrinziti, ma dolcissimi: melucce che non valeva la pena di cogliere. Fa qualche danno, sì, ma il contadino esagera: il contadino non concede mai nulla a chi lo aiuta nella lotta contro i malvagi; il contadino vede il grappolo piluccato, vede il granturco rosicchiato, ma non vede la vipera divorata dal tasso, non vede le migliaia di chiocciole, di bruchi e di larve, che il tasso gli distrugge.

Queste parole non le dico a mio figlio. Gliele ho già dette quando era più piccolo. Ora taccio. Egli, è logico, mi direbbe: « Babbo e allora perche vieni ad ammazzare il tasso ?». E queste cose ai cacciatori non si devono dire. Non si è ancora alzata la luna. II campo di granturco, visto così, nella penombra, coi suoi pennacchi dritti, sembra un quadrato di granatieri in parata.

La leggera brezza notturna ci passa dentro con uno scroscio lieve di ruscello. Sul crinale dei poggi s'imbianca gia l'aurora della luna. II cielo si fa lattescente e diluito; Ie stelle vicine all'orizzonte impallidiscono, poi ad una ad una, si velano.

— Verrà proprio qui, il tasso? — chiede mio figlio a bassa voce. — II campo è immenso. —campograno

Gli addito la radura con gli steli piegati, dinanzi a noi,

— Verrà qui come di abitudine. Eppoi qui il granturco è più fresco. —

La luna si affaccia, enorme, aranciata. Non è più piena, ma di tre quarti. Ascende nel cielo, goffa, niente affatto poetica, come sempre quando è all'orizzonte.

La luna è bella quando è alta nel cielo, o quando cala, sottilissima falce. Al suo levare, piena o semipiena, non è poetica: non ha saputo ispirare leggiadre immagini; Dante l'ha detta simile a ' un secchione che tutto arda'; Shelley l'ha chiamata ' Candida massa informe '; altri non ha saputo vederci che una rosea frittata, o un grosso piatto dorato.

Poi, man mano che sale alta nel cielo, si ingentilisce, perde quel suo color vinato, si fa argentea, perlacea, immateriale.

Tutta la campagna, d'un tratto, si vela di un pulviscolo d'argento: trema; alita un respiro di frescura: quel che un poeta moderno ha detto ' il gelo estivo '.

Strano che pensi queste cose mentre son qui per ammazzare il tasso, questo rustico poeta colpevole soltanto di venir qui a sciogliere il suo digiuno.

Passa il tempo e non si sente alcun rumore. Anche la brezza è cessata e il granturco non stormisce più.

Comincio a credere che il tasso non verrà e non so dolermene.

Mio figlio tormenta nervosamente il suo schioppino; lo vedo agitato, come se invece di un pacifico mangiator di pannocchie, si aspettasse una tigre o una pantera. Credo che l'attesa, il batticuore, la passione, siano identici.

— Non viene — sussurra — son certo che è a mangiare altrove.

—Forse è cambiato vento e ci ha sentiti. —

Inumidisco un dito e lo levo in aria. No, una leggerissima brezza ci viene ancora di fronte.

Ora la radura è illuminata in pieno; credo che vi scorgeremmo un topo, se vi passasse attraverso.

Alzo una mano e trattengo il mio ragazzo che vorrebbe ancora far domande.

Non è che io ' senta' veramente qualcosa, ma intuisco, col sottile istinto del cacciatore, che qualcosa veramente avviene.

Si, alcunchè di impercettibile si muove al centro del campo. II tasso è silenzioso, nel suo incedere; ha un passo veramente ovattato e so che si ferma ogni momento ad ascoltare.

Lo vedo. E’ immobile al margine della radura. Se non avessi fissato l'occhio prima, su quel punto, potrei prenderlo per una zolla o per un grosso sasso rotondo; lo vede anche mio figlio e istintivamente imbraccia il fucile. Gli abbasso le canne.

Che avviene? L'attesa si prolunga. Ad un tratto odo lo stesso fruscio di poco prima, nell'interno del campo; poi, di colpo, il primo tasso si muove e viene avanti con un piccolo saltello, quasi agile, che non gli avrei sospettato; e nel tempo stesso un altro batuffolo oscuro esce all'ombra, esegue un identico salto e si ferma.

Li vedo distintamente: sono due. Ora penso che vedrò certamente qualche cosa di insolito, di interessante.

Metto un dito sulle labbra e anche il mio ragazzo risponde con lo stesso segno.

Assistiamo a una cerimonia stranissima.

I due animali stanno muso a muso; poi uno leva in alto la testa, come ad aspirare il vento e subito la riab-bassa sul terreno e ve la tiene fissa come in atto di sommo rispetto per il compagno. Quando egli la rialza, l'altro esegue l'identica pantomina. Questi reciproci inchini durano per tre o quattro volte, poi i due animali, muso a muso, cominciano un bizzarro dondolio dall'alto al basso, tenendo sempre i loro nasi ad un esatto livello.

A un tratto l'uno e l'altro eseguono un brusco giro su se stessi e tutti e due rimangono immobili.

I convenevoli dell'incontro sono finiti.

Noi guardiamo immobili, tenendo il respiro.

I due tassi vengono verso di noi; sono illuminati in pieno; si possono scorgere le striature sul dorso, e gli strani occhiali della maschera.

Una grossa e robusta spiga si erge, isolata, col suo pennacchio inargentato dalla luna; vedo anche la pan-nocchia, turgida, col suo ciuffo di barba. Uno dei tassi si alza sulle zampe posteriori, si appoggia allo stelo, lo abbatte; ma con nostra somma meraviglia non si precipita al ghiotto festino: rimane immobile, coricato sulla pianta, per impedirle di rialzarsi. L'altro si avvicina a piccoli passi, si prende la pannocchia fra le zampe davanti e comincia tranquillamente a sgranarla. L'altro pazientemente aspetta.

Aspetta... che cosa? Forse un invito? Forse un ordine? Ma non vengono, né l'uno né l'altro; il compagno divora i chicchi dolciastri e succulenti, e l'altro mantiene lo stelo ben aderente al terreno.

Sento un lieve squittire, simile a un lamento, meglio, al vagito di un bimbo; e il tasso che, stanco di aspettare, impaziente di esser chiamato, protesta. E, come non gli viene alcuna risposta, si muove. Cautamente, quasi senza muovere i piedi, risale la pianta, si avvicina, rimane fermo col muso a due dita dalla pannocchia e fa udire nuovamente lo stesso vagito.Due tassi

L'altro leva la testa dalla spiga e grugnisce rabbioso: qualcosa fra il gracidare di una rana e il soffio di un gatto; il compagno fa un piccolo salto indietro, si aggomitola col muso a terra e non si muove più.

E l'altro sgrana, sgrana, voluttuosamente, con un rumore ingordo, sonoro; nel mordere, la sua testa si agita dal basso all'alto; desiderio, o soddisfazione. Poi, d'un tratto, bruscamente, lascia e volta le spalle.

Subentra l'altro, che mangia più composto, con minor foga e minor rumore.

II primo assume, ora, l'identica posa dimessa e mansueta del compagno, col muso a terra.

Amo credere che il primo sia la femmina, il secondo il maschio. Voglio credere alla cavalleria, alla galanteria, all'altruismo; non all'egoismo, all'avidità, alla prepotenza.

Tutte le mie simpatie vanno al maschio, che toglie ogni fatica alla madre dei suoi piccoli, che le procaccia il miglior boccone, che si accontenta dei suoi resti.

Se fossi certo che il secondo altri non sia che un brutale ed egoista sultano, gli sparerei senza esitazione.

La scena si ripete. Esaurita la prima pannocchia, altri steli vengono abbattuti, sempre dal medesimo animale, che esegue sempre l'identica scena, senza variare una battuta.

E’ certo il maschio: è molto più grosso, molto più robusto; le sue strie, i suoi occhiali, appaiono segnati.

Quante? Mettiamo dieci pannocchie per sera: ogni pannocchia una media di cento chicchi, dunque mille chicchi per notte, quindicimila chicchi in quindici notti; un chicco, mezzo grammo: quindicimila chicchi, sette chili e mezzo di granturco! Da questo campo se ne raccoglieranno almeno venti quintali.

Sette chili e mezzo, contro duemila!

Questo marito e questa moglie, dunque, chiedono al contadino lo 0,35 per cento in paga di milioni di bruchi, vermi, e larve; di migliaia di chiocciole e lumache; di diecine di vipere divorate.

II contadino trova che questa indennità sia sempre troppo cara, e manda me, armato di schioppo, a vendicare l'oltraggio.

No, non vendicherò un bel nulla, o piccoli, occhialuti filosofi del bosco e della notte! Siete cosi belli, cosi buoni, così soffici, sotto l'argento della luna, che vi fa preziosi, distinti, veri animali da favola!

Ma poi... divoreranno davvero dieci pannocchie per notte? Non credo. Mi pare di averne contate quattro o cinque, forse sei; più, no di certo; ed ecco che son sazi. Stanno fermi uno di contro all'altro, muso a muso, anzi, naso a naso, e d'un tratto ecco che ricomincia la buffa cerimonia del dondolamento, degli inchini, del circolo a destra, circolo a sinistra: cerimoniale di commiato, come vi è stato quello di incontro.

Probabilmente, come avviene nelle grandi casate, monsignor tasso e madama tassa abitano in appartamenti separati e si ritrovano solo a ore fisse, in sala da pranzo, nella più ampia, nella più austera, nella più fastosa sala da pranzo che mai abbia posseduto un potente della terra; che ha, per soffitto, il paradiso azzurro; per decorazione, le stelle; per lampadario, la luna; per colonnati, le querce del bosco; per tappeto, l'erba del prato.

Che avviene? Sta per spuntare un'altra luna? A oriente galleggia nel cielo una nuova lattescenza: tornano a sparire le stelle, e anche la luna si è fatta pallida e diafana come una perla.

E’ l'alba.

Vedo i dorsi dei due tassi, rotondi, ispidi, scivolar via, uno dietro l'altro, tra i filari del granturco. Spariscono.

II mio ragazzo, senza dir nulla, leva la pezzuola di tasca e asciuga con cura le canne del fucile imperlate dalla rugiada.

Poi mi guarda, senza sorridere, e dice:

— E’ più bello che al teatro! —

Sfido! hanno recitato gli attori di Dio!

 

 

‘’Il racconto ci è stato inviato dal Signor Lionello Bessi di Caserta’’

 

 

‘’ Pubblichiamo questo articolo che ci sembra una testimonianza umana molto bella e interessante. Grazie agli autori’’

 

canegiallo. In Mongolia, si dice che “i migliori pugili sono stati allattati da piccoli per almeno sei anni”, un serio segno di approvazione in un paese dove la lotta è lo sport nazionale. Mi sono trasferita in Mongolia quando il mio primo figlio aveva 4 mesi, e ho vissuto lì fino a quando ne aveva 3.
Crescere mio figlio durante quei primi anni in un luogo dove l’approccio all’allattamento è difforme in modo così radicale dalle abitudini prevalenti in Nord America mi aprì gli occhi su di una visione totalmente diversa dell’argomento. Non solo i Mongoli allattano per un periodo lungo, ma lo fanno con più entusiasmo e minor inibizione di quasi chiunque altro io abbia incontrato. In Mongolia il latte materno non è solo per i neonati, non riguarda solo la nutrizione, e non è sicuramente qualcosa su cui mantenere il riserbo. E’ ciò di cui era fatto Gengis Khan.

 


Come molte mamme ‘per la prima volta’ non ho mai pensato molto all’allattamento prima di avere un bambino. Ma un minuto dopo che mio figlio, Calum, venne al mondo, si attaccò al seno e per i successivi quattro anni sembrò piuttosto determinato a non lasciarlo. Fui fortunata, poiché per molti versi l’allattamento fu facile, niente ragadi e quasi nessun ingorgo mammario. Psicologicamente, però le cose non furono così semplici. Se da una parte amavo il mio bambino e avevo a cuore il legame che l’allattamento ci offriva, dall’altra a volte questo mi sopraffaceva. Ero impreparata alla grandezza del mio amore per lui e all’intensità del suo bisogno di me e me sola per il mio latte. “Non lasciare che ti trasformi in un ciuccio vivente”, mi aveva avvertito un’infermiera canadese alcuni giorni dopo la nascita di Calum, mentre lui succhiava ora dopo ora. Ma io rincorrevo tutte le possibili ragioni del suo pianto - ha le coliche? è bagnato? poco stimolato? troppo stimolato?- e la maggior parte delle volte finivo semplicemente per allattarlo di nuovo. Mi domandavo se stessi facendo la cosa giusta.
Poi mi spostai dal Canada in Mongolia dove mio marito stava conducendo uno studio sulla fauna selvatica. Lì i neonati sono tenuti costantemente avvolti in strati di coperte spesse, legati con lo spago come pacchi postali che vuoi evitare si disfino. Quando un ‘pacco’ mormora, un capezzolo gli appare improvvisamente in bocca. I bambini non vengono cambiati molto spesso, e mai aiutati a fare il ruttino. Non vi sono neanche mani libere nelle quali infilare un sonaglio. Assolutamente non vengono mai messi a pancia sotto. I piccoli restano avvolti per almeno tre mesi e ogni volta che emettono un vagito vengono allattati. Interessante. A tre mesi i neonati canadesi hanno già impegni sociali, persino il nuoto. Alcuni imparano a calmarsi da soli. Io avevo dato per scontato che vi fossero varie ragioni per le quali un bimbo può piangere, e che il mio lavoro fosse di capire quale fosse la ragione e trovare una soluzione appropriata. Ma in Mongolia, nonostante i bambini possano piangere per varie ragioni, c’è sempre solo una soluzione: l’allattamento. Mi accinsi allo scopo e seguii l’esempio.

allattamento.

UNA POPPA ALL’OPERA CAMMINA PER STRADA


In Canada c’è ancora una certa dose di misticismo attorno all’allattamento. Ma la verità è che semplicemente non ci siamo molto abituati. Si allatta a casa, nei gruppi per bambini, occasionalmente nei caffè, raramente lo si vede fare in pubblico e di sicuro non ricordiamo consapevolmente di essere stati allattati a nostra volta. Questa attività privata fra la mamma ed il bambino è accolta in silenzio distogliendo cortesemente lo sguardo e trattata quasi alla stregua degli scambi di effusioni di coppia in pubblico: senza tabù ma con lieve imbarazzo ed educata indifferenza. E quando quel tranquillo, angelico neonato si trasforma in un vivace bambino ai primi passi intento a lasciare che il mondo sappia esattamente cosa sta facendo, beh, quegli sguardi sono distolti un po’ più velocemente e intenzionalmente, alcune volte con cipiglio contrariato.
In Mongolia, invece che relegarmi alla sezione ‘per sole mamme’, l’allattamento in pubblico mi ha decisamente portata al centro dell’attenzione. La loro pratica generalizzata di allattare ovunque, in qualunque momento, e il modo di vivere a stretto contatto della maggior parte dei Mongoli, implica che tutti abbiano sufficiente familiarità con la vista di una poppa all’opera. Loro erano contenti di vedere che io allattassi alla loro maniera (che era ovviamente quella giusta).
Quando allattavo nel parco, le nonne mi intrattenevano con le storie delle dozzine di bambini cui avevano dato da mangiare. Quando allattavo nel sedile posteriore dei taxi, gli autisti mi facevano segno con il pollice in su nello specchietto retrovisore a mi assicuravano che Calum sarebbe diventato un grande lottatore. Quando camminavo al mercato tenendo fra le braccia il bambino che mangiava , i venditori mi facevano spazio nei loro banchi e gli dicevano di finire di bere. Invece di guardare dall’altra parte, le persone si chinavano e baciavano Calum sulla guancia. Se lui si staccava in risposta all’attenzione e lasciava in bella vista il seno che grondava, non battevano ciglio. Nessuno mi fissava, nessuno guardava dall’altra parte, semplicemente ridevano e si asciugavano il latte dal naso.
Dal momento in cui Calum ebbe 4 mesi e fino a che ebbe 3 anni, dovunque andassi, sentivo sempre la stessa cosa: “L’allattamento è la cosa migliore per il tuo bambino, la migliore per te”. La costante approvazione mi faceva sentire che stavo facendo qualcosa di notevole che importava a tutti, esattamente il tipo di pubblico consenso di cui tutte le madri hanno bisogno.

 

allattamento.

 

L’ARMA SEGRETA DELLA MAMMA PIGRA


Quando Calum ebbe due anni, mi ero pienamente resa conto di quanto utile potesse essere l’allattamento. Niente fa addormentare un bambino più velocemente, libera dalla noia di un lungo viaggio in macchina, o calma una sfuriata così repentinamente come un po’ di latte caldo della mamma. E’ l’aiuto più efficace per una madre pigra, e in quel momento pensavo di utilizzarlo al massimo. Ma i Mongoli mi fecero fare un passo ulteriore.
Durante gli inverni in Mongolia, passai molti pomeriggi nella tenda della mia amica Tsetsgee, sfuggendo l’intenso freddo esterno. Fu illuminante confrontare i nostri diversi metodi educativi. Tutte le volte che scoppiava un litigio per i giocattoli tra i nostri piccoli di 2 anni, la mia prima reazione era di cercare di ristabilire la pace distraendo Calum con un altro giocattolo, spiegandogli i principi della condivisione. Ma questo richiedeva qualche minuto di tempo e aveva una possibilità di successo solamente di circa il 50%. Le altre volte, quando Calum non sembrava volersi calmare e la sua frustrazione saliva al massimo, lo prendevo in braccio e me lo mettevo al seno per una poppata.
Tsetsgee aveva un approccio differente. Al primo mormorio di discordia, si alzava la camicia e cominciava scuotere i seni con entusiasmo, gridando, “Vieni bambino, guarda cosa ha mamma per te!” Suo figlio distoglieva lo sguardo dai giocattoli per inquadrare i seni della madre e immancabilmente le trotterellava incontro.
Grado di successo? 100%
Per non essere da meno, io adottai la stessa strategia. Eccoci qua, due madri sventolanti il proprio seno come spogliarelliste in competizione nell’intento di attirare un cliente. Se i nonni erano in giro, anche loro entravano in scena. I poveri bambini non sapevano dove guardare, la rassicurante pienezza del seno delle proprie mamme, la frittella avvizzita della nonna in ostentazione della sua lunga esperienza, o la strana collinetta di carne che il nonno strizzava a mò di seno. Per quanto ci provi, non riesco ad immaginare una simile scena a un incontro della Leche League.

QUANDO CAMMINANO E PARLANO…..E QUANDO DANNO GLI ESAMI?


Al corso di accompagnamento alla nascita in una piccola città del Canada, dove Calum è nato, l’allattamento fu introdotto con un video che mostrava una mamma svedese dal look particolarmente sportivo che allattava il suo bambino sui campi da sci. Un brivido corse nel gruppo: “Sicuramente è fantastico per i neonati, ma quando questi camminano e parlano…?” Questa era più o meno l’opinione generale. Io rimasi della mia opinione.
Fui poi sorpresa a mia volta quando una delle mie nuove amiche mongole mi raccontò di essere stata allattata fino a 9 anni. Rimasi talmente sbalordita che all’inizio la presi come uno scherzo. Considerando che mio figlio ha smesso di prendere il latte subito dopo i 4 anni, ora mi sento un po’ in imbarazzo rispetto alla mia irremovibile incredulità. Anche se a 9 anni è piuttosto tardi per essere allattati anche per gli standard mongoli, non è in effetti fuori scala.
Nonostante non fosse sempre semplice discutere approfonditamente con i Mongoli di concetti come l’auto-svezzamento, data la barriera linguistica, allattare ‘a termine’ sembrava la norma. Non ho mai incontrato nessuno che allattasse in tandem, e la cosa mi sorprese, ma dal momento che gli intervalli tra le nascite sono piuttosto lunghi, molti bambini smettevano di essere allattati tra i 2 e i 4 anni.
Nel 2005, secondo l’Unicef, l’82% dei bimbi in Mongolia continuava ad essere allattato tra i 12 e i 15 mesi, il 65% dai 20 ai 23 mesi. Sembra che l’ultimogenito di una madre continui semplicemente a farlo , da cui l’allattamento fino ai 9 anni, e se la saggezza popolare non mente, la fama della Mongolia per la lotta.
Quando Calum aveva 3 anni e ancora continuava a prendere il latte con l’entusiasmo di un neonato e io mi domandavo quando avrebbe smesso, fui curiosa riguardo a cosa spingeva i bambini mongoli a smettere da soli. Alcune madri dicevano che i loro bambini avevano semplicemente perso interesse. Altre mi dissero che la pressione dei compagni aveva giocato un ruolo. (Io ho sentito i teenager mongoli prendersi in giro l’un l’altro con "Vuoi ancora il seno di mamma!” così come i bambini canadesi dicono “Piagnone!”). Sempre più spesso gli impegni di lavoro portano allo svezzamento molto prima di quando altrimenti sarebbe avvenuto; i bambini passano l’estate in campagna mentre le madri restano in città al lavorare, e durante questa lunga separazione il latte se ne va. La mia amica Buana, ora di 20 anni, mi raccontò la sua gloriosa esperienza di allattamento: “Io sono cresciuta in una tenda fuori in campagna. Mia mamma mi ha sempre detto di bere, che era bene per me. Io pensai che farlo fosse normale per qualsiasi bambina di 9 anni. Quando andai a scuola smisi.” Mi guardò con uno scintillio birichino negli occhi. “Ma ancora mi piace berlo ogni tanto”.

IL LATTE, PREGO


Immaginavo lo svezzamento come un evento piuttosto definito. Mi sono sempre aspettata che ad un certo punto, le poppate sarebbero diminuite fino ad interrompersi del tutto. Non avrei più avuto latte e sarebbe finita lì. Bar chiuso.
In Mongolia, non accade così. Parlando di allattamento con la mia amica Naara, le chiesi quando avesse smesso di prendere il latte sua figlia, che allora aveva 6 anni. “A 4 anni” mi disse “ero triste ma non volle più poppare”. Poi Naara mi raccontò che proprio la settimana prima, quando sua figlia era ritornata da una lunga permanenza in campagna con i nonni e le aveva chiesto di poppare, lei l’aveva accontentata. “Credo che le fossi mancata troppo” disse “ed è stato bello. Ovviamente non avevo latte, ma non le è importato”.
Ma se essere svezzati vuol dire non bere più latte materno, allora i Mongoli non lo sono davvero mai, e questo fu quello che mi meravigliò di più a proposito dell’allattamento in Mongolia. Se i seni di una donna sono pieni e il suo bambino non è nei paraggi, questa se ne va semplicemente in giro e chiede a un componente della famiglia, di qualunque età o sesso, se ne voglia un sorso. Spesso una donna ne spreme una scodella per suo marito come sorpresa, o ne lascia un po’ nel frigo a disposizione di chi lo desideri.
Tutte noi abbiamo assaggiato il nostro stesso latte, datone un po’ ai nostri compagni da provare, e forse usatone un po’ d’emergenza nel caffè - vero? – però non credo che molti di noi l’abbiano bevuto spesso. Ma ogni mongolo a cui ho chiesto mi ha detto, uomo e donna, di apprezzare il latte materno. Il valore del latte materno è così celebrato, così saldamente ancorato alla loro cultura, che non è considerato qualcosa solo per bambini. Il latte materno è comunemente usato in medicina, dato agli anziani come ‘toccasana’, per curare infezioni agli occhi, così come (riporto fedelmente) per rendere il bianco degli occhi ancora più bianco e il marrone dell’iride ancora più profondo.
Ma principalmente io credo che i mongoli bevano il latte materno perché a loro piace il sapore. Una mia amica occidentale che si tirava il latte al lavoro e lo lasciava in una bottiglia nel frigo dell’ufficio un giorno l’ha trovata mezza vuota. Si mise a ridere “Solo in Mongolia potrei sospettare che i miei colleghi abbiano bevuto il mio latte!”.
Vivere in un'altra cultura ti induce sempre a rivalutare la tua. Io non so come sarebbe stato allattare mio figlio in Canada nei primi anni di vita. La valanga di risposte positive all’allattamento che ricevetti in Mongolia, e la totale accettazione dei mongoli dell’allattamento in pubblico, semplicemente mi stupirono, e mi diedero la libertà di far crescere mio figlio in un modo che io sentivo naturale. Ma oltre a tutte le piccole differenze nei nostri modi di allattare, i dettagli su quanto a lungo e quante volte, finii per sentire che vi era un divario ancora più grande nei rispettivi approcci alla genitorialità.
Nel Nord America, diamo così tanta importanza all’indipendenza che questo pervade qualunque cosa facciamo. Tutti i discorsi vertono su cosa il proprio bambino mangi ora, e quante poppate fa. Anche se tu non sei il tipo che fa queste domande, è difficile eludere il loro impatto. E ci sono oggi in vendita così tanti oggetti studiati per aiutare i figli a trastullarsi da soli senza aver bisogno di te, che il messaggio è chiaro. Ma in Mongolia, l’allattamento non vuol dire dipendenza, e lo svezzamento non è il traguardo. Loro sanno che i figli cresceranno, infatti la media dei bambini mongoli di 5 anni è molto più indipendente del suo corrispettivo in occidente, allattato o no. Non vi è nessuna fretta di svezzarli.
Probabilmente la cosa più importante dell’aver cresciuto mio figlio in Mongolia è stata realizzare che esistono milioni differenti di modi di fare le cose, e che io potevo sceglierne uno qualsiasi. Per tutto il percorso di allattamento di mio figlio, mi sono posta molte questioni, e ho accettato e scartato molte idee e pratiche, nella ricerca di forgiare un mio stile personale. Sono felice di aver allattato Calum come e quanto ho fatto – che alla fine è stato per 4 anni. Penso che l’allattamento sia stata la cosa migliore per mio figlio, e che avrà un impatto duraturo sulla sua personalità e sul nostro rapporto.
E quando vincerà la medaglia olimpica di lotta, mi aspetterò un ringraziamento.

Note
1. UNICEF Childinfo, "Monitoring the Situation of Children and Women: Infant and Young Child Feeding (2000-2007)" (January 2009):www.childinfo.orglbreastfeeding_countrydata.php

Ruth Kamnitzer ha vissuto in una tenda tradizionale di feltro nella campagna mongola per tre anni mentre suo marito Steve conduceva uno studio sul gatto di Pallas dell’Asia Centrale. Ha un MSC (Master of Science) in ‘Biodiversity Conservation’ e attualmente vive a Bristol con Steve a Calum.

da‘Mothering magazine’ n.155 del Luglio/Agosto 2009
http://drmomma.blogspot.com/2009_08_01_archive.html

 

Era il lontano 1979, quando, in previsione di sposarmi, decisi di ristrutturare il vecchio solaio situato all’ultimo piano della mia abitazione: un luogo dove un tempo ci mettevano a salare i prosciutti e i salami e dove, in una stanza riservata e inaccessibile, l’unica ermeticamente chiusa da una porta, mio padre custodiva gelosamente l’aceto balsamico.

botti-di-aceto.

Il solaio era:

- ben arieggiato (due finestre per ambiente, anche se non molto grandi),
- luminoso,
- molto caldo, perché niente lo isolava dal tetto,
- appositamente non tinteggiato.

Se poi si tiene conto che il pavimento era in cemento, si può capire che ai miei occhi quello apparisse come un appartamento ancora da finire di costruire.

Cauta e guardinga, decisi di sgombrare, durante le vacanze estive, quegli ambienti pieni di polvere e di ricordi, anche se preziosi solo al mio cuore: specchi, candelieri, angoliere e comò antichi, che ora, fatti ripulire, troneggiano spavaldi fra quelle mura.
casetta. L’ira di mio padre, alle grandi manovre, non tardò a manifestarsi, ma dopo alcune battaglie, arrivammo a un compromesso: l’appartamento l’avremmo potuto ristrutturare, ma…… dovevo lasciare un ambiente a sud-ovest completamente a sua disposizione per l’aceto balsamico.

Unica concessione: potevamo far sistemare il pavimento e tinteggiare le pareti a calce. Niente di più! Quante storie per sei barilotti d’aceto nero, sporchi ma profumatissimi! Quella stanza, ad essi adibita, ci avrebbe fatto molto comodo, ma pazienza….

Ogni anno, bussando alla mia porta, mio padre appariva con damigiane di mosto cotto, secchi di diverse dimensioni, tubi di gomma, un particolare strumento per prelevare l’aceto dai barili, che lui chiamava sasso e poche bottiglie da riempire. Quando se ne andava (ricordo che toglieva perfino la porta dai cardini per poter lavorare con più spazio), era tanto lo sporco che vedevo, che mi faceva dimenticare la causa di quell’ aroma, così dolce che i nostri ospiti, varcando la soglia di casa, esclamavano: ‘Ma che buon profumo! Che cosa nascondete in questo appartamento da bomboniera?’’ Ho sentito spesso questa espressione, forse perché il mio appartamento è inusualmente basso o forse perché è arredato da tante cose antiche, anche se non preziose, arricchite da fiocchi, nastri e pizzi della nonna, o forse anche proprio grazie a quel dolcissimo profumo che filtra da quella porta sempre chiusa in fondo al corridoio. Il primo impatto, arrivando su da noi, era giudicato gradevolissimo.

Capisco ora mio padre quando, una volta all’anno, in ottobre, mi invitava ad accompagnarlo in furgone da un suo amico fidato, un contadino di CASTELVETRO, che gli procurava alcuni quintali di uva bianca dolcissima (imparai più tardi che si trattava di TREBBIANO), che lui mostava di persona nella nostra cantina la sera stessa. In quell’occasione tutti eravamo all’opera: anche i generi, sbuffaBotte anticando, davano una mano per sollevare quelle casse di legno pesantissime. Mia madre entrava in scena il giorno dopo quando doveva fare bollire piano, pianissimo il MOSTO, fino a ridurlo quasi della metà, dentro a una caldaia di rame sopra un fuoco alimentato a legna a cielo aperto. Era veramente un rito, nessuno poteva distrarla dal doppio impegno di fare fuoco lentamente e schiumare quel liquido bollente. Quel giorno toccava a noi figlie stare ai fornelli, perché lei ‘’non poteva assolutamente abbandonare al fugoun !
Talvolta mio padre cercava di coinvolgermi in tutte quelle manovre, ma capivo che l’idea di tramandarmi tutti quei segreti non lo convinceva del tutto. Vedevo bene però quanto amasse l’ACETO BALSAMICO, sia in tavola (dalla quale era assolutamente bandito l’aceto di vino), sia, soprattutto, nell’arte di produrlo.

Ricordo la sua felicità il giorno in cui un amico gli regalò un barile quasi centenario, ma anche la sua preoccupazione nello scoprire una perdita in una botticella. Corse subito ai ripari portandola da un bottaio, giacché riteneva che fosse buona cosa farla ricoprire. Tutto questo continuò per quindici anni, finché un’ improvvisa malattia lo costrinse lungamente a letto e non gli permise più di occuparsi del suo aceto. Tutti pensavamo a lui e qualche volta ai suoi barili abbandonati alla loro sorte. Nessuno osava toccarli: ci illudevamo che ci avrebbe pensato lui, una volta che fosse guarito.

Ora ho deciso di prendere in mano io la conduzione di questa piccola acetaia. A novembre ho chiesto consulenza a un vecchio amico di mio padre, ma i suoi consigli non mi hanno completamente soddisfatto. Allora ho pensato di affidarmi a dei maestri competenti. Ho pronto , in sei piccoli vasetti, un campione per ogni barile. Mi angoscia però l’idea di doverli consegnare in Consorteria e sottoporli al giudizio di esperti, perché temo di sentirmi dire: ‘’qui non c’è niente di buono!’’


Maria Rosa Caselli
Castelnuovo Rangone - MO
9 aprile 1998

 

Nota del curatore: le immagini del racconto si riferiscono alla acetaia cosi’ come e’ oggi. Tuttora Maria Rosa cura con amore le antiche botti del padre ‘’

 

"Ecco due racconti da FANANO nel territorio appenninico Modenese, memorie care che solo i testimoni possono trasmetterci con tutto il loro pathos.
Ringraziamo le autrici Deanna Tagliani e Marta Passini e salutiamo affettuosamente".
Il Circolo Culturale CamminaMente.

Un pomeriggio di ricordi: “piacevole ed emozionante”

 

marta-fanano.


Nelle trascorse feste natalizie, ho avuto l’opportunità di partecipare come persona anziana ad un incontro assieme ad amici paesani, anziani, coppie, ed anche ragazzi. Si è svolta nella bella biblioteca scolastica, contornata da scaffali colmi di libri, che rendevano l’ambiante accogliente e caldo. Qual’era lo scopo di tale riunione? Scambiarci ricordi del passato, evidenziando le tradizioni, i Natali d’allora, i numerosi presepi costruiti in casa dai vari componenti, da cui emergevano l’entusiasmo e la creatività nell’adoperare materiali raccolti nei castagneti e nei torrenti.

Le abitazioni si trasformavano in laboratori di falegnameria, di elettricisti, di fabbri, eccetera, e per il più bello c’era in palio un premio. È stato interessante seguire lo scorrere dei ricordi da Gottardo a d Alfonso Pasquali, da definire storico… mancava solo Almo, anch’esso scrittore di bellissimi libri, purtroppo indisposto. Sono fananesi autentici, che amano il loro paese al punto di diventarne personaggi; hanno seguito l’evolversi dei tempi scrivendo, assieme ad altri, libri in cui raccontano le tradizioni, la storia, le guerre, gli avvenimenti e la bellezza di questo nostro territorio. Dalla loro lucida memoria sono uscite fuori zirudelle allegre e simpatiche ( recitate da Gottardo… è il suo forte), che mi hanno riportato ad allora come se fosse oggi: miseria e povertà erano di casa a quei tempi, però vissute con grande dignità. L’attesa del Natale era entusiasmante, soprattutto per i bimbi, desiderosi di un vestito nuovo o di un paio di scarponi, e poi c’era in viaggio la Befana… una bambolina, un quaderno, qualche caramella ed, ai maschietti, un trenino o un’automobilina di latta o poco di più… che gioia! E, persa nei ricordi, il mio sguardo cade sul viso dei miei coetanei ottantenni (o giù di lì), e scorgo la solita nostalgia che ci accomuna, assieme ad una forte emozione. Quanti anni sono trascorsi! Mentre in coloro che non hanno vissuto quegl’anni, noto lo stupore; nei giovani, invece, grandi risate incredule, qualche spallata: si divertono, seguendo lo scorrere dei ricordi.

 

marta.

 

D’improvviso affiora nel mio pensiero… Roberta, mia cognata, nonché brillante ed intelligente maestra, che ci ha lasciato alcuni mesi fa. L’anno scorso occupava anch’essa un posto in prima fila… una forte emozione mi assale e mi porta, d’impulso, a farne partecipi tutti gli altri. Mi basta pronunciare il suo nome, che, immediatamente, si diffonde per la stanza uno scroscio di battimani senza fine, che esprime il tanto affetto di tutti nei confronti della cara, simpatica, intelligente “maestra da 40 anni ed Trentin, ed Fanan”, con le altre frazioni. Grazie Roberta, non ti dimenticheremo mai, specie i tuoi scolari, alcuni dei quali… nonni. Scusate l’interruzione, ma ci stava bene: si ha l’impressione di averla qui con noi. Ritorno in argomento descrivendo la Vigilia di Natale di allora: dalle case escono profumi di cucina funzionante; le castagne cuociono aromatizzate con foglie d’alloro; sul piano della stufa abbrustoliscono bucce di arance e di limoni, che, con l’aggiunta di due mele, formano la ricetta della famosa “turta ed lanser”, povera ma gustosa. Intanto, fanno bella mostra i famosi (anzi, famosissimi!) tortellini confezionati da noi sorelle, che così ben allineati sembrano dei soldatini. Ogni tanto, una manina si allunga per acchiapparne uno e via… in bocca! “… Ehi, ehi! Basta!”, rimproverava una voce: “ li mangeremo domani!”. Ad un tratto, uno scampanio proveniente dal campanile della Parrocchia, ci scuote … invita i paesani a recarsi alla Santa Messa: Gesù Bambino sta per nascere!. Si odono nenie natalizie, che si diffondono ovunque: niente auto, nessun rumore assordante. L’atmosfera è dolce, ovattata… “l’è nàd, l’è nad un bèl bambin… Trullalera”, cantano i bimbi rincorrendosi, mentre la neve scende timidamente, imbiancando il paesaggio. Finita la funzione religiosa, le porte della chiesa si spalancano ed una numerosa folla ne esce, seguita dal profumo d’incenso e dal suono dell’organo: “Tu scendi dalle stelle…”; scambi di auguri, di saluti, di pacche sulle spalle… “Bon Nadàl!” è l’augurio decorrente. La famiglia si ritrova, ed alcuni bimbi si fermano un attimo ad ammirare gli scarponcini nuovi, regalati per l’occasione… che felicità!. E felice torno al presente; sul finire dell’incontro, le brave volontarie ci hanno preparato un buffet: un brindisi ci ha uniti affettuosamente, e nel contempo è comparsa la famosa “turta ed lanser”, alquanto modernizzata. È stata una mia idea, ed ha riscosso tanto successo!. Voleva ricordare la vecchia usanza, ma con moltissimi ingredienti in più, da paragonare alla nostra vita ed al nostro vivere d’oggi che, col passare del tempo, è caratterizzato da tanto benessere in più… più felicità? Non lo so. Colgo l’occasione per ringraziare tutte le persone che hanno programmato ed allestito un così bel pomeriggio: “10 e lode” a Deanna, assieme alle responsabili della biblioteca.

 

...Per chi la desiderasse, vi voglio dare la ricetta della "turta ed lans.
Premetto: niente bilancia, vado "a occhio":

Cuocere castagne secche, precedentemente messe a mollo per rammollirle, aromatizzate con foglie d'alloro.
Preparare un ripieno composto dalle castagne cotte, schiacciate con una forchetta, ed aggiungere arance, mele, pere, alcuni fichi secchi, noci, arachidi, un pugnetto di pinoli, vasetto di mostarda bolognese, anche marmellata casalinga di amarena, susine, uvetta bionda rammollita per alcuni minuti in vino bianco caldo (proibiti i mirtilli!!); spezzettare il tutto volendo, con qualche giro nel frullatore, oppure a mano, ottenendo un ripieno grossolano. Aggiungere una grattugiata di buccia di arancio e limone. La pasta però è la stessa del bensone, ciambella moderna. Due strati sono sufficienti (al massimo tre): l'ultimo strato senza ripieno, solo pasta. Questo ripieno serve per fare anche ottimi scarpaccioli fritti: per questi, la pasta deve essere meta condita, altrimenti risulteranno unti. Possono anche essere cotti al forno.

Un abbraccio a tutti.

Marta Passini

 

 

Fanano 14 novembre 2009 chiesa di San Giuseppe Convegno in ricordo del“ Centenario del disastro della miniera di Cherry in Illinois “ ( 13 novembre 1909 ) .

 

Fanano è stata da sempre una terra di emigranti, nel periodo della cosiddetta “ grande emigrazione “ ( 1876 – 1890 ) e fino al 1920 furono moltissime le persone che a causa delle condizioni di vita miserevoli, lasciarono la loro casa e i loro boschi nell’Appennino per cercare un avvenire migliore per sé e per la propria famiglia in altri paesi, soprattutto all’estero.
Gli Stati Uniti d’America “La Merica “ per gli emigranti, rappresentavano il grande sogno, la possibilità di riscattarsi da una vita grama per cercare un lavoro che permettesse di sopravvivere , di aiutare i propri cari rimasti al paese e forse di poter ritornare un giorno a casa con qualche risparmio. Le storie degli emigranti sono spesso tristi, sono storie di miseria, fame, di speranze, delusioni e amarezze, storie di sogni, di nostalgia e orgoglio per la propria terra, sono storie da non dimenticare.
Fanano, sensibile al fenomeno dell’emigrazione, ha organizzato negli ultimi anni varie manifestazioni riguardanti questo tema, si ricordano i convegni su Felice Pedroni, il nostro emigrante più famoso che nel 1902 scoprì l’oro in Alaska e fondò la città di Fairbanks, con cui il Comune è gemellato da alcuni anni. Il 26 gennaio 2009 si è tenuto il Convegno “ Migranti di ieri e di oggi “ organizzato dalla CLS – CGIL in collaborazione con Emergency , Associazione Rocca di Pace e il Centro Servizi per il volontariato di Modena. Il Comune è anche in contatto con il Centro Internazionale Studi sull’Emigrazione Italiana ( CISEI ) per ricerche e scambi di pubblicazioni.
A Fanano è presente anche un Comitato degli Emigranti, costituitosi nel 1990, sulle ceneri della Società degli Emigranti fondata nel 1874, questa società negli anni ha provveduto prima al restauro poi alla costruzione di una nuova chiesa dedicata alla “ Madonna del Ponte “ loro protettrice; nel 1972 gli stessi emigranti furono promotori del rientro in patria della salma di Felice Pedroni.
La Società curava anche l’organizzazione della “ Festa Triennale degli Emigranti “ che negli anni pian piano è scomparsa fino al 1990, anno in cui è stata ripristinata con l’ inaugurazione di un monumento dedicato a Felice Pedroni e a tutti gli emigranti fananesi nel mondo.

Il Comune, in collaborazione con il patrocinio della Regione Emilia Romagna e in collaborazione con il Comitato Emigranti “ Madonna del Ponte “ ha voluto organizzare il convegno che si è tenuto il 14 novembre 2009 per ricordare il centenario di un momento tristissimo nella storia della nostra emigrazione quella che è stata definita la grande disgrazia nella miniera di Cherry nello stato dell’Illinois ( USA )
L’episodio accadde il 13 novembre 1909 e costò la vita a 259 minatori: 44 dell’Appennino modenese e bolognese : dodici di Fanano, dieci di Pavullo, sette di Montefiorino, sei di Lizzano in Belvedere, tre di Montese, tre di Sestola, uno di Castelluccio di Bagni della Porretta, uno di Camugnano, e uno di Castel di Casio. La causa della disgrazia di Cherry fu imputata a una leggerezza compiuta da un minatore: alcune gocce di olio di una torcia a cherosene caddero sopra a un carico di fieno destinato ai muli e provocarono un disastroso incendio.

cherry.

 

Vari minatori riuscirono a salvarsi ma la maggior parte perirono tra le fiamme. Venti minatori sopravvissero alcuni giorni al buio nelle gallerie della miniera, senza cibo, senza acqua, dopo otto giorni la proprietà riaprì l’accesso alla miniera e i venti minatori si salvarono, tre erano di Fanano: Giacomo e Salvatore Pigati e Francesco Zanarini.
Uno dei sopravvissuti Antenore Quartaroli emigrato da Boretto in provincia di Reggio Emilia raccontò in un diario i terribili giorni trascorsi all’interno della miniera e quel documento è sconvolgente.
La tragedia creò grande impressione negli Stati Uniti , ma anche in Italia , in particolare nelle zone dell’Appennino modenese e bolognese da dove provenivano tanti tra i minatori periti nel disastro, e contribuì a modificare le leggi sulla sicurezza degli operai nelle miniere.

Il mattino del 14 novembre scorso la splendida chiesa di San Giuseppe era gremita di persone per assistere alla commemorazione del disastro della miniera di Cherry; erano presenti gli studenti delle classi 2^ 3^ della Scuola Secondaria di 1° Grado di Fanano ( ex media ) , i coetanei delle classi di Sestola , i loro docenti, i genitori, il Dirigente Scolastico e numerose autorità. di altri comuni.
Dapprima ha preso la parola il Sindaco, sig. Lorenzo Lugli, che ha salutato e ringraziato i presenti, a seguire il cav. Mario Marescalchi, Presidente del Comitato Emigranti “ Madonna del Ponte “ di Fanano che con commozione ha ricordato ad uno ad uno gli emigranti scomparsi pronunciando i loro nomi. Interessante è stato anche l’intervento del comm, Antonio Parenti della Consulta degli Emiliano Romagnoli nel Mondo.
Gli studenti della classe 3^ C della Scuola Media di Fanano , preparati con notevole competenza dalla prof.ssa Caterina Muzzarelli, hanno rievocato con una rappresentazione in costume, il disastro della miniera: accompagnati da immagini, musiche e dalla voce dei narratori, i ragazzi e le ragazze sono diventati il piccolo gruppo di minatori, che rimasti prigionieri per giorni nelle viscere della terra, cercano disperatamente di salvarsi. Gli studenti hanno espresso con bravura la paura, lo sconforto, l’angoscia, la rassegnazione ed infine l’incredulità dei minatori che sono scampati alla morte.
Particolare emozione è poi stata avvertita da tutti i presenti quando la calda voce di Adelfo Cecchelli, attore di teatro di Gaggio Montano, ha accompagnato gli studenti nella rappresentazione leggendo alcuni brani del diario di Antenore Quartiroli uno dei pochi sopravvissuti. , molto commovente è stata anche la lettura delle poche frasi di addio indirizzate alla sorella Maria da Agramente Fogliani di Fanano, perito nel disastro.

 

cherry.


Di grande interesse è stata la proiezione di immagini del tempo di Walter Bellisi, ricercatore storico e scrittore, (famoso è il suo libro “ La valigia di cartone “ sul tema dell’emigrazione ) il documento filmato è il frutto di lunghe e attente ricerche effettuate anche negli Stati Uniti.
In conclusione la prof.ssa Caterina Muzzarelli e Massimo Turchi, scrittore e ricercatore storico fananese,( suo è il libro su Felice Pedroni “ Alla fine dell’arcobaleno” ) hanno presentato il cortometraggio “ La polvere e l’oro !” realizzato sempre dagli studenti della classe 3^C della Scuola Secondaria di Fanano due anni or sono. I ragazzi hanno effettuato un attento lavoro di ricerca e attraverso gli oggetti appartenuti ai loro nonni e ai loro bisnonni hanno rievocato le loro storie di emigrazione in Francia, Belgio, Stati Uniti. Il cortometraggio realizzato in dvd è un documento unico, una memoria storica sui percorsi dei fananesi che le precarie condizioni di vita costrinsero ad emigrare.
Il tema dell’emigrazione è trattato con molta professionalità dai docenti della Scuola Secondaria di 1° Grado di Fanano, gli studenti negli anni hanno partecipato ai convegni su Felice Pedroni , prodotto testi e spettacoli teatrali sulla sua storia, le scuole di Fanano e Fairbanks sono in contatto da tempo e partecipano a progetti comuni.
Nel ricordare la storia della disgrazia di Cherry uno degli obiettivi è stato quello di far conoscere anche alle scolaresche il fenomeno dell’emigrazione dai paesi della montagna nei primi anni del 1900, il contesto sociale in cui si attuò, i problemi della vita difficile degli emigranti, le loro storie, ognuna di queste , indipendentemente dal successo che la vita ha poi riservato all’emigrante nel suo nuovo paese, merita di essere conosciuta e ascoltata con attenzione.
Il successo del convegno testimoniato dall’interesse e dall’entusiasmo suscitato dai presenti ha dimostrato come il fenomeno dell’emigrazione dai paesi del Frignano sia parte della nostra storia e delle nostre radici: molti di noi hanno avuto o hanno ancora parenti che risiedono all’estero, ricordo che io stessa da bambina sentivo spesso parlare dello “zio d’America “ che non si vedeva mai perché viveva lontano lontano, in uno stato dal nome tanto difficile da pronunciare.
L’emigrazione di ieri, inoltre, è ancora estremamente attuale perché legata all’immigrazione di oggi, è una storia che si ripete sotto altre forme e colori, sono sempre storie di partenze e di ritorni, di angoscia e di speranza e di questo fenomeno dobbiamo essere tutti consapevoli.

Deanna Tagliani

 

I Racconti sono tratti dal numero 20 della pubblicazione "Fanano tra storia e Poesia" , per gentile concessione degli stessi autori.

 

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