Era il lontano 1979, quando, in previsione di sposarmi, decisi di ristrutturare il vecchio solaio situato all’ultimo piano della mia abitazione: un luogo dove un tempo ci mettevano a salare i prosciutti e i salami e dove, in una stanza riservata e inaccessibile, l’unica ermeticamente chiusa da una porta, mio padre custodiva gelosamente l’aceto balsamico.

botti-di-aceto.

Il solaio era:

- ben arieggiato (due finestre per ambiente, anche se non molto grandi),
- luminoso,
- molto caldo, perché niente lo isolava dal tetto,
- appositamente non tinteggiato.

Se poi si tiene conto che il pavimento era in cemento, si può capire che ai miei occhi quello apparisse come un appartamento ancora da finire di costruire.

Cauta e guardinga, decisi di sgombrare, durante le vacanze estive, quegli ambienti pieni di polvere e di ricordi, anche se preziosi solo al mio cuore: specchi, candelieri, angoliere e comò antichi, che ora, fatti ripulire, troneggiano spavaldi fra quelle mura.
casetta. L’ira di mio padre, alle grandi manovre, non tardò a manifestarsi, ma dopo alcune battaglie, arrivammo a un compromesso: l’appartamento l’avremmo potuto ristrutturare, ma…… dovevo lasciare un ambiente a sud-ovest completamente a sua disposizione per l’aceto balsamico.

Unica concessione: potevamo far sistemare il pavimento e tinteggiare le pareti a calce. Niente di più! Quante storie per sei barilotti d’aceto nero, sporchi ma profumatissimi! Quella stanza, ad essi adibita, ci avrebbe fatto molto comodo, ma pazienza….

Ogni anno, bussando alla mia porta, mio padre appariva con damigiane di mosto cotto, secchi di diverse dimensioni, tubi di gomma, un particolare strumento per prelevare l’aceto dai barili, che lui chiamava sasso e poche bottiglie da riempire. Quando se ne andava (ricordo che toglieva perfino la porta dai cardini per poter lavorare con più spazio), era tanto lo sporco che vedevo, che mi faceva dimenticare la causa di quell’ aroma, così dolce che i nostri ospiti, varcando la soglia di casa, esclamavano: ‘Ma che buon profumo! Che cosa nascondete in questo appartamento da bomboniera?’’ Ho sentito spesso questa espressione, forse perché il mio appartamento è inusualmente basso o forse perché è arredato da tante cose antiche, anche se non preziose, arricchite da fiocchi, nastri e pizzi della nonna, o forse anche proprio grazie a quel dolcissimo profumo che filtra da quella porta sempre chiusa in fondo al corridoio. Il primo impatto, arrivando su da noi, era giudicato gradevolissimo.

Capisco ora mio padre quando, una volta all’anno, in ottobre, mi invitava ad accompagnarlo in furgone da un suo amico fidato, un contadino di CASTELVETRO, che gli procurava alcuni quintali di uva bianca dolcissima (imparai più tardi che si trattava di TREBBIANO), che lui mostava di persona nella nostra cantina la sera stessa. In quell’occasione tutti eravamo all’opera: anche i generi, sbuffaBotte anticando, davano una mano per sollevare quelle casse di legno pesantissime. Mia madre entrava in scena il giorno dopo quando doveva fare bollire piano, pianissimo il MOSTO, fino a ridurlo quasi della metà, dentro a una caldaia di rame sopra un fuoco alimentato a legna a cielo aperto. Era veramente un rito, nessuno poteva distrarla dal doppio impegno di fare fuoco lentamente e schiumare quel liquido bollente. Quel giorno toccava a noi figlie stare ai fornelli, perché lei ‘’non poteva assolutamente abbandonare al fugoun !
Talvolta mio padre cercava di coinvolgermi in tutte quelle manovre, ma capivo che l’idea di tramandarmi tutti quei segreti non lo convinceva del tutto. Vedevo bene però quanto amasse l’ACETO BALSAMICO, sia in tavola (dalla quale era assolutamente bandito l’aceto di vino), sia, soprattutto, nell’arte di produrlo.

Ricordo la sua felicità il giorno in cui un amico gli regalò un barile quasi centenario, ma anche la sua preoccupazione nello scoprire una perdita in una botticella. Corse subito ai ripari portandola da un bottaio, giacché riteneva che fosse buona cosa farla ricoprire. Tutto questo continuò per quindici anni, finché un’ improvvisa malattia lo costrinse lungamente a letto e non gli permise più di occuparsi del suo aceto. Tutti pensavamo a lui e qualche volta ai suoi barili abbandonati alla loro sorte. Nessuno osava toccarli: ci illudevamo che ci avrebbe pensato lui, una volta che fosse guarito.

Ora ho deciso di prendere in mano io la conduzione di questa piccola acetaia. A novembre ho chiesto consulenza a un vecchio amico di mio padre, ma i suoi consigli non mi hanno completamente soddisfatto. Allora ho pensato di affidarmi a dei maestri competenti. Ho pronto , in sei piccoli vasetti, un campione per ogni barile. Mi angoscia però l’idea di doverli consegnare in Consorteria e sottoporli al giudizio di esperti, perché temo di sentirmi dire: ‘’qui non c’è niente di buono!’’


Maria Rosa Caselli
Castelnuovo Rangone - MO
9 aprile 1998

 

Nota del curatore: le immagini del racconto si riferiscono alla acetaia cosi’ come e’ oggi. Tuttora Maria Rosa cura con amore le antiche botti del padre ‘’

 

"Ecco due racconti da FANANO nel territorio appenninico Modenese, memorie care che solo i testimoni possono trasmetterci con tutto il loro pathos.
Ringraziamo le autrici Deanna Tagliani e Marta Passini e salutiamo affettuosamente".
Il Circolo Culturale CamminaMente.

Un pomeriggio di ricordi: “piacevole ed emozionante”

 

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Nelle trascorse feste natalizie, ho avuto l’opportunità di partecipare come persona anziana ad un incontro assieme ad amici paesani, anziani, coppie, ed anche ragazzi. Si è svolta nella bella biblioteca scolastica, contornata da scaffali colmi di libri, che rendevano l’ambiante accogliente e caldo. Qual’era lo scopo di tale riunione? Scambiarci ricordi del passato, evidenziando le tradizioni, i Natali d’allora, i numerosi presepi costruiti in casa dai vari componenti, da cui emergevano l’entusiasmo e la creatività nell’adoperare materiali raccolti nei castagneti e nei torrenti.

Le abitazioni si trasformavano in laboratori di falegnameria, di elettricisti, di fabbri, eccetera, e per il più bello c’era in palio un premio. È stato interessante seguire lo scorrere dei ricordi da Gottardo a d Alfonso Pasquali, da definire storico… mancava solo Almo, anch’esso scrittore di bellissimi libri, purtroppo indisposto. Sono fananesi autentici, che amano il loro paese al punto di diventarne personaggi; hanno seguito l’evolversi dei tempi scrivendo, assieme ad altri, libri in cui raccontano le tradizioni, la storia, le guerre, gli avvenimenti e la bellezza di questo nostro territorio. Dalla loro lucida memoria sono uscite fuori zirudelle allegre e simpatiche ( recitate da Gottardo… è il suo forte), che mi hanno riportato ad allora come se fosse oggi: miseria e povertà erano di casa a quei tempi, però vissute con grande dignità. L’attesa del Natale era entusiasmante, soprattutto per i bimbi, desiderosi di un vestito nuovo o di un paio di scarponi, e poi c’era in viaggio la Befana… una bambolina, un quaderno, qualche caramella ed, ai maschietti, un trenino o un’automobilina di latta o poco di più… che gioia! E, persa nei ricordi, il mio sguardo cade sul viso dei miei coetanei ottantenni (o giù di lì), e scorgo la solita nostalgia che ci accomuna, assieme ad una forte emozione. Quanti anni sono trascorsi! Mentre in coloro che non hanno vissuto quegl’anni, noto lo stupore; nei giovani, invece, grandi risate incredule, qualche spallata: si divertono, seguendo lo scorrere dei ricordi.

 

marta.

 

D’improvviso affiora nel mio pensiero… Roberta, mia cognata, nonché brillante ed intelligente maestra, che ci ha lasciato alcuni mesi fa. L’anno scorso occupava anch’essa un posto in prima fila… una forte emozione mi assale e mi porta, d’impulso, a farne partecipi tutti gli altri. Mi basta pronunciare il suo nome, che, immediatamente, si diffonde per la stanza uno scroscio di battimani senza fine, che esprime il tanto affetto di tutti nei confronti della cara, simpatica, intelligente “maestra da 40 anni ed Trentin, ed Fanan”, con le altre frazioni. Grazie Roberta, non ti dimenticheremo mai, specie i tuoi scolari, alcuni dei quali… nonni. Scusate l’interruzione, ma ci stava bene: si ha l’impressione di averla qui con noi. Ritorno in argomento descrivendo la Vigilia di Natale di allora: dalle case escono profumi di cucina funzionante; le castagne cuociono aromatizzate con foglie d’alloro; sul piano della stufa abbrustoliscono bucce di arance e di limoni, che, con l’aggiunta di due mele, formano la ricetta della famosa “turta ed lanser”, povera ma gustosa. Intanto, fanno bella mostra i famosi (anzi, famosissimi!) tortellini confezionati da noi sorelle, che così ben allineati sembrano dei soldatini. Ogni tanto, una manina si allunga per acchiapparne uno e via… in bocca! “… Ehi, ehi! Basta!”, rimproverava una voce: “ li mangeremo domani!”. Ad un tratto, uno scampanio proveniente dal campanile della Parrocchia, ci scuote … invita i paesani a recarsi alla Santa Messa: Gesù Bambino sta per nascere!. Si odono nenie natalizie, che si diffondono ovunque: niente auto, nessun rumore assordante. L’atmosfera è dolce, ovattata… “l’è nàd, l’è nad un bèl bambin… Trullalera”, cantano i bimbi rincorrendosi, mentre la neve scende timidamente, imbiancando il paesaggio. Finita la funzione religiosa, le porte della chiesa si spalancano ed una numerosa folla ne esce, seguita dal profumo d’incenso e dal suono dell’organo: “Tu scendi dalle stelle…”; scambi di auguri, di saluti, di pacche sulle spalle… “Bon Nadàl!” è l’augurio decorrente. La famiglia si ritrova, ed alcuni bimbi si fermano un attimo ad ammirare gli scarponcini nuovi, regalati per l’occasione… che felicità!. E felice torno al presente; sul finire dell’incontro, le brave volontarie ci hanno preparato un buffet: un brindisi ci ha uniti affettuosamente, e nel contempo è comparsa la famosa “turta ed lanser”, alquanto modernizzata. È stata una mia idea, ed ha riscosso tanto successo!. Voleva ricordare la vecchia usanza, ma con moltissimi ingredienti in più, da paragonare alla nostra vita ed al nostro vivere d’oggi che, col passare del tempo, è caratterizzato da tanto benessere in più… più felicità? Non lo so. Colgo l’occasione per ringraziare tutte le persone che hanno programmato ed allestito un così bel pomeriggio: “10 e lode” a Deanna, assieme alle responsabili della biblioteca.

 

...Per chi la desiderasse, vi voglio dare la ricetta della "turta ed lans.
Premetto: niente bilancia, vado "a occhio":

Cuocere castagne secche, precedentemente messe a mollo per rammollirle, aromatizzate con foglie d'alloro.
Preparare un ripieno composto dalle castagne cotte, schiacciate con una forchetta, ed aggiungere arance, mele, pere, alcuni fichi secchi, noci, arachidi, un pugnetto di pinoli, vasetto di mostarda bolognese, anche marmellata casalinga di amarena, susine, uvetta bionda rammollita per alcuni minuti in vino bianco caldo (proibiti i mirtilli!!); spezzettare il tutto volendo, con qualche giro nel frullatore, oppure a mano, ottenendo un ripieno grossolano. Aggiungere una grattugiata di buccia di arancio e limone. La pasta però è la stessa del bensone, ciambella moderna. Due strati sono sufficienti (al massimo tre): l'ultimo strato senza ripieno, solo pasta. Questo ripieno serve per fare anche ottimi scarpaccioli fritti: per questi, la pasta deve essere meta condita, altrimenti risulteranno unti. Possono anche essere cotti al forno.

Un abbraccio a tutti.

Marta Passini

 

 

Fanano 14 novembre 2009 chiesa di San Giuseppe Convegno in ricordo del“ Centenario del disastro della miniera di Cherry in Illinois “ ( 13 novembre 1909 ) .

 

Fanano è stata da sempre una terra di emigranti, nel periodo della cosiddetta “ grande emigrazione “ ( 1876 – 1890 ) e fino al 1920 furono moltissime le persone che a causa delle condizioni di vita miserevoli, lasciarono la loro casa e i loro boschi nell’Appennino per cercare un avvenire migliore per sé e per la propria famiglia in altri paesi, soprattutto all’estero.
Gli Stati Uniti d’America “La Merica “ per gli emigranti, rappresentavano il grande sogno, la possibilità di riscattarsi da una vita grama per cercare un lavoro che permettesse di sopravvivere , di aiutare i propri cari rimasti al paese e forse di poter ritornare un giorno a casa con qualche risparmio. Le storie degli emigranti sono spesso tristi, sono storie di miseria, fame, di speranze, delusioni e amarezze, storie di sogni, di nostalgia e orgoglio per la propria terra, sono storie da non dimenticare.
Fanano, sensibile al fenomeno dell’emigrazione, ha organizzato negli ultimi anni varie manifestazioni riguardanti questo tema, si ricordano i convegni su Felice Pedroni, il nostro emigrante più famoso che nel 1902 scoprì l’oro in Alaska e fondò la città di Fairbanks, con cui il Comune è gemellato da alcuni anni. Il 26 gennaio 2009 si è tenuto il Convegno “ Migranti di ieri e di oggi “ organizzato dalla CLS – CGIL in collaborazione con Emergency , Associazione Rocca di Pace e il Centro Servizi per il volontariato di Modena. Il Comune è anche in contatto con il Centro Internazionale Studi sull’Emigrazione Italiana ( CISEI ) per ricerche e scambi di pubblicazioni.
A Fanano è presente anche un Comitato degli Emigranti, costituitosi nel 1990, sulle ceneri della Società degli Emigranti fondata nel 1874, questa società negli anni ha provveduto prima al restauro poi alla costruzione di una nuova chiesa dedicata alla “ Madonna del Ponte “ loro protettrice; nel 1972 gli stessi emigranti furono promotori del rientro in patria della salma di Felice Pedroni.
La Società curava anche l’organizzazione della “ Festa Triennale degli Emigranti “ che negli anni pian piano è scomparsa fino al 1990, anno in cui è stata ripristinata con l’ inaugurazione di un monumento dedicato a Felice Pedroni e a tutti gli emigranti fananesi nel mondo.

Il Comune, in collaborazione con il patrocinio della Regione Emilia Romagna e in collaborazione con il Comitato Emigranti “ Madonna del Ponte “ ha voluto organizzare il convegno che si è tenuto il 14 novembre 2009 per ricordare il centenario di un momento tristissimo nella storia della nostra emigrazione quella che è stata definita la grande disgrazia nella miniera di Cherry nello stato dell’Illinois ( USA )
L’episodio accadde il 13 novembre 1909 e costò la vita a 259 minatori: 44 dell’Appennino modenese e bolognese : dodici di Fanano, dieci di Pavullo, sette di Montefiorino, sei di Lizzano in Belvedere, tre di Montese, tre di Sestola, uno di Castelluccio di Bagni della Porretta, uno di Camugnano, e uno di Castel di Casio. La causa della disgrazia di Cherry fu imputata a una leggerezza compiuta da un minatore: alcune gocce di olio di una torcia a cherosene caddero sopra a un carico di fieno destinato ai muli e provocarono un disastroso incendio.

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Vari minatori riuscirono a salvarsi ma la maggior parte perirono tra le fiamme. Venti minatori sopravvissero alcuni giorni al buio nelle gallerie della miniera, senza cibo, senza acqua, dopo otto giorni la proprietà riaprì l’accesso alla miniera e i venti minatori si salvarono, tre erano di Fanano: Giacomo e Salvatore Pigati e Francesco Zanarini.
Uno dei sopravvissuti Antenore Quartaroli emigrato da Boretto in provincia di Reggio Emilia raccontò in un diario i terribili giorni trascorsi all’interno della miniera e quel documento è sconvolgente.
La tragedia creò grande impressione negli Stati Uniti , ma anche in Italia , in particolare nelle zone dell’Appennino modenese e bolognese da dove provenivano tanti tra i minatori periti nel disastro, e contribuì a modificare le leggi sulla sicurezza degli operai nelle miniere.

Il mattino del 14 novembre scorso la splendida chiesa di San Giuseppe era gremita di persone per assistere alla commemorazione del disastro della miniera di Cherry; erano presenti gli studenti delle classi 2^ 3^ della Scuola Secondaria di 1° Grado di Fanano ( ex media ) , i coetanei delle classi di Sestola , i loro docenti, i genitori, il Dirigente Scolastico e numerose autorità. di altri comuni.
Dapprima ha preso la parola il Sindaco, sig. Lorenzo Lugli, che ha salutato e ringraziato i presenti, a seguire il cav. Mario Marescalchi, Presidente del Comitato Emigranti “ Madonna del Ponte “ di Fanano che con commozione ha ricordato ad uno ad uno gli emigranti scomparsi pronunciando i loro nomi. Interessante è stato anche l’intervento del comm, Antonio Parenti della Consulta degli Emiliano Romagnoli nel Mondo.
Gli studenti della classe 3^ C della Scuola Media di Fanano , preparati con notevole competenza dalla prof.ssa Caterina Muzzarelli, hanno rievocato con una rappresentazione in costume, il disastro della miniera: accompagnati da immagini, musiche e dalla voce dei narratori, i ragazzi e le ragazze sono diventati il piccolo gruppo di minatori, che rimasti prigionieri per giorni nelle viscere della terra, cercano disperatamente di salvarsi. Gli studenti hanno espresso con bravura la paura, lo sconforto, l’angoscia, la rassegnazione ed infine l’incredulità dei minatori che sono scampati alla morte.
Particolare emozione è poi stata avvertita da tutti i presenti quando la calda voce di Adelfo Cecchelli, attore di teatro di Gaggio Montano, ha accompagnato gli studenti nella rappresentazione leggendo alcuni brani del diario di Antenore Quartiroli uno dei pochi sopravvissuti. , molto commovente è stata anche la lettura delle poche frasi di addio indirizzate alla sorella Maria da Agramente Fogliani di Fanano, perito nel disastro.

 

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Di grande interesse è stata la proiezione di immagini del tempo di Walter Bellisi, ricercatore storico e scrittore, (famoso è il suo libro “ La valigia di cartone “ sul tema dell’emigrazione ) il documento filmato è il frutto di lunghe e attente ricerche effettuate anche negli Stati Uniti.
In conclusione la prof.ssa Caterina Muzzarelli e Massimo Turchi, scrittore e ricercatore storico fananese,( suo è il libro su Felice Pedroni “ Alla fine dell’arcobaleno” ) hanno presentato il cortometraggio “ La polvere e l’oro !” realizzato sempre dagli studenti della classe 3^C della Scuola Secondaria di Fanano due anni or sono. I ragazzi hanno effettuato un attento lavoro di ricerca e attraverso gli oggetti appartenuti ai loro nonni e ai loro bisnonni hanno rievocato le loro storie di emigrazione in Francia, Belgio, Stati Uniti. Il cortometraggio realizzato in dvd è un documento unico, una memoria storica sui percorsi dei fananesi che le precarie condizioni di vita costrinsero ad emigrare.
Il tema dell’emigrazione è trattato con molta professionalità dai docenti della Scuola Secondaria di 1° Grado di Fanano, gli studenti negli anni hanno partecipato ai convegni su Felice Pedroni , prodotto testi e spettacoli teatrali sulla sua storia, le scuole di Fanano e Fairbanks sono in contatto da tempo e partecipano a progetti comuni.
Nel ricordare la storia della disgrazia di Cherry uno degli obiettivi è stato quello di far conoscere anche alle scolaresche il fenomeno dell’emigrazione dai paesi della montagna nei primi anni del 1900, il contesto sociale in cui si attuò, i problemi della vita difficile degli emigranti, le loro storie, ognuna di queste , indipendentemente dal successo che la vita ha poi riservato all’emigrante nel suo nuovo paese, merita di essere conosciuta e ascoltata con attenzione.
Il successo del convegno testimoniato dall’interesse e dall’entusiasmo suscitato dai presenti ha dimostrato come il fenomeno dell’emigrazione dai paesi del Frignano sia parte della nostra storia e delle nostre radici: molti di noi hanno avuto o hanno ancora parenti che risiedono all’estero, ricordo che io stessa da bambina sentivo spesso parlare dello “zio d’America “ che non si vedeva mai perché viveva lontano lontano, in uno stato dal nome tanto difficile da pronunciare.
L’emigrazione di ieri, inoltre, è ancora estremamente attuale perché legata all’immigrazione di oggi, è una storia che si ripete sotto altre forme e colori, sono sempre storie di partenze e di ritorni, di angoscia e di speranza e di questo fenomeno dobbiamo essere tutti consapevoli.

Deanna Tagliani

 

I Racconti sono tratti dal numero 20 della pubblicazione "Fanano tra storia e Poesia" , per gentile concessione degli stessi autori.

 

Appunti dallo studio dei fiori, Appennino Romagnolo, podere di Remedia, 9 maggio 2010.

tamarice-salmastra. Non c’è fiore che non mi affascini. Ogni essere fiorito è come un richiamo magico, obbligato, impellente. Devo fermarmi, guardarlo, annusarlo, toccarlo, assaggiarlo, parlargli. Sono cresciuta nei campi, ma non basta mai. Ogni stagione è un inizio. Una scoperta, una novità, una magia che si riproduce sempre, a cui non posso sottrarmi, che mi prende per ore e ore, fuori dal tempo. Entro in un mondo silente e parlante allo stesso tempo. Un linguaggio intimo e profondo, nel quale non ci sono pensieri, in cui l’umano tace.


Non esiste un fiore o una pianta preferiti. Ognuno ha da dirmi qualcosa e sempre mi stupisce, aprendomi ogni volta nuove pagine di segreti, un petalo, un sepalo, una foglia, una forma, che non conoscevo ancora, non avevo ancora colto. Qui oggi ci sono milioni e milioni di esseri che sanno di me, del mio passaggio rumoroso, che mi osservano. Loro mi conoscono, io li scopro appena, sono troppi, tanti, il mio occhio non sa metterli tutti a fuoco. Si contenta di pascersi di tutti in una sola volta, come ingordo inghiotte tutto, assorbe tutto. Poi, si permette, ogni tanto, di rigurgitarne uno per ammirarselo tutto, in pace, estatico, come il bove al pascolo che rumina, dopo aver ingerito il prato e ogni suo dono.

Poi il bisogno di portare tutti con me, di portarli in viaggio, di far loro incontrare altri luoghi, altri terreni, soprattutto dove non c’è nulla, affinché colorino il nuovo mondo, portino felicità e vita ovunque, in ogni anfratto solitario o usurpato dall’uomo.
Poi mi metto a studiarli, a conoscerne le radici, scoprendo, spesso con stupore, che piccolissimi esseri, all’apparenza delicati, hanno radici profondissime, arrivano da molto lontano e hanno bucato terreni durissimi per venire alla luce, e sono tremendamente forti, resistenti e prolifici.
Scegliere è difficile, ma una pianta, che qui si è adattata e moltiplicata bene, mi attira, come mi ha sempre attirato fin dalle scuole elementari, quando venne nominata dalle labbra della maestra citando il carme di un famoso poeta italiano Giovanni Pascoli.
Da allora una voglia tremenda di conoscere quegli alberi ‘salmastri’, dall’odore di mare, ondeggianti al vento e alle brezze, resistenti alle tempeste e alle calure.
Oggi li ritrovo qui, nel pieno del loro fiorire ‘’polveroso’’, rosa antico, rosa polvere, che ha un effetto calmante ai miei occhi. Un colore tamarix2cipriato che contro il cielo blu diviene chiarore. Grappoli piumosi su lunghi steli flessuosi, fogliame rado, a stelo, come di piccola conifera, profumo delicato e intenso. Dove il fiore è ancora immaturo il colore è più forte, rosa carneo. Fa pensare alla lingua e alla carne tenera dei bambini, ai polpastrelli dei cuccioli che non hanno ancora toccato la terra e non conoscono i calli.
Viene voglia di metterlo sul cuore, come se potesse prendersene cura e lenire ogni sua pena.
Il vento disperde il profumo. Ma appena si placa, l’aroma diviene intenso, dolce, penetrante, un poco asperulo, erboso.
La guardo questa pianta magnifica e pare un materasso morbido su cui adagiarmi.
Quando si secca ha il profumo delle piume degli uccellini e si trasforma in pallini friabili.
Quella che ho di fronte non è una pianta alta, ma radente verso il suolo a confondersi con il verde delle erbe alte. A mescolarsi con i profumi della terra. Attorno alla madre i figli, numerosi, a un unico stelo, che spuntano ovunque dalla terra. Senso di coralità, condivisione, pur nella indipendenza di ciascuno.tamarix3
Il movimento della pianta mi ricorda una danza.
Ogni stelo porta piccolissimi fiori stellati, a cinque petali e lunghi pistilli leggeri che, nell’insieme, fanno l’effetto di un piumino.
Condivido queste riflessioni con il gruppo e l’insegnante ci spiega che questa pianta antica ha affinità con il sangue e la milza, agisce a livello del midollo osseo e stimola la formazione di globuli rossi e di piastrine. E’ equilibrante per il sistema digestivo e per gli organi di Terra (stomaco milza e pancreas).
Fin dall’antichità si erano scoperte le sue proprietà di assorbire molta acqua, specialmente quella salata e di bonificare i luoghi paludosi, ancorandosi bene al suolo e permettendo il formarsi e il consolidarsi di dune attorno, divenendo così siepe frangivento. In altri luoghi, aiuta a ricucire le ferite del terreno franoso e in movimento. Gli animali al pascolo la prediligono per il suo sapore salato, essendo ricca di minerali preziosi per la loro salute.
Così pensando a lei e alle sue proprietà, con emozione scopro di aver sempre ammirato questa pianta sentendo la sua affinità con la vita e la sua preziosità per favorirla e mantenerla. Ora posso completare la sua visione, poiché è come una femmina che porta in grembo una vita e la nutre e protegge e le permette di materializzarsi, di completarsi. Il suo colore è il colore della vita, del sangue, della carne. Il suo verde tenero è il colore della linfa vitale che scorre nel corpo e partecipa alla sua integrità e immunità. Gli organi che sostiene sono quelli che nella antica medicina orientale sono collegati alla terra e quelli che per primi si formano nel feto.

Scendono il silenzio e la pace dentro di me, sono riconoscente a questo universo saggio e potente, sono consapevole della mia ignoranza, poiché ignoro, ma sono onorata di poter scoprire e conoscere.

Una giornata bellissima………….

sullevettedelcielo.


CONOSCERE LA NOSTRA ANIMA SEPARATAMENTE DALL’IO E’ IL PRIMO PASSO VERSO LA LIBERAZIONE FINALE. NOI DOBBIAMO PERSUADERCI CON ASSOLUTA CERTEZZA CHE ESSENZIALMENTE SIAMO SPIRITO.
E LO POSSIAMO ACQUISTANDO IL DOMINIO SUL NOSTRO IO, INNALZANDOCI AL DI SOPRA DI OGNI SUPERBIA, DESIDERIO O TIMORE, CONSCI CHE LE SVENTURE DI QUESTO MONDO E LA MORTE FISICA NON POSSONO TOGLIERE NULLA ALLA VERITA’ E ALLA GRANDEZZA DELLA NOSTRA ANIMA.
R. TAGORE

17 agosto 2006 … dopo molte ore di agonia si è spento Giovanni e il silenzio è calato su di lui e intorno a noi. Faccio un passo indietro e mi presento: sono un’infermiere e lavoro in un Hospice, dove si fanno cure palliative per i malati oncologici terminali e accompagnamento alla morte. In questi giorni ho avuto la “fortuna” di accompagnare e assistere un ragazzo speciale, Giovanni, terrorizzato all’idea di morire e soffrire perdendo ogni dignità, al punto di crearsi da solo un’alternativa, che nessuno avrebbe potuto dargli…l’eutanasia. Una scelta coraggiosa per un ragazzo che, negli ultimi giorni, mi disse: “non ne avrei mai abbastanza di questa vita!!”, la sua vita. Interminabili chiacchierate sulle sue avventure e sulla nostra passione in comune: la montagna.

Quante volte ha rischiato la vita, perdendo una presa in parete e cadendo per metri e metri, quante volte, voltandosi indietro dopo aver fatto un passaggio pericoloso, ha sorriso allo scampato pericolo. Ma ora si trova lì, costretto nel letto da una terribile malattia che non gli avrebbe concesso una seconda chance: “Avrei preferito cento volte morire in parete, invece eccomi qua inerte e annoiato” Poco tempo fa sono stata iniziata alla pratica del Reiki. Nei giorni successivi all’intenso fine settimana esperienziale ho condiviso con lui questa mia esperienza vissuta con un’altra collega. Inutile dire che lui si è prestato volentieri come “cavia”, incominciando a farci un sacco di domande sul significato di Reiki e cosa per noi significa lavorare con l’energia. Il primo trattamento fatto a quattro mani è stato un’esperienza molto forte e al termine lui ci ha detto questa frase: “mi sento come una vecchia libreria alla quale stanno risistemando i libri!” Sentiva un’giovannienergia nuova scorrergli dentro e lasciandosi andare al nostro tocco, poteva permettersi per un breve periodo di staccare la sua testa da tutti i brutti pensieri che gli affollavano la mente e gli creavano angoscia. Gli ultimi giorni sono stati i più terribili, la paura aveva preso il sopravento fino a provocargli dei veri attacchi di panico, una cosa per lui, abituato ad avere tutto sotto controllo, assolutamente sconosciuta. Abbiamo continuato su sua richiesta a trattarlo e ogni volta la sua sensazione era quella tanto desiderata di rilassamento: un giorno ci disse che, in un’altra vita, sarebbe diventato un adepto del Reiki. Varie volte mi sono chiesta su cosa era meglio concentrarsi durante i trattamenti, ma di fronte a lui, l’immagine più nitida era quella di una mamma che si prepara ad accogliere il suo bambino: una apertura di braccia quasi alare, avvolta da una luce chiarissima. Ed è così che l’ho percepito negli ultimi giorni, un bimbo barbuto e spettinato, con due occhioni grandissimi che esprimevano quello che lui attraverso le parole faceva fatica ed ammettere. Non voleva essere solo al momento della morte e così è stato…c’eravamo noi ad accompagnarlo nella sua lunga notte di agonia e la sua mamma che non ha smesso di accarezzarlo per tutto il tempo. E poi d’improvviso il silenzio e sul volto un’espressione rilassata.. Un giorno mi disse che gli sarebbe piaciuto essere capace di meditare, per poter staccare la spina per un po’, per trovare quel silenzio mentale che gli consentisse di riposare meglio. Gli ho proposto di usare la visualizzazione per poterci riuscire. L’ho guidato su una parete e ho lasciato che lui visualizzasse una scalata, con le varie prese e i passaggi. Un’esperienza profonda, la sua concentrazione era quasi palpabile e il suo viso esprimeva tutta la sua passione per quella vita. Così lo immagino ora, un angelo libero di scalare le vette del cielo, libero dal dolore e dalla sofferenza, capace di far fluire tutta l’energia incarceratagli dal male. E come ho detto a lui una settimana prima che morisse, solo attraverso questa immagine sarò in grado di lenire la tristezza che mi attanaglia al suo pensiero.. Grazie gio..

 

Barbara Bertaina

 

neve. Salve a tutti, mi chiamo Gilberto, ed oggi vorrei raccontarvi la storia di Neve.

In realtà la “Storia di Neve” non è altro che il titolo dell’ultimo libro di Mauro Corona, quindi non la posso raccontare io avendolo già fatto lui con il suo romanzo.

Premetto che conosco Corona da molti anni, da quando è diventato famoso nel mondo dell’arrampicata e le sue imprese echeggiano su riviste specializzate o in ritrovi d’altrettanti alpinisti famosi. Scoprirlo poi scultore mi ha fatto molto piacere, in effetti arrampicare è un’arte come scolpire, anche se non sempre le sue opere hanno incontrato i miei favori, ma, non essendo io un critico, un gallerista, un intenditore, il mio giudizio lascia un po’ il tempo che trova. Ho provato una sana e tremenda invidia nei suoi confronti essendo io un appassionato di montagna ed avendo, tra i tanti sogni, quello di diventare scultore ma, non essendone capace, preferisco sognare guardando le opere di altri.

Alcuni anni fa, entrando in libreria, scoprii che era anche diventato scrittore e qui mi arrabbiai molto: ‘guarda un po’ che questo montanaro ora ha anche la presunzione di scrivere’, penso, ‘chissà cosa avrà mai da dire uno come lui’. Non prendo neanche in mano il libro e continuo per i fatti miei anche negli anni a seguire, quando Corona diventa famoso come scrittore al grande pubblico e vende talmente tanti libri da far ingelosire i suoi ben più famosi e decantati colleghi di penna.

Questa estate in vacanza mi decido ed acquisto “Le Voci dei Boschi”, (arrivato ormai alla 26ma ristampa), lo leggo in poche ore e penso: ‘però questo Corona mica male!!’

Il giorno successivo acquisto ‘’Cani, camosci, cuculi (e un corvo)’’. Lo leggo tutto d’un fiato e, con un’invidia doppia a quella provata quando imparai che era diventato scultore, dissi: ‘però questo Corona mica male!!’. Ma poi rifletto un po’ e penso anche che i suoi libri sono tutti uguali e che ormai mi ha rotto le palle.

Circa un mese fa vedo il famoso scrittore, intervistato in un noto programma televisivo, mentre pubblicizza la sua ultima fatica letteraria dal titolo “Storia di Neve”. Mi riprometto di non leggerlo mai, ma, dopo alcuni giorni, mi ritrovo sdraiato sul divano di casa a leggere le avventure tragicomiche degli abitanti di un paese sperduto e dimenticato da Dio.

 

“Storia di Neve” è un romanzo ambientato ad Erto, (paese dove vive e lavora Mauro Corona, reso tristemente famoso dalla tragedia del Vajont), durante gli anni tra le due grandi guerre del secolo scorso. E’ la storia di una strana bambina, Neve appunto, che vive tra amore e dolore la sua breve vita gestita da un padre che forse non si dovrebbe neanche chiamare in questo modo tanta è la cattiveria che emana gratuitamente. Il racconto a tratti è duro, anzi durissimo, ma spesso non mancano spunti comici che bilanciano la pesantezza, a volte per me insostenibile, tanto da pensare di mollare tutto, che non abbia senso continuare, che il libro non abbia più niente da dire.

Poi, all’improvviso, come capita nei libri più interessanti e nei films più intriganti, cambia lo scenario, si ravviva l’interesse ed il cuore aumenta i battiti.

Da questo punto in poi non sono più riuscito a staccarmi da questa ‘maledetta storia’, anche perché il dolore, la rabbia, e la stupidità umana lasciano il posto all’Amore.

Diventa una vera e propria storia d’Amore, di quelle che piacciono a me, di quelle che provo piacere a commuovermi, di quelle che non mi fanno vergognare anche se piango. La bestia umana si trasforma, i mostri che abbiamo dentro (come cantava Giorgio Gaber) lasciano per un attimo il posto alla luce, quella luce che spero di vedere ogni mattina quando apro gli occhi, quando incontro le persone per strada, quella luce che non riesco quasi mai a vedere.neve

La trasformazione è inconfutabile, non ci si può opporre. Dobbiamo solo saper cogliere. Cogliere l’attimo.

Mi chiedo spesso (riuscendo con difficoltà a darmi una risposta) perché sia così difficile vivere d’Amore e di luce, perché Neve prima di arrivare all’epilogo debba soffrire in quel modo. L’Amore non dovrebbe essere a disposizione di tutti ed in qualsiasi momento? Perché non possiamo andare al supermercato ed ordinare 2 etti di Amore, crudo o cotto non importa? E’ così improbabile? Forse una risposta la potrei trovare nella “fede”, quella che non ho mai trovato e forse neanche abbastanza cercato nella mia vita.

Il libro è commovente, comico, doloroso e lo consiglio a tutti (bambini e donne in stato interessante escluse). Ovviamente faccio i miei complimenti a Mauro Corona per il romanzo che ha scritto e lo esorto a continuare a farlo, nella speranza che mi emozioni ancora, com’è successo quando ha raccontato l’ultimo incontro tra Neve e Valentino, che non vi voglio raccontare perché spero lo facciate voi che mi leggete. Sarebbe come raccontare un film giallo iniziando dalla fine.

 

Ringrazio tutti quelli che hanno avuto la pazienza di leggermi. Certamente nessuno ha l’obbligo di acquistare il romanzo, ma, per chi volesse farlo o per chi l’avesse già letto, sono disponibile per dialogare e confrontarmi. Per quelli che non fossero d’accordo con me, rimango ugualmente disponibile. Critiche e consigli sono sempre ben accetti.

 

Un saluto di… Neve.

 

Gilberto Rossi

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quadro. Si racconta che una volta, tanto tempo fa, tutti i sentimenti, le qualita' e i difetti dell'uomo si riunirono. Dopo che la Noia aveva sbadigliato per l'ennesima volta la Pazzia propose di andare a giocare a nascondino.La curiosita' chiese: -A nascondino? Come si fa? - E' un gioco, spiego' la Follia, io mi copro gli occhi e incomincio a contare fino a un milione. Voi intanto Vi nascondete e quando non c'e' piu' nessuno in giro e io ho finito di contare, il primo di Voi che trovo rimane al mio posto a fare la guardia per continuare il gioco. L'Entusiasmo ballo' seguito dall' Euforia, dall'Allegria e fece tanti salti che fini' per convincere il Dubbio e l'Apatia, la quale non aveva mai voglia di fare nulla. Ma non tutti vollero partecipare... la Verita' preferi' non nascondersi; la superbia disse che era un gioco molto sciocco e la Codardia preferi' non rischiare.- Uno, due, tre... -incomincio' a contare la Follia. La prima a nascondersi fu la Pigrizia, che si nascose dietro la prima pietra del cammino.

  

La Fede sali' in cielo e la Invidia si nascose dietro l' ombra del Trionfo che era riuscito a salire in cima all' albero piu' alto. La Generosita' invece non riusciva a nascondersi, ogni posto che trovava lo lasciava ai suoi amici. Un lago cristallino? Ideale per la Bellezza, Un cespuglio? Perfetto per la Timidezza, Un soffio di vento? Giusto per la Liberta'. Finche'la Generosita' decise di nascondersi dietro un raggio di sole. L'Egoismo invece si prese subito il posto migliore e superconfortevole, tutto per lui. La Bugia si nascose... veramente non si sa dove, la Passione e il Desiderio si nascosero nel centro di un vulcano. La Dimenticanza... non ce lo ricordiamo ! Quando la Follia arrivo' a contare fino a 999.999, l' Amore ancora non aveva trovato un luogo per nascondersi, perche' erano tutti occupati. Alla fine vide un roseto e decise di nascondersi li', fra le bellissime rose.- Un milione!!!- disse la Follia che inizio' a cercare. La prima a farsi scoprire fu la Pigrizia. Poi la Fede, poi la Passione e il Desiderio, che aveva sentito vibrare dentro il vulcano. Trovo' poi l'Invidia che si era nascosta dove stava il trionfo. Camminando, vicino al lago trovo' la Bellezza; poi il Dubbio, il quale non aveva ancora deciso dove nascondersi.Eppoi uno dopo l'altro incontro' tutti gli altri, tranne l' Amore. La Follia inizio' a cercarlo dietro a ogni albero, sotto il ruscello, in cima alla montagna... e quando fu al punto di darsi per vinta, vide il roseto e inizio' a muovere i rami, quando allo improvviso si senti' un doloroso grido. Le spine avevano ferito negli occhi l'Amore! La Follia non seppe cosa fare e come chiedergli scusa. Pianse, prego', imploro' e chiese perdono. Da allora, da quando per la prima volta sulla terra si gioco' a nascondino: l'Amore fu cieco e la Follia non lo lascio' mai piu'.

 

 

 

''Abbiamo letto questo articolo di ...Roberto Delpiano

de 'la cultura del cibo'   e ci ha talmente divertiti che volevamo farvene partecipi.

I commenti sono ben graditi!''

 

Esperienze di un ex capellone rockettaro, musicista casinaro nel mondo della Generazione Canale 5

 

Tutti dovrebbero farlo, una volta nella loro vita, per capire e vedere, sapere. Knowledge, truth, wisdom, that's about it. Mi scuso se questo articolo potrà essere un poco scoordinato, ma sono ancora scosso.
Tutti, dovrebbero, dicevo, provare il polletto piccante, con le patate fritte, ed aperitivo di noccioline che poi si buttano le bucce per terra e poco alla volta diventano quasi un tappeto, ed  accompagnamento musicale tekno, de gustibus non est disputandum.
polloarrostoIl Luogo, i Fatti, il Cibo
BEFeD - Brew Pub
Via Ariosto, 36 bis - Settimo Torinese (TO) - Tel 011-8015392
È inutile che andiate sul sito, non è ancora attivo.

Altro non poteva essere che un posto che vuole essere il più straniero possibile, nel cuore della patania dove tra un po' si insegnerà (presumo) il piemontese verace. Se quello delle Langhe o l'Astigiano stretto, non so.
Il pollo effettivamente non è male, sicuramente il cardiologo che mi ha consigliato una vita più moderata avrebbe qualcosa da ridire, ma è buono davvero, non tanto piccante, però, io sono abituato alla cucina indiana e quella messicana. Eccellenti le patate, troppe forse per chi ha viaggiato e lavorato per 18 ore consecutive oggi. Birra abbondante e buona in caraffone da 2 litri. Fin qui tutto bene dal punto di vista alimentare.

L'Ambiente, la Musica e l'Animazione
Per quanto riguarda l'ambiente, devo riconoscere che sono rimasto un poco sconcertato. Uno dei miei sensi, l'udito per l'appunto, che è passato indenne da anni di Rock duro, appiccicato a "stage amplifiers" di wattaggio a 4 cifre, non ce l'ha fatta. E io che credevo di essere già passato di là.


NO INVECE. Il BEFeD è una catena di simil-birrerie sparse per tutta Italia, con un nome che qualche "pubblicitario" o "comunicatore" di paese si è inventato, volendo presumibilmente significare: "be fed" = essere nutrito/i tradotto nella lingua di Dante, giocando abilmente (credo io, eh!) sullo scherzo Bef-Beef, quello dei Beefeaters, mangiatori di carne di manzo.
Insomma, nome carino, kitch, paesanotto.

Ma il volume della musica, oh gente, quello mai più potrò dimenticare. Nel locale urlano, ululano sciami di veline in vestitini da simil-troie (per carità, una gratificazione per gli occhi …), e ragazzotti il cui papà, indubbiamente, paga tutto.
E noi lì, lavoratori stanchi. Io ed alcuni colleghi e capi, una giornata lunga ed intensa, tanti Km in autostrada, riunioni, fotografie.
E sui tavoli, sulle sedie, tutti gli integranti di questo "spettacolo", ad ululare canzoni (complimenti all'impianto di diffusione sonora, perlomeno il suono non era distorto, a quei volumi non è facile) e tanto impatto sonoro giuro che non ho sperimentato neanche al Carnevale di Rio, dentro al Sambodromo, culo a culo con la "Bateria da Mangueira", 300 integranti che battevano come forsennati sui rispettivi strumenti  e poi il TIR di amplificazione, più gli enormi amplificatori a bordo sfilata, senza contare un 50.000 persone sugli spalti a cantare il samba … E in quanto a volume i Brasiliani ci sanno fare, vedere per credere.

Ma qui è di più, molto di più. La musica tekno martella, neanche ad Abu Graib o a Guantanamo possono umanamente avere raggiunto tali livelli.
Mi dicono che prima delle 23:00 è meglio, però, meno male.
E le canzoni, OhMyGod, tutto il repertorio di "Indietro Tutta" rifatto in versione tekno. WOW. La Generazione Canale 5 al completo, similveline che cercano di dare "o golpe da boceta" e tronisti che agitano quasi a ritmo i braccini non muscolosi per impressionare le suddette sperando di non andare in bianco. Crisis, what Crisis?
E poi finalmente l'apoteosi, tutti su tavoli e sedie, fortunatamente massicci, legno pieno come si conviene, a cantare "Uaai Em Ci Ei!" a urlare, ululare, e dato il volume di fondo, a malapena si riuscivano a sentire le loro forti voci di ventenni non coinvolti dal processo distruttivo della società odierna, tanto era alto il volume, tutto con pesantissimo ritmo tekno, YMCA!

Un delirio, dunque, sogno o son desto? Il mio sguardo girava per il salone, sotto le gonne inguinali, sui tavoli ingombri di bottiglie di acqua con le bollicine e bucce di noccioline, sulle sedie contro le finestre (doppi vetri spero) e mi sembrava di essere in un sogno, un film malriuscito di Kurosawa coprodotto con Tarantino (Quentin), e lì sono crollato, e sono uscito.
Pollopatatinebirra me li ero già ingollati stile "sono mesi che non mangio" ed ho lasciato il puttanodromo di vergini Ferrarelle, portando quel poco che rimaneva del mio sistema auditivo all'aperto.

Per finire
Una chicca antropologica: mentre mi trovavo vicino all'ingresso in attesa dei colleghi che non erano riusciti a scamparla così rapidamente, è arrivato un tipo, 50+, completo grigio senza cravatta, capello imbiancato tagliato serio, aria rabbuiata, È entrato svelto ed uscito dopo 5 minuti, forse meno, con aria ancora più scura. Mezzanotte circa, cercava forse la sua velin-figlia?
Probabile ;-)

Voi fate come volete, avvisare vi ho avvisati, io ho ancora gli incubi adesso.

di Roberto Delpiano

 

 

 

spigolino. Le storie e le tradizioni di questo nostro appennino sono tante, io vorrei raccontarvi di una di queste che si svolge sul Monte Spigolino (1827 slm), e a cui ho partecipato questa estate.

Il monte Spigolino così denominato nella carta disegnata nel 1746 dall'abate Domenico Vandelli . E’ Una delle principali cime del crinale principale dell’Appennino Tosco Emiliano, compresa tra i passi della Calanca e della Croce Arcana, il confine naturale tra le province di Modena e Pistoia.

E’ qui sopra che si svolge tutti gli anni da circa 20 anni, una messa alle 22 di sera, offerta in commemorazione dei defunti di Fanano. L’origine di questa tradizione si fa risalire all’opera di Remo Turchi (Amici della Montagna) il barbiere di Fanano. Si sa che barbieri e parrucchiere sono un po i nostri confidenti, niente di meglio di una bella chiacchierata mentre ci si fa sistemare barba e capelli; e appunto in occasione della morte di un componente di questa compagnia, Remo propose di celebrare la funzione religiosa sul Monte Spigolino. Tutti i componenti del gruppo collaborarono ad innalzare la grande croce di legno e a portare, con grande fatica, la pietra che serve da altare.

croce-in-vetta

La data non e’ mai la stessa, deve essere una notte di luna piena e deve sorgere dalla cima dello Spigolino per illuminare adeguatamente il luogo. Nelle serate poi particolarmente limpide da questa cima, è possibile vedere il Mar Tirreno e la costa versiliese con le barche illuminate e le principali città toscane ed emiliane.

 

Ero incuriosita da questa tradizione e quest’anno ho deciso di andare anche io, e così il 7/8/2009 è arrivato il mio momento.

Sono partita presto da Lama Mocogno alla volta di Fanano dove restero’ 2 giorni, per assistere alla funzione e passare una notte nel casello nel bosco.

milva. La giornata con la mia famiglia passa velocemente e gradevolmente. L’avventura inizierà alle 20, dobbiamo trovarci in centro a Fanano con un’altra famiglia per partire insieme. Noi siamo in 4, io mia cognata Giuliana e i miei nipoti Sonia e Federico. Antonella, Mauro e il loro figlio Lorenzo ci accompagnano.

Ecco prepariamo gli zaini con le giacche a vento e i maglioni, alle 22 sullo Spigolino c’e’ molto freddo.

Poi si parte, con 2 auto. Il cielo è gia un po scuro, ho portato la telecamera, proverò a riprendere la serata, ma temo che non ci verra’ un granche’ perche’ non sono attrezzata per la ripresa notturna, però ci provo ugualmente.

Cominciano le curve, siamo in silenzio, piu’ di uno soffre il mal d’auto quindi adottiamo lo stratagemma di seguire la strada con la testa.

Dopo 20 minuti di salita dobbiamo fermarci perche’ c’e’ un problema con l’auto, si accende sempre la spia dell’acqua. Giuliana, che guida, è preoccupata, non se la sente di andare avanti, ci aspetta ancora molta strada con il buio che avanza. Lampeggiamo con i fari all’altra auto, ci fermiamo tutti per un consulto, che fare?

Alla fine decidiamo di continuare, tutti nell’auto di Mauro, è una Multipla e ci sono 6 posti, tutti meno Giuliana, che decide di tornare indietro al bosco. Gli ultimi accordi e si riparte.

Continuiamo per 15 minuti ancora su strada asfaltata fino a Capanna Tassoni, poi la strada si fa sterrata. Saliamo sobbalzando, per fortuna che la macchina, piena ormai, tiene bene la strada, molto meglio del nostro stomaco. Ci sono altre auto che fanno la nostra stessa strada.

Finalmente dopo acroce_arcanaltri 20 minuti di scossoni arriviamo al punto di raccolta sul nostro versante, Passo di Croce Arcana. Ormai è buio. Smontiamo dall’auto accaldati, l’aria è molto fredda e mi gela il sudore addosso, comincio con l’indossare la felpa ma non basta, devo mettere anche la giacca a vento. Anche gli altri si affrettano a vestirsi. I miei nipoti, già abituati a questa escursione sono già pronti, noi adulti invece no. Io e Antonella in particolare.

Dopo la vestizione si parte, ma, com’è che disse qualcuno…..”Fai il primo passo con fede, non occorre che tu veda tutta la scala:basta che cominci a salire sul primo gradino..”beh, il mio primo passo è un capitombolo, ho messo il piede in una buca e tombola, giù distesa per terra con tutta la mia attrezzatura, bene.

Mi alzo tra le risate dei miei cari compagni di avventura, che gentili. Federico, il mio caro nipotino, non la smette piu’ di ridere. – Ma dai ziaaaaaaaaa –

 

Si riprende con tanta carica, Fede Sonia e Lorenzo sono gia’ avanti, hanno le gambe lunghe della gioventu’ loro, io e Antonella invece facciamo presto a perdere la spinta iniziale, dopo un po di salita arranchiamo e sbuffiamo.

E’ scuro, ma non siamo soli, veniamo presto raggiunti e sorpassati (senza sforzo) da tante altre persone, in silenzio. Il percorso non è difficile, nel fianco della montagna sono stati scavati dei gradini che agevolano la salita. Mentre ci fermiamo per riprendere fiato, incontriamo alcuni asini e delle mucche. I giovani nel frattempo sono già arrivati in cima e ci chiamano. Ancora un pezzo e poi sono arrivata. Mi giro a guardarmi intorno, Antonella è sparita, credo sia rimasta indietro con il marito Mauro. Un’ultimo sforzo ancora ed ecco che mi trovo in un piccolo spiazzo, ricolmo di gente. Federico mi viene incontro per aiutarmi, poi mi conduce all’estremita’ opposta dello spiazzo. – Guarda zia , guarda in basso sull’altro versante del monte – luna-piena

Mi affaccio e vedo tante persone che salgono da altri sentieri opposti al nostro. Di là c’e’ la Toscana. Resto a guardare rapita, tante luci che si avvicinano fino a diventare volti sorridenti che cercano altri volti conosciuti. Persone che si sono date appuntamento qui, in questa notte che sembra magica.

Inizia la messa, ci sono 3 sacerdoti, i convenuti si stringono intorno all’altare improvvisato, c’è molto freddo e in cielo la luna è un grande disco bianco, molto vicina. Ad un certo della messa nel momento in cui si dichiarano le intenzioni, il parroco invita i presenti a ricordare i loro cari, e allora uno dopo l’altro si odono le voci che gridano dei nomi:

 

Francesco –

Ilaria e Giovanni –

Antonio –

Sergio –

….

Sonia dice: - Ivana – (è sua nonna)

Federico : - Pierino – (sento un brivido, è mio padre)

anche io allora grido : - Adriano - (il fratello di mio padre deceduto un’anno fa)

 

E tante altre voci si aggiungono, e tanti nomi volano in cielo, brividi di eccitazione nella notte fredda. Guardo Sonia e Federico che si sono avvicinati a me e mi sorridono incappucciati, il loro respiro è vapore, una nebbia di fiato avvolge tutti come in una brughiera.

 

Poi riprende la funzione. Sono quasi le 23 quando il gruppo intona l’ultimo canto. Madonna della neve. Accendo la telecamera per registrarlo, so che a Giuliana piace e così ne riporto a casa il ricordo.

La messa nel frattempo è finita.

Dopo i saluti ogni persona o gruppo accende la sua lampada e si incammina sul sentiero del ritorno. Fiumi di luci che si snodano sui 3 versanti praticabili dello Spigolino, fiumi che tornano alla foce.

Anche noi scendiamo, siamo stanchi e inciampiamo spesso, i piedi fanno male. Sonia ci fa da faro nella notte illuminandoci il cammino. Arriviamo alla Croce Arcana dove abbiamo lasciato l’auto, ci svestiamo e partiamo.

Il primo tratto di strada verso Capanna Tassoni viene fatto in silenzio, si sentono solo i nostri respiri affannati. Il vapore all’interno dell’auto in contrasto con la temperatura esterna provoca l’appannamento dei vetri, non so come faccia Mauro a veder fuori.

- Mauro, ma ci vede Lei li davanti? - E’ la mia voce che finalmente spezza il silenzio. Non ero l’unica ad essere preoccupata, perche’ anche gli altri si scuotono dal torpore e protestano ridendo.

Mauro allora pulisce il vetro e ci rassicura, poi comincia a raccontarci le sue avventure giovanili di campeggiatore, e cosi’ arriviamo sulla strada asfaltata e poi a Capanna Tassoni. Dopo una breve sosta per bere un po d’acqua alla fonte si riparte per Fanano.

casello. Io e i miei nipoti siamo attesi nel Casello del suocero di mio fratello nel bosco, dove passeremo la notte. Antonella e Mauro ci accompagnano fin li, in prossimita’ del guado, e dopo i saluti ripartono.

E’ l’una di notte e dobbiamo attraversare il torrente che delimita il bosco al buio saltando sulle poche pietre che affiorano scivolose dall’acqua. Incredibile, non cade nessuno. Poi via sul sentiero, siamo solo noi tre che camminiamo alla luce della lampada nel fitto degli alberi centenari, si sente in sottofondo il rumore del torrente che e’ amplificato dal silenzio e lo scricchiolio dei nostri passi. Mi viene in mente che a quest’ora ci sono in giro tanti animali che di giorno stanno nascosti, brrr, speriamo di non fare brutti incontri, i ragazzi sono piu’ tranquilli di me.

Finalmente ecco in lontananza una luce, e’ il casello! Forza siamo quasi arrivati, siamo stanchissimi. Superiamo il recinto elettrificato che delimita l’area abitata e poi ecco comparire mio fratello Alberto, mia mamma e mia cognata Giuliana, sono li ad aspettarci.

 

Il giorno dopo entusiasta di questa avventura ho assediato il papa’ di Giuliana per farmi raccontare tutto quello che sa’ di questa tradizione, e lui da buon amante della montagna non si e’ lasciato pregare.

La Santa messa sul Monte Spigolino al “chiar di luna” (ore 22) è iniziata esattamente nel 1988, allora era parroco di Fanano Don Andrea Giannelli. Poi seguirono altri sacerdoti anche di altri comuni e perfino tre Monsignori di Bologna tra i quali Mons.Aldo Calanchi e quest’anno Mons.Isidoro Sassi. L’affluenza e’ sempre stata alta, e mi garantisce che le condizioni atmosferiche non sono sempre state buone come questa estate.

 

Come tutte le storie che si rispettano anche questa e’ animata da anedotti. Uno in particolare mi ha colpito e lo voglio citare. Non mi è stato possibile risalire all’anno in cui e’ avvenuto, pero’ sembra che in quell’estate l’avvenimento fu organizzato con alcune pecche che pero’ furono risolte con la soddisfazione di tutti. La prima complicazione fu la mancanza di un “Don “ che potesse celebrare la messa, allora fu arruolato un giovane parroco che forse per l’agitazione dimentico’ di portare con se le ostie per la comunione. Si era gia’ sulla vetta dello Spigolino. Che fare? Allora qualcuno dei presenti tiro’ fuori dei CREACKERS e si decise insieme che “ ….il Signore avrebbe dovuto chiudere un occhio per quella volta….”, e la comunione fu salva anche se il corpo di Cristo era un po salato.

MILVA BENZI

il nostro gruppo

27 settembre 2009

 

 

pinabausch.

 

 

“Dance, dance, otherwise we are lost”

Signore e signori, vorrei cominciare con una storia. Una volta, in Grecia, sono andata a visitare alcune famiglie di zingari. Ci siamo seduti insieme e abbiamo parlato; a un certo punto tutti hanno cominciato a ballare e io dovevo partecipare. Avevo una gran paura e la sensazione di non essere in grado. Allora è venuta da me una ragazzina, forse sui dodici anni, e mi ha pregato ripetutamente di danzare assieme a loro. Diceva: “Dance, dance, otherwise we are lost”. Balla, balla, altrimenti siamo perduti.

Ancora un’altra bellissima storia. Un uomo anziano a Wuppertal mi ha raccontato di sua madre centenaria, al suo paese in Turchia, che gli ha sempre detto: “Nicht weinen, singen”. Non piangere, canta.

 

 

 

 

 

 

 

 

Danzare deve avere un fondamento diverso dalla pura tecnica e dalla routine. La tecnica è importante, ma è solo un presupposto. Certe cose si possono dire con le parole, altre con i movimenti.pina Ma ci sono anche dei momenti in cui si rimane senza parole, completamente perduti e disorientati, non si sa più che fare. A questo punto comincia la danza, e per motivi del tutto diversi dalla vanità.Non per dimostrare che i danzatori sanno fare qualcosa che uno spettatore non sa fare. Si deve trovare un linguaggio – con parole, con immagini, movimenti, atmosfere – che faccia intuire qualcosa che esiste in noi da sempre. È una conoscenza molto precisa. I nostri sentimenti, quelli di tutti noi, sono molto precisi. È però un processo molto, molto difficile da rendere visibile. Io so bene che si tratta di qualcosa con cui si deve essere molto cauti. Se si traduce troppo in fretta in parole, può scomparire o diventare banale. Ma ciò nonostante si tratta di una conoscenza molto precisa, che possediamo tutti, e la danza, la musica ecc. sono linguaggi molto esatti, con cui è possibile fare intuire questa conoscenza. Non si tratta di arte, e neanche di una semplice capacità. Si tratta della vita, e dunque di trovare un linguaggio per la vita. E si tratta sempre, lo ripeto, di qualcosa che non è ancora arte, ma che forse potrebbe diventarlo.

Fin dall’infanzia la danza è stata per me un mezzo di espressione molto importante. Con la danza potevo esprimere tutte quelle emozioni che non sapevo dire a parole. Sono talmente tanti i differenti stati d’animo, tante le sfumature e le tonalità che si possono esprimere attraverso la danza. Ed è questo ciò che conta: si deve conservare la ricchezza, non limitarla, si devono rendere visibili e percepibili tutte le diverse sfumature.

Più tardi, durante la mia formazione alla Folkwangschule di Essen ho imparato anche a conoscere i miei limiti. Con ciò non intendo i limiti dell’anima, che è illimitata, ma i limiti della forma, del proprio corpo. La caratteristica meravigliosa della Folkwangschule era che sotto lo stesso tetto venivano insegnate sia le arti sceniche sia le arti figurative. Quindi la musica, l’opera, il teatro, la danza accanto alla pittura, la scultura, la fotografia, la grafica, il disegno tessile ecc. era più che ovvio che tutto si alimentasse reciprocamente, che si ricevesse e si imparasse un po’ da tutto. Da allora, per esempio, non sono più in grado di vedere niente senza metterlo in relazione con lo spazio. Questo modo di vedere spaziale è una componente importantissima del mio lavoro. Al di là della qualità straordinaria di insegnanti come Hans Züllig o Jean Cébron, la formazione, grazie alla concezione visionaria e alla direzione di Kurt Jooss, era unica per pluralità e complessità. La formazione dei danzatori includeva la danza classica, stili diversi di danza contemporanea, parti del folklore europeo, composizione ecc.

bausch-alla-sbarra. Più tardi, a New York, al termine della mia formazione, ho di nuovo incontrato questa molteplicità, una molteplicità della vita. Vivere da sola e lavorare in una città di quel genere, dove ci sono tante persone diverse con mentalità differenti, ha provocato in me un’impressione molto profonda e importante. Si impara che nulla può essere separato. Che tutto coesiste contemporaneamente e che tutto è importante e vale allo stesso modo. Che si deve avere un grande rispetto per tutti i diversi modi di vivere e di vedere la vita. Anche questo è un aspetto importante del nostro lavoro. Come compagnia siamo un gruppo misto e variegato di persone: i danzatori vengono da ogni parte del mondo, da culture molto diverse tra loro. Ormai è diventata un grande reticolo, una gigantesca famiglia, con collegamenti dovunque, in tutte le culture. Il nostro lavoro non è vincolato da alcun confine, ma li attraversa tutti. È come le nuvole, come il sole, come la musica. Se io fossi un uccello, sarei forse un uccello tedesco?

Allora, dopo il mio periodo a New York, quando ritornai in Germania, in realtà volevo danzare. Siccome però non c’erano praticamente coreografie, ho cominciato a crearle io. Questo avvenne anche in seguito, quando il sovrintendente Arno Wüstenhöfer mi portò a Wuppertal. In principio volevo danzare io. Ma c’erano tutti i vari danzatori che desideravano ballare e per farli felici ho creato pezzi per loro e ho messo da parte il mio personale desiderio di danzare. All’inizio abbiamo lavorato con opere musicali che offrono già una certa indicazione. Ho scelto solamente quei lavori che mi lasciavano una qualche libertà di inserirvi qualcosa di mio. Ad esempio Gluck mi ha lasciato, con Ifigena e con Orfeo e Euridice, moltissimo spazio per intervenire nell’opera facendovi confluire qualcosa di assolutamente personale, che sentivo di dover esprimere. In queste opere ho trovato esattamente quello di cui dovevo parlare. Da ciò è nata poi una nuova forma: l’opera danzata. In un’altra direzione ho poi cercato contenuti particolari e altre forme. Ne è stato un esempio il lavoro che in seguito si è chiamato Fritz. Più tardi, quando abbiamo creato Macbeth per il teatro Bochum, è nato il modo di lavorare attraverso le domande.

Semplicemente perché in quel pezzo c’erano degli attori, dei danzatori, una cantante e un pasticcere. Non potevo pretendere dagli attori una sequenza di movimenti, perciò dovevo cominciare da un altro punto di partenza. Quindi ho posto loro le stesse domande che rivolgevo a me stessa. Le domande servono per avvicinarsi in modo molto cauto alla tematica. È un procedimento di lavoro molto aperto e nello stesso tempo però anche molto preciso. Perché io so sempre esattamente ciò che cerco, ma lo so con la mia sensibilità e non con la testa. Perciò non si può mai domandare in modo troppo diretto. Sarebbe troppo grossolano e le risposte sarebbero troppo banali. Io so cosa cerco ma non posso spiegarlo. Ciò che cerco non va disturbato con le parole ma va portato alla luce con tanta pazienza. Le cose più belle sono nella maggior parte dei casi completamente nascoste. Vanno prese, curate e fatte crescere pian piano. Per procedere in questo modo ci vuole una grande fiducia reciproca. Perché ci sono sempre da superare delle soglie d’imbarazzo. Per questa ragione a me piace lavorare con danzatori che hanno una certa timidezza, un certo pudore, che non si svelano facilmente. È molto importante che esista questo pudore, questa esitazione, quando si arriva a un certo limite nel lavoro. Chi semplicemente si esibisce, è fuori posto. Il pudore garantisce che se, per esempio, qualcuno mostra qualcosa di molto piccolo, questo sia davvero qualcosa di speciale e che venga visto anche come tale. Proprio qui sta la difficoltà: indurre qualcuno, per così dire, a trovarlo.

Permettetemi di dire qualche cosa sulle persone straordinarie con le quali lavoro.

Io non assumo infatti in primo luogo il danzatore, a me interessa soprattutto la sua personalità, ciò che di irripetibile e di singolare c’è in lui. Negli spettacoli ognuno è totalmente se stesso: nessuno deve recitare. Durante il lavoro, cerco di condurre ciascuno a trovare da sé quel che cerco. Solo allora egli risulta convincente, perché è autentico. Solo in questo modo posso essere certa che ognuno abbia cura ciò che ha trovato e sia in grado di mostrarlo. Ogni dettaglio è importante, qualsiasi cambiamento, perché ogni spostamento causa un effetto diverso. Tutto ciò che troviamo durante le prove viene accuratamente esaminato e messo alla prova, per capire se resiste anche nelle condizioni più difficili. Non accetto nulla cui io non possa credere, che non mi convinca. Dopo tante domande, alla fine rimangono solo pochissime cose che poi vanno a costituire lo spettacolo. Tutto viene continuamente rivoltato e ripensato. Ogni dettaglio subisce una grande quantità di mutamenti, finché alla fine trova il posto giusto. Occorre ogni volta molto tempo, prima che qualcosa cominci a scorrere.Pina B. giovane Se non si presta attenzione anche alla più minuta piccolezza, il lavoro va in una direzione sbagliata ed è molto difficile correggerlo. Perciò ci vuole una enorme precisione e onestà in questo lavoro e tanto coraggio. Mostriamo qualcosa di personale, che però non è privato. Si mostra qualcosa di ciò che tutti condividiamo. Per trovarlo è richiesta molta pazienza e la disponibilità a ricominciare a cercare ogni volta da capo. Vorrei provare a chiarire un fraintendimento che sorge spesso. Anche se si dice che il Tanztheater è una forma completamente nuova, io non ho mai avuto l’intenzione di creare uno stile specifico o un nuovo teatro. La forma è nata da sé, dalle domande che io mi ponevo. Nel mio lavoro ho sempre cercato qualcosa che ancora non conosco. È una ricerca continua e persino dolorosa, una lotta. Ricercando non c’è nulla su cui ci si possa basare: nessuna tradizione, nessuna routine. Non esiste nulla a cui ci si possa aggrappare. Si sta completamente soli di fronte alla vita e alle esperienze che si fanno e si deve cercare di rendere visibile o almeno intuibile ciò che si sa da sempre. Questo è ciò che ogni artista ricomincia a fare in ogni periodo storico. E non è nemmeno d’aiuto l’aver già fatto tanti spettacoli. Con ogni spettacolo questa ricerca ricomincia da capo e ogni volta ho paura di non poterci riuscire. I modi nel Tanztheater derivano da una precisa necessità e anche da un bisogno: trovare un linguaggio per ciò che non può essere espresso in altra maniera.

La stessa cosa vale per la scenografia. Terra, acqua, foglie o sassi in scena creano un’esperienza sensoriale del tutto particolare. Modificano i movimenti, disegnano tracce dei movimenti, producono determinati odori. La terra si attacca alla pelle, l’acqua penetra nei vestiti, li rende pesanti e produce dei rumori. I mattoni di un muro abbattuto rendono il camminare difficile e insicuro. Se si porta all’interno di un teatro qualcosa che normalmente sta al di fuori, ci si apre lo sguardo. Improvvisamente si vedono cose che si credeva di conoscere in modo del tutto nuovo – come se fosse la prima volta. I molti materiali che usiamo sono cose naturali, che normalmente non hanno a che fare con quel luogo. Esse ci irritano e ci invitano a guardare in modo completamente diverso. Impegnano i nostri sensi e ci portano a non pensare più e a cominciare invece a percepire, a sentire. I danzatori non indossano calzamaglie o costumi stilizzati. Gli abiti sono in parte vestiti normali e in parte vestiti lussuosi e bellissimi. Naturalmente anche eleganti, estremamente eleganti, ma l’eleganza viene anche spezzata. Figure strane, a volte grottesche, che non si riesce a inquadrare direttamente. I colori per me sono importanti, estremamente importanti. Da un lato non ci si differenzia dalla vita normale, dall’altro però si mostra la grande ricchezza di forme e colori che da sempre è esistita. La stessa cosa vale per le musiche di vari paesi e diversi periodi. Le musiche mostrano con quanta precisione e in quanti modi diversi si possono esprimere i sentimenti. È una tale ricchezza che non si può mai finire di cercare e di imparare. Solo che anche qui si tratta di un difficile e lungo processo, per compiere la scelta definitiva e collegare la musica con quanto avvierei scena. Non posso dire da dove traggo la certezza che funzioni. Ma tra i moltissimi pezzi musicali che ascolto per ogni produzione, ce n’è uno per ogni scena che davvero sia adatto.

Animali e fiori, tutte le cose che usiamo in scena, appartengono alla nostra vita quotidiana. Ci sono ad esempio dei coccodrilli o c’è una storia d’amore bella e triste con un ippopotamo. Con tutto questo si possono raccontare delle storie, là dove non si riesce con le parole. E nello stesso tempo si può mostrare qualcosa della solitudine, della necessità, della tenerezza. Per questo non occorrono spiegazioni o allusioni. Tutto è direttamente visibile. Ogni spettatore lo può vedere con il proprio corpo e con il cuore. Questa è la cosa meravigliosa della danza: il corpo è una realtà senza la quale niente è possibile, ma oltre la quale si deve anche saper andare. Esso ci dà qualcosa di molto concreto, che ci può toccare e sentire e che ci commuove. Gli spettatori fanno sempre parte della rappresentazione quanto ne faccio parte io stessa, anche se non sono presente in scena. Ognuno è invitato a fidarsi dei propri sentimenti. Nei nostri programmi di sala non si trovano mai delle indicazioni rispetto al modo in cui vanno intesi gli spettacoli. Dobbiamo fare le nostre esperienze, come nella vita. Non ci può aiutare nessuno.

La fantastica possibilità che abbiamo in scena è che ci è permesso compiere azioni che nella vita normale non si possono e non si devono fare. Con questo cerco di capire da dove vengono certe emozioni. Le contraddizioni sono importanti. Tutto deve essere osservato, non si può escludere nulla.

Solo così possiamo intuire in che tempo viviamo. La realtà è molto più vasta di quanto siamo in grado di comprendere. Talvolta possiamo chiarire qualcosa soltanto confrontandoci con ciò che non sappiamo. E talvolta le domande che ci poniamo conducono a esperienze che sono molto più antiche, che non appartengono soltanto alla nostra cultura, al qui e ora. È come se ritornasse a noi una conoscenza che da sempre ci appartiene, ma della quale non siamo più consapevoli e contemporanei.

Ci fa ricordare qualcosa che è comune a tutti noi. Questo ci da grande forza e speranza.

Le domande non cessano mai e nemmeno la ricerca. C’è in essa qualcosa di infinito, e questa è la cosa bella. Se guardo al nostro lavoro, ho la sensazione di avere appena cominciato.

 

Vi ringrazio.

pina-sorride.

 

 

 

Ci e' piaciuto inserire in questa sezione un documento scritto da una grande donna e danzatrice, Pina Bausch, che ci ha lasciato da poco nel corpo, ma che vive in tutti noi con le sue parole e il suo spirito.

Con un grande grazie per sempre

 

 

 

uccello_albero. C'era una volta un ragazzotto alto e con gli occhiali che viveva da solo in una casetta sul lato sud della città.
Una vita piena di cose passate, ricca nel presente e luminosa nello sguardo speranzoso al domani.
Non disdegnava certo di dedicarsi a qualcosa che lo rendesse felice come usar le sue grandi mani in qualsiasi cosa, così tra le altre cose, nel corso degli anni, riempì il suo piccolo balcone di vasi di piante e fiori.
Li innaffiava, li curava, li coccolava a modo suo ed il vederli crescere rigogliosi lo rendeva parecchio orgoglioso e contento. Da seme a frutto, un percorso entusiasmante, fasi di vita...
Talvolta riuscì anche a crescere e veder mutare sotto i suoi occhi splendidi bruchi, che lì avevano trovato casa, in belle farfalle, seguendone tutte le fasi. La magia della vita e del continuo cambiare e divenire!
A volte qualche uccello andava a trovarlo, come attratto dalla curiosità di vedere come crescevano i germogli, come procedeva l’evoluzione dei bulbi. E talvolta, per capirlo, scavava anche alla loro ricerca, sparpagliando terriccio su tutto il pavimento del balcone. Quel ragazzo non ne era sempre così contento…

Un giorno, mentre con l'innaffiatoio dissetava una pianta bisognosa, una strana cosa in mezzo alla terra colse la sua attenzione. Aveva una forma ovoidale, quasi una ghianda venuta dallo spazio, legnosa, di colore marrone scuro. Si incuriosì e toccandola capì che era un seme, grande e pesante, certamente non era capitato lì da solo, il vento non lo avrebbe mai potuto sollevare fino al secondo piano per depositarlo delicatamente su quel materasso di terra che era contenuta nel vaso.seme
Misteriosa questa cosa! Qualcuno lo doveva aver riposto lì a sua insaputa, e chi se non uno di quei buffi pennuti dal becco giallo che ogni tanto lo andavano a visitare…
Quel ragazzo accolse quel seme come se avesse adottato un figlio in un qualche modo donato dal cielo, lo provò a curare insieme alle sue piante e così riuscì a capire che in realtà non era altro che una specie di quercia…
“Che ridere - pensava - sta a vedere che mi cresce una quercia sul balcone!! Invece che la casa sull’albero, l’albero sulla casa!!!”
Ma il tentativo non andò a buon fine e dopo qualche tempo il germoglio che da quel seme era derivato non riuscì ad andare oltre.
Il ragazzo, seppur dispiaciuto, non ci pensò più ma la primavera seguente, periodo di rinascita, ritrovò nuovamente un altro seme in un altro vaso.
Solito ignoto donatore volante...
E la storia cominciò di nuovo ma purtroppo per concludersi con lo stesso esito.
“Forse troppa acqua, o troppo sole, forse la terra non era giusta, il vaso troppo piccolo…” si disse. Il ragazzo si interrogava, non cercava giustificazioni bensì spiegazioni valide che potessero placare il suo dispiacere ed al contempo l’amarezza di quella che reputava in un qualche modo una sconfitta personale.
Poi anche l’estate finì e, come ogni anno, ripose via alcuni vasi ormai senza più vegetazione e solo ricolmi di terra asciutta. Come sempre li mise nel suo garage, ancora pieni di terra, con l’intento prima o poi di svuotarli e riutilizzarli l’anno successivo per altre semine ma con terra nuova.
Lì li pose. E lì restarono. Forse se ne dimenticò anche.
Continuò a curare ciò che aveva tenuto sul balcone, i prescelti, gli immortali che avrebbero retto anche la rigidità pungente dell’inverno che sarebbe arrivato.

Poi dopo qualche tempo, a fine primavera, arrivò una nuova fase di vita e con essa il momento di lasciare quella casa e dovendo trasferirsi altrove iniziò aterriccio spostare un pò di cose nel suo garage, cartoni, scatole, mobili...
E così, cercando di ottimizzare lo spazio in quel luogo sempre chiuso e buio, spostando un cartone ricolmo di ricordi del cuore, trovò un vaso ormai dimenticato da tempo, uno di quelli deportati.
La terra era asciutta e secca, non una stilla di umidità a imbrunirne il colore ed a toccarla si sbriciolava come sabbia. Fragile ed al contempo all’apparenza sterile e infruttuosa, evidentemente incapace di far da placenta ad alcunché.
Ma da quel vaso usciva un filo bianco.
No, non era un filo, era un cavo, un cavo elettrico, tipo uno di quelli da tv.
Guardò meglio, si avvicinò.
Il “cavo” era infilato nella terra e si ergeva esile ma sinuoso come radici di mangrovia che escono dall’acqua, sottile e bianchissimo, lungo almeno mezzo metro.
In cima aveva l’abbozzo di quattro foglioline, tentativo estremo di visibilità e radar di quella poca luce che filtrava da una finestrina.
Ricordi e obblighi genetici. Potenza della Natura.
Dentro a quel vaso, riposto all’inizio dell’autunno, aveva giaciuto nascosto e silenzioso nella terra, un altro seme, esattamente uguale agli altri.
Con tutte le sue forze si era imposto, aveva ostinatamente tentato la fuga dalla notte che lo circondava, dall’arsura di un vaso che lo costringeva, impadronendosi gelosamente e famelico di ogni eventuale goccia di umidità che avesse potuto cogliere.
Si era eretto finchè poteva, periscopio di vita.

Estasiato, quel ragazzo rimase a guardarlo ammirato per un po’, incredulo e commosso, come quando non si capacita di quelle che talvolta appaiono mere coincidenze (ma che tali non sono…) e riflette sul buffo senso dell’umorismo che ogni tanto il fato esprime…
Poi lo prese, scavò una buca in cortile e lo trapiantò nel giardino di quella casa che a breve avrebbe lasciato, in una terra fertile e umida, che potesse dare a quel germoglio il nutrimento che necessitava.

Oggi, ogni volta che scende e gli passa accanto, lo guarda e sorride.
Ora è verde e più robusto, sta crescendo, incredulo delle sue peripezie e avventure.
Si farà grande.
E quel ragazzo ancora di più.

Sempre grazie a quegli esseri che negli anni non hanno mai mancato di donarmi il seme della speranza e l’occasione di rinascere.

 

 

salmoni. Marzo 1977

George Ohsawa una volta ci racconto' una storia misteriosa sui salmoni che risalgono i fiumi per ritornare nel posto dove sono nati. Da quel momento sono rimasto affascinato dalla natura dei salmoni. Mi è capitato diverse volte di andare a pesca di salmoni ed ho potuto osservare l'incredibile energia, che consente loro di nuotare per più di tremila chilometri, prima attraverso l'oceano e poi controcorrente nei fiumi, fino al luogo di nascita. questo fenomeno non mi ha soltanto affascinato, ma mi ha spinto a chiedermi come e perchè i salmoni riescano a trovare il punto esatto in cui sono nati, apiù di tremila chilometri di distanza.
La risposta l'ho trovata di recente in un libro intitolato " Water " (Acqua) di Rutherford Platt. Scrive l'autore:

" L'inestricabile" mistero dei salmoni che svoltavano a destra, è stato risolto mediante un'esperimento per cui i microscopi non erano necessari. I ricercatori avevano individuato un centinaio di salmoni proprio sopra la biforcazione di un grosso affluente. Tutti portavano un segno che ne facilitasse l'identificazione e una cinquantina di essi erano stati privati degli organi olfattivi. Assieme furono trasportati di nuovo sotto la biforcazione del fiume e li liberati. Quelli dall'olfatto integro tornarono a girare a destra come prima, invece quelli privi di olfatto rimasero a lungo sconcertati ed alcuni finirono per prendere a sinistra, altri a destra.
Come fa un salmone a ricordarsi l'odore del luogo in cui è nato? I salmoni riconoscono le molecole del loro odore personale persino se sono mescolate fra miriadi di particelle diverse di odori, e questo perchè la scia di un salmone porta con sè tracce di odore del materiale organico del luogo in cui fu prodotto.
Le ricerche in questa direzione sono iniziate nei luoghi in cui avviene la riproduzione, nel nostro caso in una tana dietro ad un'isola lacunare, in un punto di acqua ferma sotto la riva di un fiume e fra i sassi di un limpido torrente. I ricercatori osservarono la femmina mentre deponeva le uova ed il maschio che le fecondava, per poi ricoprirle di sedimenti acquatici. Da li a qualche settimana uscirono i piccoli salmoni e l'acqua cominciò a pullulare della loro presenza.
Se si prendono i pesciolini subito dopo la nascita e li si trasferisce in un altro ruscello, essi memorizzeranno gli odori di quest'ultimo luogo, e non di quello in cui sono nati. in poche parole, il ricordo di un odore non è genetico: essi non l'hanno ricevuto dai loro genitori, ma si è impresso in loro attraverso quello che hanno mangiato subito dopo la nascita, finchè sono ancora piccoli.
Questa non è memoria cerebrale, bensì memoria molecolare, una memoria istintiva che risiede in ogni cellula del corpo, costituita da ciò che il pesce ha mangiato nelle sue prime settimane di vita. Questo meraviglioso meccanismo viene esercitato dagli enzimi proteinici all'interno delle cellule e dagli ormoni che trasportano la "memoria" attraverso gli umori fluidi corporei per attivare gli organi e i muscoli".

 

the-book-of-tea. Questa storia mi fa tornare in mente un racconto del libro di Okakura "Book of Tea " (Il Libro del tè). A detta di Lu Wu, l'acqua di un ruscello di montagna è quanto di meglio ci possa essere; seguono, in ordine di eccelenza, l'acqua di un fiume e l'acqua di sorgente.
Gli antichi distinguevano le diverse qualità di acqua, a seconda che fosse di ruscello, di fiume o di sorgente, in base all'odore. Oggigiorno possiamo sapere se si tratta di un'acqua di città o di montagna anche in base al sapore, per via degli additivi chimici sempre più usati. Nell'antichita', quando gli additivi chimici non esistevano, era possibile riconoscere i diversi tipi di acqua soltanto dall'odore. Se il nostro odorato fosse ancora acuto quanto quello dei nostri avi o quello dei salmoni, potremmo evitare di aggiungere delle sostanse chimiche all'acqua potabile, e quindi eviteremmo anche di inquinare le acque.
Ritornando ai salmoni, ora capisco come facciano a ritrovare il luogo d'origine. Ma subito dopo mi si presenta un'altro inerrogativo: come può l'odore del luogo d'origine attirare il salmone adulto? Siete capaci voi di rispondere? Non penso che la scienza possa risolvere questo interrogativo, così come non è in grado di spiegare perchè ci si ammala di cancro o di infarto e via dicendo.
E la ragione è che la scienza vuole capire la modalità dei fenomeni e non la loro causa. Solamente la filosofia di vita, ovvero il principio di yin e yang, può dare una risposta a tale interrogativo.Vi invito perciò a cercare di risolvere da soli questa questione, in modo da arrivare a capire l'importanza e il potere del pensiero yin-yang e, soprattutto, la bellezza della vita stessa.

 

 

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